I migliori film giapponesi del 2015

nobi2Ormai le due più importanti riviste di cinema giapponesi – Kinema Junpo e Eiga Geijutsu – sembrano concordare ad anni alterni nelle loro abituali Top Ten. Nonostante visioni di cinema spesso molto distanti infatti, quest’anno sono ben sette i film in comune nelle due classifiche che, incrociate anche con i premi assegnati dal quotidiano Mainichi, fanno risaltare tre film sui quali sembrano essere tutti d’accordo: il primo è Three Stories of Love di Hashiguchi Ryōsuke, uno dei pochi registi dichiaratamente omosessuali nell’industria giapponese, che dopo l’ottimo All Around Us firma tre storie d’amore dalle problematiche differenti. Il secondo è Journey to the Shore di Kurosawa Kiyoshi con un film a metà strada tra il road movie e il fantastico che sembra riportarlo alle atmosfere dei suoi primi capolavori come Cure. Il terzo è, abbastanza sorprendentemente per il sottoscritto, Fires on the Plain di Tsukamoto Shin’ya (poster accanto), film tutt’altro che facile, sicuramente non commerciale, distribuito con quasi un anno di ritardo in Giappone e che invece ha trovato (sacrosanti) riconoscimenti dai più importanti critici del paese. L’ultima fatica di Tsukamoto si è imposta come necessario manifesto anti-militarista in un momento nel quale Abe sta cercando di cambiare la storica costituzione pacifista giapponese. Gli altri film in comune tra le due classifiche, e che vale la pena di recuperare, sono: Happy Hour di Hamaguchi Ryūsuke (sul podio di entrambe), Gonin Saga di Ishii Takashi, Rolling di Tominaga Masanori e il miglior film per Eiga geijutsu, This Country’s Sky di Arai Haruhiko il quale, cosa curiosa, è anche il direttore della rivista. Tutto il mondo è paese!

KINEMA JUNPO BEST TEN 2015

1. Three Stories of Love (Koibitotachi) di Hashiguchi Ryōsuke

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2. Fires on the Plain (Nobi) di Tsukamoto Shin’ya

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3. Happy Hour (id.) di Hamaguchi Ryūsuke

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4. Little Sister (Umimachi diary) di Koreeda Hirokazu
5. Journey to the Shore (Kishibe no tabi) di Kurosawa Kiyoshi
6. Gonin Saga (id.) di Ishii Takashi
7. This Country’s Sky (Kono kuni no sora) di Arai Haruhiko
8. Solomon’s Perjury Part 1&2 (Soromon no gisho zenpen/kohen) di Narishima Izuru
9. Nagasaki: Memories of My Son (Haha to kuraseba) di Yamada Yōji
10. Rolling (id.) di Tominaga Masanori
10 ex-equo Being Good (Kimi wa ii ko) di Oh Mipo

koibitotachiMiglior regia: Hashiguchi Ryōsuke per Three Stories of Love (poster accanto)
Miglior sceneggiatura: Hashiguchi Ryōsuke per Three Stories of Love
Miglior attore: Ninomiya Kazunari  per Nagasaki: Memories of My Son
Miglior attrice: Fukatsu Eri per Journey to the Shore e un altro film
Miglior attore non protagonista: Motoki Masahiro per The Emperor in August e un altro film
Miglior attrice non protagonista: Kuroki Haru per Nagasaki: Memories of My Son e Solomon’s Perjury Part 1&2
Miglior attore esordiente: Shinohara Atsushi per Three Stories of Love
Miglior attrice esordiente: Hirose Suzu per Our Little Sister

Come ogni anno riporto anche i migliori film NON giapponesi votati dalla rivista, per capire come venga percepito il “nostro” cinema (9 volte su 10 si tratta infatti di film occidentali) e cercare di comprendere le assurde logiche distributive giapponesi, con film che arrivano con anni di ritardo. Per una volta Clint Eastwood (idolo assoluto di Kinejun) non è al primo posto (bensì al secondo, con American Sniper), scalzato dallo strepitoso Mad Max Fury Road di George Miller (anche miglior regista)! Sul terzo gradino del podio si piazza il compianto Manoel de Oliveira con Lo strano caso di Angelica (del 2010!), al quale seguono: Birdman di Inarritu, The Assassin di Hou Hsiao-Hsien (unico asiatico presente), Hard to be a God di Aleksej German, Whiplash di Chazelle, Winter Sleep di Ceylan, Vizio di forma di PTA e Still Life di Pasolini.

EIGA GEIJUTSU TOP TEN 2015

Kono_Kuni_no_Sora-p11. This Country’s Sky (Kono kuni no sora) di Arai Haruhiko (poster accanto)
2. Happy Hour (id.) di Hamaguchi Ryūsuke
3. Gonin Saga (id.) di Ishii Takashi
4. Kabukicho Love Hotel (Sayonara Kabukichō) di Hiroki Ryūichi
5. Three Stories of Love (Koibitotachi) di Hashiguchi Ryōsuke
5. ex-equo Rolling (id.) di Tominaga Masanori
7. Bakuman (id.) di One Hitoshi
8. Fires on the Plain (Nobi) di Tsukamoto Shin’ya
9. Journey to the Shore (Kishibe no tabi) di Kurosawa Kiyoshi
10. Midnight Diner (Eiga Shin’ya shokudō) di Matsuoka Jōji

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Nella sempre “divertente” Worst Ten dei film più brutti dell’anno troviamo invece molti dei bersagli preferiti di Eiga geijutsu, alcuni a ragione, altri per puro pregiudizio. Tra i primi rientra il numero uno del 2015: Harada Masato, con il terribile The Emperor in August, insieme a film esotizzanti che puntano solo ai festival occidentali come Le ricette della signora Toku (5°) di Kawase Naomi e Foujita (9°) di Oguri Kohei. Tra i secondi ci sono autori apprezzati anche da noi come Koreeda Hirokazu, terzo con Little Sister (poster accanto) e Sono Shion, decimo con Love & Peace. Anche Kitano Takeshi  potrebbe rientrare tra questi ultimi, ma il suo film più recente – Ryuzo and the Seven Henchmen – piazzatosi al secondo posto -, è così poco pretenzioso e allo stesso tempo così divertente che quello della rivista è semplice accanimento. Da segnalare anche lo sdoppiamento di personalità dei critici che inseriscono nella Worst Ten due film che compaiono anche tra i migliori: Three Stories of Love (7°) e Journey to the Shore (8°). Completano la classifica gli effettivamente orridi The Big Bee (4°) di Tsutsumi Yukihiko e Galaxy Turnpike (5°) di Mitani Koki.

Mainichi Film Concours 2015

Journey_to_the_Shore-p1Miglior Film:
Three Stories of Love (Koibitotachi) di Hashiguchi Ryōsuke

Menzione speciale: 
Journey to the Shore (Kishibe no tabi) di Kurosawa Kiyoshi (poster accanto)

Migliore regia: Tsukamoto Shin’ya (Fires on the Plan)
Miglior sceneggiatura: Harada Masato (Kakekomi)
Miglior attore: Tsukamoto Shin’ya (Fires on the Plain)
Miglior attrice: Ayase Haruka (Our Little Sister)

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Top (20)14

Anche quest’anno la classifica dei migliori (per me) venti film visti nelle sale italiane nell’anno solare 2014 e la top ten di cinema orientale recuperato nello stesso arco in tempo. In quest’ultimo caso, sono presenti anche pellicole vecchie di 1-2 anni che magari sono state presentate nei festival italiani o in home video quest’anno. Unica grande mancanza da segnalare tra i film usciti in sala e che non sono riuscito a vedere: Adieu au language di Godard.

1 – La storia della principessa splendente di Isao Takahata (Giappone)

the-tale-of-princess-kaguya-2014Il tratto pittorico che richiama l’arte classica giapponese dagli emakimono in poi, una capacità di trasmettere emozioni per immagini unica nel suo genere, un (altro) capolavoro di un regista che ha fatto la storia dell’animazione. Il Taketori monogatari, la più antica storia giapponese tramandata in forma scritta a noi, è un modello di poesia per immagini semplicemente ammaliante che respinge i moduli della fiaba, e il target dei più giovani, con ritmi dilatati, ma capace anche di folgoranti accelerazioni, come nella scena della fuga della principessa, forse la gemma più brillante all’interno di un preziosissimo diadema.

2 – Boyhood di Richard Linklater (Usa)

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Nell’ultimo film di Linklater scorre la Vita con tutta la sua forza, e non solo perchè il regista ha ripreso i suoi attori nell’arco di dodici anni, facendone uno dei più clamorosi esperimenti cinematografici degli ultimi anni. Con l’idea assolutamente vincente di assistere a pochi giorni di ogni anno di vita di ERIC dai 6 ai 18 anni, i grandi eventi, le svolte cruciali, rimangono fuori, solo suggerite, quello che rimane è la semplice quotidianità di una vita qualunque, di un ragazzo qualunque, ma che grazie al potere del cinema diventa uno dei più bei racconti di formazione (alla vita) del nuovo millennio.

3 – The Look of Silence di Joshua Oppenheimer (Indonesia/Dan/Fin/Nor/Gb)

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Oppenheimer ribalta la prospettiva di The Act of Killing, fornendo un contraltare che va a formare un dittico documentaristico essenziale per la Storia e per il documentario dell’ultimo decennio. Qui seguiamo il fratello di una delle vittime del massacro cambogiano, i confronti con gli assassini mettono alla berlina la banalità del male, ma quando si arriva al confronto diretto tra le due parti si raggiunge la tensione dei migliori thriller.

Il-giovane-favoloso4 – Il giovane favoloso di Mario Martone (Italia) – L’operazione è di quelle importanti: portare sullo schermo vita e opere di Giacomo Leopardi non è impresa facile e cadere nel ridicolo involontario sarebbe stato facile. Invece la grande interpretazione di Elio Germano e la regia partecipativa di Martone ci regalano un Leopardi che esce dai libri di testo per farsi carne, immerso nel suo tempo e avanti ad esso, con amicizie, amori e problemi molto umani, ma filtrati da uno spirito eccezionale. Da far vedere nelle scuole, e questa volta non in senso negativo.

12-anni-Schiavo-25 – 12 anni schiavo di Steve McQueen (Usa/Gb) – Il regista inglese fa il grande salto a Hollywood con un tema alla moda (Lincoln, Django UnchainedSelma) e conseguente pioggia di Oscar, ma riesce a mantenere il suo stile al tempo stesso rigoroso e virtuosistico, regalando alcune sequenze da antologia come quella dell’impiccagione. Il realismo della messa in scena e la necessità di mostrare le violenze subite dal protagonista lo hanno fatto accusare di pornografia, io credo che restituiscano efficacemente una vita di soprusi riuscendo a cogliere in alcuni dettagli tutta la drammaticità della condizione degli schiavi. Peccato per il personaggio di Brad Pitt (produttore del film), assolutamente anacronistico e poco credibile.

6 – Si alza il vento di Hayao Miyazaki (Giappone/Ger/Ita/Fra) – Miyazaki si congeda (forse?) dai lungometraggi d’animazione con una delle sue prove più mature, compendio e allo stesso tempo superamento delle sue tematiche tradizionali, nel quale affronta la storia giapponese della prima metà del novecento attraverso gli occhi di un protagonista/alter ego che incarna le sue stesse passioni e regalandoci, infine, la migliore storia d’amore della sua cinematografia con il solito tocco lirico.

7 – Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmush (Usa/Ger/Fra/Gb/Cip) – Bisogna mettere da parte tutto il nostro cinismo contemporaneo per potersi godere il film più coraggiosamente romantico e decadente dell’anno. Con questa storia d’amore tra vampiri secolari ambientata in tempi moderni, Jarmush si fa cantore di un mondo perduto e di passioni fortissime che travolgono lo spettatore.

8 – Lei di Spike Jonze (Usa) – Fiaba futuristica in un mondo color pastello tra Shanghai e Los Angeles. Cos’è l’amore se ci si può innamorare di una voce, per giunta di un computer? Riflessione neanche troppo iperbolica su una società sempre più connessa e sempre più distante. Se suona banale è perché lo è, e per farne un grande film ci vuole infatti tutta la raffinata e contenutissima messa in scena di Spike Jonze e l’ennesimo grande ruolo dell acarriera per Joaquin Phoenix.

9 – Ida di Pawel Pawlikowski (Polonia) – Percorso di formazione duro e straziante nella Polonia di metà novecento. La Fede e la Vita che combattono nel corpo di una (inizialmente ingenua) aspirante monaca. Bianco e nero bellissimo, messa in scena impeccabile e inquadrature rigorose. In alcune momenti si subodora pretenziosità, ma la potenza del racconto ha decisamente la meglio.

10 – Mommy di Xavier Dolan (Canada) – Talento vero quello di Dolan, scoperto buon ultimo anche da me. Un melodramma kitsch e urlatissimo che normalmente mi avrebbe fatto scappare a gambe elevate, nelle mani del giovane regista canadese si trasforma in una storia toccante e profonda, inno alla diversità e all’imperfezione umana, capace di regalare alcuni momenti di grande cinema, grazie a un uso sapiente della musica e alla geniale trovata del cambio di formato.

11 – Il capitale umano di Paolo Virzì (Italia/Fra)
12 – Belluscone. Una storia siciliana di Franco Maresco (Italia)
13- Sils Maria di Olivier Assayas (Francia)
14 – Lo sciacallo – Nightcrawler di Dan Gilroy (Usa)
15 – Nymphomaniac (Vol I+II) di Lars von Trier (Danimarca/Ger/Fra/Bel/Gb)
16 – Maps to the Stars di David Cronenberg (Canada/Usa/Fra/Ger)
17 – The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese (Usa)
18 – Godzilla di Gareth Edwards (Usa/Giap)
19 – Locke di Steven Knight (Gb/Usa)
20 – The Lego Movie di P.Lord & C.Miller (Usa)

Menzioni meritevoli: MudUnder the skin, Due giorni una notte, PasoliniSmetto quando voglio, Dallas Buyers Club, Apes Revolution, Thermae romae, The Congress, Grand Budapest Hotel, Snowpiercer, A proposito di Davis, Guardiani della galassia, L’amore bugiardo – Gone Girl

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TOP 10 ORIENTE

1 – La storia della principessa splendente (Kaguya hime no monogatari) di Takahata Isao (Giappone)

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2 – The Snow White Murder Case (Shirayuki hime satsujin jiken) di Nakamura Yoshihiro (Giappone)

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3 – Fires on the Plain (Nobi) di Tsukamoto Shin’ya (Giappone)

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4 – The Attorney (Byeon-ho-in) di Yang Woo-seok (Corea del Sud)
5 – The Raid 2: Berendal di Gareth Evans (Indonesia)
6 – Why Don’t You Play in Hell? (Jigoku de naze warui) di Sono Shion (Giappone)
7 – Black Coal, Thin Ice (Bai ri yan huo) di Yinan Diao (Cina)
8 – Tamako in moratorium (Moratoriamu Tamako) di Yamashita Nobuhiro (Giappone)
9 – The Terror Live (Deu tae-ro ra-i-beu) di Kim Byeong-woo (Corea del Sud)
10 – Snowpiercer di Bong Joon-ho (Corea del Sud)

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I migliori film giapponesi del 2014

0-5miriposterIl meglio e il peggio dei  film giapponesi dell’annata appena trascorsa con le Best Ten delle due riviste cinematografiche più prestigiose del Sol Levante: Kinema Junpo e Eiga Geijutsu. La prima quest’anno sembra aver voluto (parzialmente) allontanare le accuse di eccessivo conservatorismo premiando film non propriamente mainstream e guardando meno al botteghino. La seconda, come al solito, fa tutto il contrario di quello che dice la storica rivale, tanto che la prima posizione di Kinejun corrisponde alla prima posizione nella Worst Ten di Eigei. E’ da considerarsi quindi un’eccezione quella dello scorso anno, quando le due riviste condivisero ben tre delle loro cinque prime scelte. Quest’anno infatti sono d’accordo su appena due film, uno solo dei quali è di vertice in entrambe: si tratta di 0.5 mm (poster accanto) di Andō Momoko, grazie al quale la protagonista Andō Sakura (sorella della regista) ha vinto il premio per la miglior interpretazione femminile. La Andō può essere così considerata la miglior attrice giapponese contemporanea, avendo vinto negli ultimi cinque anni due volte il premio per miglior attrice e due volte quello come miglior non protagonista. In chiusura troverete anche i premi assegnati dal Mainichi shinbun che confermano sostanzialmente le scelte di Kinema junpo e il dominio anche nei premi collaterali di The Light Shines Only There e 0.5 mm. Spiace siano stati snobbati due ottimi film come Fire on the Plain di Tsukamoto (visto in Concorso a Venezia) che addirittura non ha ancora trovato distribuzione in Giappone e The White Snow Murder Case di Nakamura Yoshihiro (passato all’ultimo FEFF di Udine), il cui protagonista Ayano Gō ha comunque vinto il premio di miglior attore grazie alla sua interpretazione in questo film e in The Light Shines Only There.

KINEMA JUNPO BEST TEN 2014

1. The Light Shines Only There (Soko nomi nite hikari kagayaku) di Oh Mipo

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2. 0.5 mm. (0.5 miri) di Andō Momoko

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3. Pale Moon (Kami no tsuki) di Yoshida Daihachi

Pale Moon

4. Seven Weeks (No no nanananoka) di Obayashi Nobuhiko
5. Our Family (Bokutachi no kazoku) di Ishii Yūya
6. The Little House (Chiisai ouchi) di Yamada Yōji
7. My Man (Watashi no otoko) di Kumakiri Kazuyoshi
8. 100 Yen Love (Hyakuen no koi) di Take Masaharu
9. The Voice of Water (Mizu no koe wo kiku) di Yamamoto Masashi
10. Yukihiko Nishino’s Love and Adventure (Nishino Yukihiko no ai to bōken) di Iguchi Nami
10 ex-equo A Samurai Chronicle (Higurashi no ki) di Koizumi Takashi

the light shines only there_posterMigliore regia: Oh Mipo per The Light Shines Only There (poster accanto)
Miglior sceneggiatura: Takada Ryō per The Light Shines Only There
Miglior attore protagonista: Ayano Gō per The Snow White Murder Case e The Light Shines Only There
Miglior attrice protagonista
: Andō  Sakura per 100 Yen Love & 0.5 mm
Miglior attore non protagonista: Ikematsu Sōsuke per Our Family e altri cinque film (!!!)
Miglior attrice non protagonista: Kobayashi Satomi per Pale Moon
Miglior attore esordiente: Higashide Masahiro per Parasyte e altri due film
Miglior attrice esordiente: Kadowaki Mugi per The Vortex of Love e altri due film

Per quanto riguarda l’interessante Best Ten dei film non giapponesi, la redazione di Kinejun ribadisce ancora una volta il proprio amore per Clint Eastwood, incoronandolo miglior regista e piazzando al numero 1 della classifica il suo Jersey Boys (da noi ignorato dai più), seguito dal bellissimo Boyhood di Richard Linklater e dall’unico film asiatico in classifica: Il tocco del peccato di Zhang Jiangke. Seguono infatti una serie di film hollywoodiani, intervallati da un paio di film d’autore, in questo ordine: La polvere del tempo di Theo Angelopoulos (un film del 2008!), Blue Jasmine di Woody Allen, Interstellar di Nolan, La danza della realtà di Jodorowski, A proposito di Davis dei fratelli Coen, The Wolf of Wall Street di Scorsese e Rush di Howard.

EIGA GEIJUTSU TOP TEN 2014

umi-wo-kanjiru-toki-poster1. Undulant Fever (Umi wo kanjiru toki) di Andō Hiroshi (poster accanto)
2. 0.5 mm. (0.5 miri) di Andō Momoko
3. Living in Sanrizuka (Sanrizuka ni ikiru) di Ohtsu Kōshirō e Shiroshima Haruhiko
4. Drive-in Gamo (Doraibuin Gamou) di Tamura Masaki
5. Telephone Dating Club Cannonball 2013 – The movie (Gekijōban  Terekurakya no shibaru 2013) di Kanpani Matsuo
6. Broken Pieces (Koppa mijin) di Tajiri Yūji
6 ex-equo  The Voice of Water (Mizu no koe wo kiku) di Yamamoto Masashi
8. Au revoir l’été (Hotori no sakuko) di Fukada Kōji
9. Irodo shijūhatte takarabune (id.) di Ikawa Kōichirō
9 ex-equo  Tada’s Do-it-all House: Disconcerto (Mahoro ekimae kyōsō kyoku) di Ohmori Tatsushi

the-world-of-kanako-film-posterNell’immancabile Worst Ten dei film più brutti dell’anno troviamo in gran parte i più belli per la rivista rivale:  detto in apertura del primo posto di The Light Shines Only There, ci sono anche My Man al 2°, Pale Moon al 5°, The Little House al 6° e A Samurai Chronicle al 7°. Mancano “stranamente” quest’anno registi solitamente indigesti a Eiga geijutsu come Sono Shion e Takashi Miike, ma troviamo comunque registi da esportazione come Nakashima Tetsuya al 2° posto con The World of Kanako (poster accanto) e Kawase Naomi al 10° con Still the Water (presentato a Cannes), oltre al discusso e discutibile The Eternal Zero di Yamazaki Takashi, vincitore al Far East di Udine 2014, al 7° posto. Completano una classifica ricca di ex equo: Cape Nostalgia di Narushima Izuru al 2° e The Vortex of Love di Miura Daisuke al 7°.

Mainichi Film Concours 2014

My_Man-p2Miglior film:
My Man (Watashi no otoko) di Kumakiri Kazuyoshi (poster accanto)

Menzione speciale:
The Light Shines Only There (Soko nomi nite hikari kagayaku) di Oh Mipo

Miglior regista: Oh Mipo (The Light Shines Only There)
Miglior sceneggiatura: Andō Momoko (0.5 mm)
Miglior attore: Ayano Gō (The Light Shines Only There)
Miglior attrice: Andō  Sakura (0.5 mm)

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TOP (20)13

Le regole sono le solite, nella classifica troverete solo film usciti regolarmente nelle sale italiane nell’anno solare 2013. Per quanto riguarda i film orientali, sono considerati tutti quelli usciti nel 2013 o visti nei festival nel corso dell’anno (per questo troverete anche pellicole del 2012). Ho tolto la classifica dei film italiani perché fare una top ten su un campione di una dozzina di film mi sembrava poco professionale, i più belli li troverete comunque in quella generale.

Doveroso come sempre ricordare quei film che per un motivo (scarsa distribuzione) o per l’altro (pigrizia) non sono riuscito a vedere, ma che avrebbero potuto trovare posto in classifica e che mi prefiggo di recuperare: La vita di Adele, Lincoln, The Act of Killing, In Another Country, Qualcosa nell’aria, Lo sconosciuto del lago

1. La grande bellezza di Paolo Sorrentino (Italia/Francia)

La_grande_bellezzaIl capolavoro (non il primo) di Paolo Sorrentino che trova ancora una volta in un eccezionale Toni Servillo il suo alter ego perfetto, per un racconto potentissimo, ondivago e frammentario, dagli echi felliniani spiccati. Con una regia virtuosistica e quasi barocca il regista partenopeo firma infatti il suo 8 e mezzo, aggiornando il discorso sulla crisi artistica e esistenziale ai tempi del vuoto pneumatico dei festini e del bunga bunga.

2. Django Unchained di Quentin Tarantino (Usa)

django-unchained-1Dopo Bastardi senza gloria, Tarantino riscrive la storia un’altra volta, per quello che più che un omaggio allo spaghetti western (solo nominale) è una rutilante avventura che mischia nel solito calderone tarantiniano il revenge movie ai miti nordici. Una prima parte che riesce a essere una riflessione intelligente sullo schiavismo e la seconda che diventa un tesissimo e spassoso dramma da camera sorretto da un sontuoso Di Caprio. Forse una gradino sotto il suo lavoro precedente, con qualche lungaggine di troppo e alcune scelte gratuite, ma Tarantino rimane il solito straordinario rimasticatore di generi e influenze, in grado di dar vita a un universo filmico unico nonostante i ventennali tentativi di imitazione.

3 – Gravity di Alfonso Cuaron (Usa/Gran Bretagna)

gravity-movieNessuno era riuscito a immergere lo spettatore in una esperienza visiva e sensoriale così potente come nel dramma spaziale di Cuaron. 3D ai suoi massimi livelli e storia ad alto tasso simbolico per una Sandra Bullock che ci mette anima e corpo. Due ore serratissime di pura claustrofobia e sincero senso di stupore. Qualche inverosimiglianza e una sottotrama drammatica debole non tolgono poi molto a quello che è già un classico del genere.

spring-breakers4 – Spring Breakers di Harmony Korine (Usa) – Il film più provocatorio dell’anno e anche uno dei più difficili di cui parlare. Korine adotta una geniale scelta di casting e abbraccia senza apparenti rimorsi l’estetica videoclippara e i simboli adolescenziali, incarnati dal personaggio di James Franco (protagonista di uno dei migliori monologhi della stagione), per un ritratto generazionale iperrealista . Scena cult da consegnare agli annali: Everytime di Briney Spears suonata al pianoforte da Franco mentre le quattro protagoniste ballano con il passamontagna rosa fluo imbracciando Kalashnikov.

amore-carne5 – Amore Carne di Pippo Delbono (Italia/Svizzera) – Pippo Delbono è uno dei più apprezzati autori e interpreti teatrali italiani…ma gli italiani non lo sanno. Da una decina d’anni porta avanti una sua personalissima ricerca cinematografica, fatta di tecnologia rigorosamente low budget (qui gira con il telefonino) in una sorta di docu-fiction nella quale si mette completamente a nudo di fronte alla telecamera. Pervaso dall’aleggiare costante della Morte, Amore Carne è una lirica e commovente riflessione sulla Vita.

venere-in-pelliccia6 – Venere in pelliccia di Roman Polanski (Francia/Polonia) – La fascinazione per un cinema di impostazione teatrale ha radici lontane per Polanski, ma mai erano scoperte come in questo caso. Non è un problema, perché come nel precedente Carnage, l’aria che si respira è quella di puro Cinema. La classe registica dell’autore polacco rimane cristallina anche a 80 anni con un testo intelligentissimo, un gioco di ruoli e di maschere sorprendente e due attori in stato di grazia.

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7 – Looper di Rian Johnson (Usa) – Uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni che gioca con i paradossi temporali  partendo da una premessa intrigante. Bruce Willis sembra tornare a impersonare il suo personaggio da L’esercito delle 12 scimmie e rende esplicito l’omaggio ai film di serie B, richiamati nelle ottime sequenze d’azione. Peccato per la svolta “sovrannaturale” della seconda parte che stona un po’ con il resto, ma la parabola di Joseph Gordon-Lewitt è di quelle che appassiona e pone intricati dilemmi morali, tipici della fantascienza “impegnata”.

iltoccodelpeccato8 – Il tocco del peccato di Jia Zhang-ke (Cina/Giappone) – Il tono naturalistico di Still Life rimane inalterato, così come la struttura episodica, gli intrecci narrativi e un affetto “distaccato” per i suoi personaggi. Quello che Jia aggiunge, qui in forma esplicita (soprattutto nel primo episodio), è la violenza che scaturisce dalla perdita d’umanità in storie ambientate in un paesaggio rurale o periferico, dove il capitalismo “alla cinese” sembra aver spazzato via qualsiasi senso di solidarietà in cambio di un’illusoria forma di modernità, fatta di palazzoni grigi e club kitsch. Splendida Tao Zhao.

zero-dark-thirty9 – Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow (Usa) – Rigorosa e maschiaccia come la sua splendida protagonista Jessica Chastain, la Bigelow realizza uno dei più importanti film sulla guerra in Afghanistan. L’approccio è realistico e quasi da entomologa, interessata com’è a scavare nella psicologia del personaggio principale più che a mostrare la guerra, anche se la sequenza dell’operazione finale ripaga di tutta la stasi precedente ed è da antologia. Riflessione stratificata e lontana da facili polarizzazioni sull’America e la “guerra al terrore”, è uno dei più straordinari ritratti femminili degli ultimi anni.

SacroGRA10 – Sacro GRA di Gianfranco Rosi (Italia) – Dopo vent’anni un film italiano vince il Leone d’oro. Questo film, tra l’altro, è un documentario. Le due cose sono già importanti di per se. Rosi non racconta Roma, non racconta il GRA, ma lo utilizza come pretesto, come collante per raccontare una serie di vite “periferiche”, tutte ai margini (del GRA, della società) e variamente sconnesse dalla realtà. Interessante riflessione sulla natura stessa del documentario e sulla sua componente inevitabilmente fiction.

11 – Holy Motors di Leon Carax (Francia/Germania) – Il commento migliore sarebbe: WTF!?!? In realtà quella di Carax è una chirurgica e sistematica decostruzione della realtà e del cinema contemporaneo: le macchine hanno preso il sopravvento e parlano, noi ci limitiamo a impersonare la parte che ci viene affidata di volta in volta. Alcuni “episodi” sono di folgorante genialità (Monsieur Merde), altri di pura bellezza (il motion capture).

12 – The Master di Paul Thomas Anderson (Usa) – L’ultima interpretazione con la quale ricorderemo Phillip Seymour Hoffman sarà questa, il rapporto fra il suo personaggio e quello di Joaquin Phoenix costituisce uno dei legami umani più forti e complessi visti in questa stagione cinematografica. Come spesso in P.T.Anderson, il film emana un fascino potente e misterioso grazie a una narrazione ellittica e non-detti più potenti di mille parole. Leone d’argento e meritata doppia Coppa Volpi ai due protagonisti.

13 – La mafia uccide solo d’estate di Piefrancesco Diliberto (Italia) – Un esordio alla regia non esente da difetti, ma che riesce nell’impresa per niente facile di realizzare una commedia compiuta, nella quale il solito personaggio stralunato di Pif porta tutta la sua ingenua comicità sul grande schermo, riuscendo al tempo stesso a toccare temi altamente drammatici, senza banalizzarli o mancargli di rispetto, per un film che è soprattutto un monito a non dimenticare.

14 – Pacific Rim di Guillermo Del Toro (Usa) – La realizzazione di un sogno – quello di vedere uno scontro tra robottoni e mostri giganti –  che diventa realtà grazie all’estro visionario di Del Toro. Al cinema è tifo da stadio. Certo, si sperava – almeno io – in un contorno un po’ più epico e serioso e non in un aggiornamento di Indipendence Day, ma va bene così. Il film caciarone dell’anno.

15 – Come un tuono di Derek Cianfrance (Usa) – Cianfrance è uno degli ultimi registi a girare cinema “classico”, non ha paura di sporcarsi le mani col melò e di entrare nel cuore pulsante nei sentimenti, dove il rischio dell’eccessiva enfasi è sempre dietro l’angolo. E invece questa sorta di tragedia greca divisa nettamente in tre atti penetra prepotentemente nell’animo dello spettatore, con un ultimo atto che è anche il meno riuscito ma, forse, il più necessario.

16 – Prisoners di Denis Villeneuve (Usa) – Meno potente della sua opera precedente La donna che canta, ma comunque parecchio avanti rispetto alla media dei thriller hollywoodiani. Potrebbe costituire un bel dittico con lo Zodiac di Fincher: stessi ritmi dilatati, stesso Jake Gyllehnaal tormentato (qui in versione detective), stessi dilemmi morali che sconvolgono la vita dei “buoni” e fanno ragionare lo spettatore.

17 – Miss Violence di Alexandros Avranas (Grecia) – Senza Larantimos (Dogtooth) non ci sarebbe stato Avranas e, come per il primo, il sospetto di pretenziosità è alto, ma se questi film vengono dalla Grecia un motivo ci dovrà pur essere. Sicuramente è il film del 2013 che più prende a calci e pugni lo stomaco dello spettatore. Decisamente sconsigliato alle anime candide.

18 – La fine del mondo di Edgar Wright (Gran Bretagna) – Per chiudere la mitica trilogia del cornetto che ha riscritto i termini della parodia di genere intelligente, Wright, Simon & Pegg scelgono la fantascienza anni ’50 che si insinua in una sessione di pub crawling tra vecchi amici. Divertente, a tratti geniale (la “starbuckizzazione” è un termine che uso tutt’ora), vede un cast affiatatissimo prima ragionare sui sogni infranti e l'(im)possibilità di crescere per poi diventare uno sboccatissimo inno ai perdenti, rivendicando con orgoglio tutte le nostre umanissime imperfezioni.

19 – Cloud Atlas dei Fratelli Wachowski & Tom Tykwer (Usa/Ger/Sin/HK) – Altro film imperfetto ma affascinante, smaccatamente popolare ma molto ambizioso nella sua costruzione corale che spazia tra i secoli. Alcuni segmenti posseggono un innegabile fascino visivo come quello futuristico (anche se totalmente derivativo, a partire dal loro Matrix).

20 – Il grande e potente Oz di Sam Raimi (Usa) – C’è poco da fare, adoro Raimi e lo spirito con cui approccia i film. Qui forse il tono tende troppo al fanciullesco, ma la giocosità (e la gioiosità) con la quale il regista di La Casa mette in scena il regno di Oz è contagiosa. Un’avventura pirotecnica che corre veloce tra scenografie ammalianti, nella quale siamo portati per mano da quella splendida faccia da schiaffi di James Franco.

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TOP 10 ORIENTE

1- Si alza il vento (Kaze tachinu) di Miyazaki Hayao (Giappone)

 

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2 – ‘Til Madness do us Part (Feng ai) di Wang Bing (Cina)

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3 – Lethal Hostage (Bian jing feng yun) di Cheng Er (Cina)

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4 – Il tocco del peccato (Tian zhi ding) di Jia Zhang-ke (Cina)
5 – The Last Supper (Wang de Shengyan) di Lu Chuan (Cina)
6- The Kirishima Thing (Kirishima, bukatsu yameru tte yo) di Daihachi Yoshida (Giappone)
7 – Stray Dogs (Jiao you) di Tsai Ming-liang (Taiwan)
8 – Key of Life (Kagi dorobo no mesoddo) di Kenji Uchida (Giappone)
9 – New World (Sin-se-gae) di Park Hoon-jung (Corea del Sud)
10 – Tai Chi Hero di Stephen Fung (Hong Kong)

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I migliori film giapponesi del 2013

Gennaio, tempo di classifiche anche per il Giappone, ecco quindi arrivare puntuali le Best Ten stilate dalle due principali riviste di cinema nipponiche sul meglio (e il peggio) cinematografico dell’annata appena trascorsa. Ripeto come sempre l’avviso che può spiegare – gusti a parte – molte delle differenze tra le due: Kinema Junpo è una rivista più conservatrice e attenta ai grandi nomi, mentre Eiga Geijutsu tende a privilegiare produzioni indipendenti e nuovi talenti.

Detto ciò bisogna però constatare come quest’anno le due classifiche siano sorprendentemente simili, almeno nella parte alta, tanto da condividere tre delle prime cinque scelte e incoronando – evento abbastanza raro – il medesimo film come miglior opera del 2013, si tratta di: Pekorosu no haha ni ai ni iku dell’87enne Morisaki Azuma, mentre le altre due scelte comuni sono The Great Passage di Ishii Yuya e Backwater di Aoyama Shinji. A conferma di ciò, anche i prestigiosi Mainichi Film Award – che troverete in fondo all’articolo – hanno premiato proprio questi tre film nelle loro categorie principali.

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Il primo è la storia autobiografia dell’autore del manga (da cui è tratto il film stesso) che si prende cura della madre affetta da Alzahimer e fa piacere vedere un regista dalla carriera quasi cinquantennale come Morisaki ricevere finalmente il suo primo importante riconoscimento. The Great Passage parte da una premessa davvero poco attraente (un timido ragazzo viene messo a capo della compilazione di un nuovo dizionario), rivelandosi invece un film ricco di interesse e molto coinvolgente. Non ha invece bisogno di presentazioni Aoyama, famoso soprattutto per il suo Eureka, che con Backwater mette in scena un cupo e violento melodramma famigliare ambientato negli anni ’80.

La domanda che più affligge quando si leggono queste classifiche è sempre la stessa: speranze di vederli al cinema? Quasi nulle, ovviamente! Miyazaki uscirà nelle sale italiane a marzo dopo il passaggio a Venezia, c’è poi qualche possibilità anche per il film d’animazione di Takahata. Per gli altri invece bisogna stare attenti ai programmi dei festival: film come The Great Passage, Backwater e Tamako in Moratorium hanno buone possibilità di essere selezionati da un festival come il FEFF di Udine, mentre l’opera di Koreeda è già passata in vari festival europei ed è disponibile in dvd UK.

Qui le classifiche del 2012, 20112010

KINEMA JUNPO BEST TEN 2013

1. Pecoross Goes to Meet a Mother (Pekorosu no haha ni ai ni iku) di Morisaki Azuma

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2. The Great Passage (Fune wo amu) di Ishii Yuya

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3. The Devil’s Path (Kyouaku) di Shiraishi Kazuya

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4. The Tale of Princess Kaguya (Kaguyahime no monogatari) di Takahata Isao
5. Backwater (Tomogui) di Aoyama Shinji
6. Like Father, Like Son (Soshite chichi ni naru) di Koreeda Hirokazu
7. The Wind Rises (Kaze tachinu) di Miyazaki Hayao
8. The Ravine of Goodbye (Sayonara Keikoku) di Omori Tatsushi
9. Tamako in Moratorium (Moratoriamu Tamako) di Yamashita Nobuhiro
10. Flash Back Memories 3D (Furasshu bakku memoriizu 3D) di Matsue Tetsuaki

The_Great_Passage_PosterMiglior regia:  Ishii Yuya per The Great Passage
Miglior sceneggiatura: Arai Haruhiko per Backwater
Miglior attore protagonista: Matsuda Ryuhei per The Great Passage
Miglior attrice protagonista: Maki Yoko per The Ravine of Goodbye, Like Father Like Son, Suuchan Maichan Sawakochan
Miglior attore non-protagonista: Lily Franky per Like Father Like Son, The Devil’s Path
Miglior attrice non-protagonista: Tanaka Yuko per Hajimari no michi, Backwater
Miglior attore emergente: Yoshioka Tatsuki per Shonen H
Miglior attrice emergente: Kuroki Haru per The Great Passage, ecc…

Come sempre Kinema Junpo stila anche una classifica dei dieci miglior film non giapponesi (se alcuni titoli vi sembrano vecchi avete ragione, è colpa dell’imperscrutabile distribuzione nipponica) nella quale al primo posto troviamo Amour di Michael Haneke che finisce così il giro del mondo dei premi. Al secondo posto c’è Gravity di Alfonso Cuaron che vince anche il premio per miglior regista straniero, mentre sul terzo gradino del podio si piazza Hannah Arendt di Margarethe Von Trotta (film tedesco del 2012, inedito da noi). Seguono le uniche due pellicole non “occidentali” in classifica, ovvero il taiwanese Warriors of the Rainbow di Wei Te-sheng (passato a Venezia nel 2011) e il bellissimo Three Sisters di Wang Bing (mio film orientale preferito lo scorso anno). A seguire: Holy Motors, Vita di Pi, The Master, Tabu (inedito da noi), Il figlio dell’altra.

Eiga Geijutsu – Top Ten 2013

backwater_loc1. Pecoross Goes to Meet a Mother (Pekorosu no haha ni ai ni iku) di Morisaki Azuma
2. Backwater (Tomogui) di Aoyama Shinji
3. The Great Passage (Fune wo amu) di Ishii Yuya
4. The Vortex of Love (Koi no uzu) di Ohne Hitoshi
4 ex equo. There’s Nothing to be Afraid of (Nani mo kowai koto wa nai) di Saito Hisashi
6. Tamako in Moratorium (Moratoriamu Tamako) di Yamashita Nobuhiro
7. Real (Kanzen naru kubinagaryu no hi) di Kurosawa Kiyoshi
8. Flash Back Memories 3D (Furasshu bakku memoriizu 3D) di Matsue Tetsuaki
8 ex equo. A Story of Yonosuke (Yokomichi Yonosuke) di Okita Shuichi
10. The Tale of Princess Kaguya (Kaguyahime no monogatari) di Takahata Isao
10 ex equo. A Woman and the War (Senso to hitori no onna) di Inoue Jun’ichi

tokyo-family-movie-posterNella divertente Worst Ten dei film più brutti dell’anno, troviamo alcuni dei bersagli preferiti della rivista, che sono, guarda caso, anche i registi più esportati all’estero: al primo posto c’è infatti Yamada Yoji con Tokyo Family (probabilmente punito per essere il “blasfemo” remake dello storico Tokyo monogatari di Ozu), seguito da Hayao Miyazaki con The Wind Rises e Why Don’t you Play in Hell? di Sono Shion (che lo scorso anno occupava i primi due posti di questa classifica!). C’è spazio ovviamente anche Koreeda Hirokazu, sesto con Like Father, Like Son e per Miike Takashi, al nono posto con Shield of Straw. E’ curioso infine notare come ci sia un film presente in entrambe le classifiche (!?!?): è A Woman and the War  al decimo posto sia dei migliori che dei peggiori film giapponesi dell’anno.

Mainichi Film Award 2013

Miglior film: The Great Passage (Fune wo amu) di Ishii Yuya
Menzione speciale: Pecoross Goes to Meet a Mother (Pekorosu no haha ni ai ni iku) di Morisaki Azuma
Miglior regista: Ishii Yuya (The Great Passage)
Miglior sceneggiatura: Aoyama Shinji (Backwater)
Miglior attore: Matsuda Ryuhei (The Great Passage)
Miglior attrice: Akagi Haeru (Pecoross Goes to Meet a Mother)

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FEFF 15 – Speciale_Giappone

feff_maruyamaMaruyama, the Middle Schooler di Kudo Kankuro
Chugakusei Maruyama, Giappone, 2013, 120 min. 
voto: ★★/4

Non poteva mancare anche quest’anno la commedia demenziale giapponese, pregna di cultura pop e comicità non-sense. In verità di pellicole di questo tipo ce n’erano più d’una – su tutte, It’s me, it’s me del grande Miki Satoshi – anche troppe a parere di chi scrive, col rischio di monopolizzare la pattuglia nipponica, minimizzando l’estrema varietà della sua cinematografia. Kudo, attore, sceneggiatore e regista alla sua terza prova, parte da uno spunto decisamente bizzarro: il suo protagonista, lo studente delle medie Maruyama, ha come obiettivo nella vita quello di riuscirsi a leccare la punta del pene. Per questo entra nel club di wrestling della scuola e si allena costantemente, giorno e notte, ovunque si trovi, per il raggiungimento di questo ambito traguardo. A fare da corollario una famiglia – e dei vicini – ognuno con le proprio stranezze, per una serie di sotto-trame tra le quali spicca quella della madre, la quale cerca impunemente di sedurre l’elettricista, una volta star di telefilm coreani. C’è anche una cornice blandamente da “giallo” con un misterioso assassino che uccide tutti i criminali della zona.

Non si può dire che Kudo pecchi di fantasia e anzi eleva questo elemento a filosofia di vita, spingendo il suo protagonista a elaborare gli scenari più assurdi che poi gli permetteranno di “trovare la verità” (e al pubblico di ridere di gusto). Il regista infatti azzecca spesso trovate paradossali e divertenti, condendo il tutto di citazioni assortite tra le quali la mia preferita è sicuramente quella dedicata a Kozure okami, ovvero lo stupendo manga (e serie tv, e film) di Lonewolf & Cub. L’accumulo di situazioni in formato sketch vanno però a ingolfare la storia principale – essa stessa solo un pretesto – finendo con lo spezzettare il ritmo della pellicola, rallentata ulteriormente dalla ripetitività di alcune trovate, soprattutto nel finale (due ore sono decisamente troppe per una commedia del genere).

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Il motivo principale che non eleva il film di Kudo oltre la medietà, oltre al soggettivo gusto comico, non proprio per tutti, è che l’apparente genialità di molte gag rientra in realtà in una sorta di “follia controllata” ben assorbita dal cinema di genere giapponese, dimostrando come non basti assemblare insieme un certo numero di idee strambe per farne un buon film. Con una, spero perdonabile, semplificazione sociologica si può supporre che questo genere di cinema proliferi laddove una società estremamente rigida sente il continuo bisogno di sfogare e esorcizzare le proprie stranezze, attraverso la forza dirompente della fantasia. Non a caso le situazioni comiche di Maruyama, the Middle Schooler, partono proprio dalla quotidianità di un gruppo di personaggi che vivono in un normalissimo complesso residenziale. Effetto positivo di questo sdoganamento dei tabù nipponici al cinema, è quello di poter trattare con estremo tatto e senza alcuna malizia temi che, se rappresentati in Italia, provocherebbero uno scandalo di proporzioni epiche; si guardi su tutti il “fidanzamento” tra la sorellina di 10 anni del protagonista con il nonno affetto da Alzheimer di un altro personaggio che, in una delle scene migliori del film in piano sequenza, ritrova se stesso in uno sgraziatissimo concerto punk-rock. Un romanzo di formazione a tratti originale e spesso divertente, ma troppo sfilacciato narrativamente e poco compiuto dal lato tecnico.

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The Complex di Nakata Hideo
Kuroyuri danchi, Giappone, 2013, 106 min.
voto: ★★/4

Cosa aspettarsi dal nuovo lavoro di Nakata Hideo, uno dei padri fondatori del j-horror che a cavallo tra gli anni novanta e il duemila ha invaso anche le nostre sale, contribuendovi con lavori seminali e influenti quali Ringu e Dark Water? Dopo l’omaggio del 2007 all’horror tradizione di Kaidan e l’incursione nel mondo degli adattamenti con L: Change the world, Nakata torna nel territorio a lui più congeniale, rifacendosi a quegli stilemi, ostinatamente e forse fuori tempo massimo, come il sodale Shimizu Takashi (il quale, però, almeno ha sperimentato le possibilità delle tre dimensioni con gli ultimi The Shock Labyrinth e Tormented). The Complex si inserisce in quel filone caro ai giapponesi dell’horror psicologico, dove quindi lo spettatore non deve aspettarsi i classici spaventi preconfezionati hollywoodiani, quanto piuttosto angoscia e tensione che serpeggiano nel non-visto e nei traumi passati dei protagonisti.

In questo senso il film di Nakata riesce anche ad essere efficace, soprattutto nella prima parte, quando la spaventata Asuka (Maeda Atsuko), appena trasferitasi con la famiglia nel “Complesso popolare del Giglio nero” (traduzione del titolo originale ed edificio che ricorda quello del già citato Dark Water), scopre con orrore la morte dell’inquietante vicino di casa; una scena di notevole tensione (pur senza essere spaventosa nel senso classico del termine)  anche grazie ad una illuminazione affidata al solo cellulare della ragazza. Dopo questo avvenimento la salute mentale di Asuka diverrà sempre più instabile, ossessionata dal senso di colpa e convinta di essere perseguitata dallo spirito dell’uomo morto. A cercare di aiutarla nel venire a capo della vicenda ci sarà Sasahara (Narimiya Hiroki), un ragazzo di un’agenzia di pulizie, anche lui con alcuni scheletri nell’armadio. Nakata nella prima ora semina con perizia una serie di elementi vagamente inquietanti per poi adoperare il più classico dei ribaltamenti narrativi all’insegna del “nulla è come sembra”, un altro dei topoi di questo genere. La strana routine della famiglia ogni mattina, l’incubo ricorrente della protagonista, il bambino che gioca da solo nel parco, sono espedienti non originali, ma che comunque contribuiscono a costruire l’atmosfera e coinvolgere lo spettatore.

feff_complex2Il problema sta però nel maneggiamento della materia più propriamente horrorifica che avviene, e non è la prima volta, in maniera scontata, rischiando a più riprese il ridicolo involontario (centrandolo in pieno in almeno una sequenza), minando per buona parte le promettenti premesse e adagiandosi su cliché risaputi per chi mastica il genere. Le scelte estetiche che Nakata adotta in questa seconda parte sono però interessanti da analizzare, perché possono in qualche modo chiarire gli intenti del regista o, almeno, le sue fonti d’ispirazione. La fotografia “acquosa” che privilegia colori primari molto netti, è infatti un esplicito omaggio a tutto l’horror nipponico degli anni Sessanta e Settanta, con in testa Nakagawa Nobuo e il suo capolavoro Jigoku. Una scelta curiosa che vuole richiamare pellicole che facevano di quelle luci fortemente anti-naturalistiche un punto fermo da cui creare un Altro-mondo onirico e spaventoso, puntando proprio sulla costruzione dell’atmosfera, in mancanza degli adeguati effetti speciali. Un’interpretazione che sembra confermata anche dalla scena (non così riuscita) dell’esorcismo, che inserisce una nota arcaica e di folklore in un film fino ad allora perfettamente moderno, anche se qui la tecnologia viene lasciata stare. Forse The Complex è il tentativo da parte di Nakata di fondere gli stilemi delle due più prolifiche stagioni dell’horror in Giappone, ma corre il rischio di passare per poco più di uno sterile omaggio.

EDA

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FEFF 15 – Speciale_Hong Kong

Vitale come al solito, ma minacciata in maniera sempre maggiore dall’industria della Cina continentale, il cinema di Hong Kong si presentava  a Udine con ben 9 film (2 co-produzioni) ripartiti tra i generi più rappresentativi dell’ex-colonia (film in costume, action, polizieschi), oltre ad un interessante programma dedicato a cortometraggi di registi esordienti. Le due pellicole che ho visto partivano dai migliori presupposti: un action fracassone di Andrew Lau e l’attesa conclusione della quadrilogia di Ip Man. Entrambi però si sono rivelate mezze – o intere – delusioni. Di seguito i perché:

feff_guillotinesThe Guillotines di Andrew Lau
Huet Dik Tsi, Hong Kong, 2012, 112 min.
voto: ★/4

Nell’epoca Qing le “Ghigliottine” sono un’unità speciale dell’esercito, chiamata ad entrare in azione nelle operazioni più difficili avvalendosi di particolari armi (sorta di frisbee taglienti dotati di lame rotanti; una cosa parecchio kitsch ma piuttosto figa). Il gruppo è chiamato ad un’ultima missione per catturare e uccidere l’eretico”Lupo” e il suo gruppo che combatte contro l’Autorità. Le Ghigliottine devono fare però i conti anche con l’arrivo della polvere da sparo e dimostrare di poter essere ancora utili alla causa. In realtà l’unica scena fracassona è quella d’apertura del film, utile a giustificare l’uso del 3D e null’altro. Da lì la discesa è costante: le scene d’azione sono limitate in favore di un plot dall’alto tasso moraleggiante e melodrammatico che tocca il punto più basso nella seconda parte, quando si concentra sulla figura di “Lupo”, un criminale che richiama nell’aspetto Gesù e che ha creato una sorta di comune dove vivono tutti felici e contenti come neanche nei peggiori spot Mulino Bianco. Il film di Lau ha ambizioni da kolossal, ma l’estetica è banale non spiccando mai a livello visivo  per originalità o potenza, tanto da rendere piatta anche una scena potenzialmente epica come il “bombardamento” sul finale. Ancora peggio va dal punto di vista narrativo, dove le velleità storiche si spengono su una storia manichea e personaggi stereotipati e privi di vita, verso i quali è difficile provare interesse anche perchè Lau si prende tremendamente sul serio, e dell’auto-ironia non c’è traccia. Così risultano quasi ridicoli i percorsi di presa di coscienza che attraversano un paio dei protagonisti, con una rappresentazione del Bene e del Male senza sfumature dove il Potere, cieco e insensibile a tutto, cerca di mantenere lo status quo. Ma davvero c’è modo e modo di trattare le cose e The Guillotines non riesce a soddisfare neanche i palati meno raffinati, in cerca di un pò d’azione.

feff_ipman3Ip Man – The Final Fight di Herman Yau
Yip Man – Jung Gik Yat Jin, Hong Kong, 2013, 102 min.
voto: ★★/4

Di nuovo Herman Yau al timone (aveva girato il prequel nel 2010) e cambio di protagonista (qui Anthony Wong, dopo essere stato interpretato da Donnie Yip e Tony Leung) per l’ultimo capitolo della saga dedicata alla rocambolesca vita del “maestro di Bruce Lee” (vagamente schernito tra l’altro in una delle ultime sequenze). Nonostante una fastidiosa patina nazionalista e vagamente revisionista, i primi due avevano il pregio di essere tra le cose migliori viste negli ultimi tempi dal punto di vista di coreografie e scene di combattimento,  ma chi si aspettava da The Final Fight un more of the same rimarrà deluso. Il Maestro, non più giovane, si è trasferito a Hong Kong dove insegna il wing chun in cambio di un tetto e un pasto caldo. Riluttante a menare le mani, è più propenso a fornire ai suoi allievi regole per una condotta di vita retta. Ne viene fuori un appassionato – ma scollacciato – ritratto della Hong Kong degli anni 50 e 60, dei suoi umori e delle sue atmosfere, mettendo in evidenza i cambiamenti sociali in atto nel periodo, richiamando idealmente la crisi attuale. La cosa sorprendente è la scelta da parte di Yau di accantonare le parti di combattimento in favore di un taglio melodrammatico venato di nostalgia, concentrandosi sulle varie difficoltà economiche (e non) della famiglia allargata formatasi attorno a Ip Man, rappresentato invece come umile e dimesso maestro di vita. Tra i vari side-plot il più convincente è quello che vede coinvolto un poliziotto, inizialmente allievo di Ip e poi passato a libro paga del boss locale, il “Dragone”, con il quale avverrà il final fight del titolo, in una scena però che non spicca particolarmente. Questo accantonamento, che riduce le sequenze d’arti marziali a 3-4 in tutto, è ancora più strano se si pensa che gli spunti in questo senso vengono forniti dal film stesso per poi essere lasciati languire o abbandonati del tutto. In alcuni casi risultano addirittura inutili dal punto di vista dell’economia narrativa (le dimostrazioni sindacali) o pretestuosi: il tifone voleva avere valore simbolico o richiamare un evento reale? Usato come ha fatto Yau lo rende un, neanche così incisivo, elemento coreografico. Una scena come quella della “danza del dragone”, dove coppie di combattenti sono chiamate a confrontarsi in bilico siu dei pali di legno, non è stata sfruttata se non in misura davvero minima, a conferma che di questo biopic action, a Yau la seconda parte interessasse davvero poco. Ci sono poi alcune ingenuità palesi che rendono la storia di Ip prossima all’agiografia, come la relazione con la moglie, quella – sin troppo platonica – con la cantante o l’induzione “forzata” da parte di quest’ultima all’uso dell’oppio. Il ritratto di una Hong Kong crepuscolare è quindi sì compiuto e a tratti anche efficace, ma lascia l’amaro in bocca per tutti gli elementi disseminati e non raccolti, non concretizzando mai le aspettative che si erano venute a creare.

P.S.: Ip Man – The Final Fight è però evidentemente piaciuto parecchio al pubblico, dato che si è classificato terzo per la giuria popolare che contraddistingue il FEFF.

 EDA

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