La Passione (Carlo Mazzacurati) **½ /4

Italia, 2010, 106 min.

L’ultimo film di Mazzacurati, dopo l’ottimo La giusta distanza, è una commedia agrodolce, nella quale Gianni Dubois (Silvio Orlando), un regista di mezza età in perenne crisi di idee, rimasto senza girare un film per cinque anni, deve rimandare ulteriormente i suoi sogni di gloria (nonostante una succulenta proposta all’orizzonte) quando si trova di fronte a una situazione imprevista; quella che a prima vista sembra una tremenda scocciatura. Viene infatti urgentemente richiamato in Toscana, dove scopre che la sua abitazione, non a norma, ha danneggiato un antico affresco. Viene perciò simpaticamente ricattato dal sindaco del paesino (Stefania Sandrelli) con la proposta di pagare i danni dirigendo la rappresentazione della Passione di Cristo, per anni orgoglio della comunità. Partono quindi i tragicomici e frettolosi preparativi per la realizzazione della Via Crucis (sia letterale, che per gli sforzi richiesti a metterla in scena), tra disavventure di vario genere e fantasie di film (im)possibili, sullo sfondo della placida vita di questo borgo toscano, isolato dal mondo “civile”, dove per chiamare col cellulare bisogna fare la fila nell’unico punto dove c’è campo.

Silvio Orlando, dopo Il caimano, si cala senza difficoltà nel ruolo di un altro perfetto perdente, svogliato, afflitto, senza una vita privata, alla (blanda) ricerca di rivalsa. Il suo personaggio permette tra l’altro a Mazzacurati di far riflettere indirettamente sul duro sistema cinematografico italiano, nel quale registi non più giovani continuano a non trovare spazio e, costretti a lottare con produttori inflessibili, devono assecondare la divetta di turno proveniente dalla televisione (qui interpretata da Cristiana Capotondi) pur di tornare a girare. Il regista non risparmia inoltre tante piccole frecciatine a un Italia mediocre tanto in città quanto in provincia dove, magari banalmente, gli unici personaggi “puri” sono una straniera e un ladro.

Anche il resto del cast, dal quale spuntano altri nomi noti come Battiston, Smutniak e Guzzanti, fornisce una buona prova, ma la caratterizzazione, uno dei difetti principali del film, è piuttosto grossolana. Ne emergono infatti personaggi ridotti a poco più che macchiette, delle figurine bidimensionali come i loro epigoni in questa versione paesana della Passione. In particolare Guzzanti (tornato al cinema dopo il divertente ma sfilacciato Fascisti su marte) nel ruolo di un enfatico weather man della televisione locale con una memoria prodigiosa, regala più di un sorriso, ma la sua recitazione appare sempre sopra le righe e forzata, diventando paradossalmente “reale” (credibile) solo nella finzione del suo ruolo di Messia nella rappresentazione.

Se dalle commedie non ci si aspetta solitamente una grande complessità caratteriale, per un regista come Mazzacurati, che punta chiaramente più in alto, la mancanza si fa sentire abbastanza. E invece di ogni personaggio emerge e si perpetua uno e un solo aspetto della personalità. Oltre a non essere presente alcun percorso di trasformazione o crescita (non per forza di cose un difetto), anche il protagonista stesso si limita a subire tutto con rassegnazione, se non per un prevedibile slancio finale.

La passione, comunque, rimane una commedia divertente e intelligente, sia quando si seguono le peripezie del regista che si barcamena per allestire la rappresentazione, sia nel finale quando questa va finalmente in scena. Ed è proprio nell’ultima mezz’ora di film che si svelano i veri intenti di Mazzacurati. Con la dovuta cautela e le enormi differenze si può affermare infatti che, come nell’ 8 ½ felliniano, con il quale condivide il personaggio del regista in crisi di idee, anche qui l’Arte emerge come forza catartica, in grado di salvare l’uomo dalla catastrofe (personale e sociale). Se nel film di Fellini la mancanza d’ispirazione era espressione di un vuoto interiore che sfociava nel delirio visivo del finale, qui in maniera più semplicistica l’Arte diventa un modo per riconciliarsi alla vita e ricordarsi il perché sopportiamo delusioni, difficoltà e umiliazioni pur di poterci esprimere facendo ciò che ci piace. [e direi che come dichiarazione d’intenti del blog può anche andar bene, ndMe]

EDA

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3 risposte a La Passione (Carlo Mazzacurati) **½ /4

  1. ecilA ha detto:

    Bella Uggè! Siamo andati a vederlo al cinema questo, ma sia Ljube che io siamo usciti poco soddisfatti… come commedia non l’abbiamo trovata esilarante, tranne la scena dei bambini delle elementari usati come fotocopiatrici, anche Guzzanti – e ammetto che se non ci fosse stato lui non saremmo andati al cinema – era un po’… non so… castrato (?). Sarà forse un discorso poco sensato, ma credo che uno spettatore noob (come possiamo essere noi) un po’ abbia bisogno di sapere cosa lo aspetterà in sala, guardando la locandina o il trailer. Drammatico? Commedia? Non riuscivo ad applicare man mano la chiave di lettura giusta, così all’uscita siamo rimasti tutti e due un po’ confusi, ma non una confusione piacevole, studiata; più un senso di non aver capito niente, ammesso che ci fosse qualcosa da capire. A questo punto sì, c’era qualcosa da capire, e l’hai spiegato tu nella tua recensione degna di intenditore. さすが!
    Un abbracc’
    Alì

  2. eighthsamurai ha detto:

    Grazie del commento (sensato) Ali!
    Capisco le tue critiche ma le condivido solo in parte. Come già scritto, Guzzanti più che castrato, mi è sembrato, al contrario, fin troppo forzato forzato (volutamente s’intende). Insomma, la scelta sarà sicuramente stata presa col regista, ma penso che Guzzanti abbia messo molto di suo al personaggio, fa un pò quel che vuole e gigioneggia tutto il tempo.
    Riguardo la chiave di lettura, non trovo giusto dover per forza di cosa collocare un’opera in un genere codificato (Jigabachi monogatari docet) che poi porta troppo spesso ad un certo tipo di aspettative, le quali raramente coincidono con quello che il film realmente è. A parte questo, però, per quanto la definizione “commedia agrodolce” non sia originale, nè di particolare ispirazione, trovo che sia facilmente applicabile al film di Mazzacurati. Insomma il tono del film è leggero, da commedia, ma ha anche momenti più riflessivi e amari. Forse quello da te criticato è il fatto che i due elementi siano mal amalgamati, ma trovo che la commistione è salutare ed importante per ogni opera degna di nota o di quelle che comunque provano ad andare oltre un cinema “tranquillizzante”. Altrimenti molto spesso escono opere che svolgono il loro compitino e nulla più come il The Town che ho recensito oggi.
    Un abbracc’ anche a te

  3. ecilA ha detto:

    Ecco, esatto, è proprio quello il punto! Ok la commistione dei generi, ma li ho trovati “mal amalgamati”, come hai detto tu. Io l’ho dichiarato da subito di essere una noob, non sono molto brava ad esprimere a parole le sensazioni che mi dà un film, ma d’altra parte, se tutti ne fossimo capaci… a cosa serviresti tu? :)

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