INCEPTION (Christopher Nolan) ***½ /4

locandina coreana, giusto per contribuire allo spaesamento

Inception, USA, 2010, 148 min.

“Qual è il parassita più resistente? Un’idea…” E’ da  questa folgorante intuizione che Nolan parte per scrivere e dirigere Inception, coniugando (e superando) in maniera quasi perfetta  la complessità di Memento alla spettacolarità da blockbuster de Il cavaliere oscuro.

Cobb (ancora una volta un eccellente DiCaprio) è un ladro di idee che penetra su commissione nei sogni delle vittime per scipparli di importanti informazioni. Durante uno di questi lavori conosce Saito (Watanabe) che gli propone un’operazione di diverso tipo, molto più difficile; impiantare (l’inception del titolo) nella mente di un giovane rampollo (Murphy) un’idea: smembrare l’impero di famiglia che sta per ereditare dal padre morente. Motivo principale per accettare il lavoro è la possibilità offertagli di tornare legalmente negli Stati Uniti – dove è ricercato – e poter finalmente riabbracciare i figli. Cobb dovrà quindi allestire una squadra altamente qualificata e penetrare in ben tre livelli di sogno per portare a termine il compito, mentre deve combattere con i suoi fantasmi personali, nelle fattezze della moglie morta (una magnetica Cotillard) che lo tormenta in ogni sogno (suo o altrui).

Inutile raccontare o spiegare oltre la trama, troppo complessa nella sua struttura a scatole cinesi, con addirittura cinque livelli narrativi e troppo importante al fine del godimento della pellicola. Ancora una volta, infatti, Nolan concepisce un marchingegno perfetto, che da un lato sbalordisce lo spettatore con le sue trovate visive (almeno un paio di scene rimarranno nella storia) e dall’altro lo tiene costantemente col fiato sospeso, riuscendo nell’invidiabile impresa di farlo arrivare alla fine delle due ore e venti di film senza accusare minimamente il colpo. Gli unici momenti morti, forse evitabili, sono i pesanti dialoghi (soprattutto nella prima parte) per spiegare il funzionamento delle varie fasi del lavoro, ma è palese la volontà del regista di non abbandonare nessuno spettatore per strada: devono essere tutti partecipi e coscienti fino al gran finale. Non è infatti un film così impossibile da seguire e comprendere come alcuni  potrebbero obiettare, ma richiede allo spettatore un livello di concentrazione di molto superiore a quello cui è abituato. Insomma, un film per masse, ma che siano pensanti.

Piccola riflessione su DiCaprio. Avendo ormai appurato che l’ex belloccio di Titanic è riuscito a stracciarsi di dosso le vesti di idolo per ragazzine, facendo prevalere le sue doti attoriali e affermandosi come uno dei migliori a Hollywood, la sua figura di uomo si sta sempre più confondendo con quella dell’attore o, meglio, con i personaggi che interpreta. TUTTI (escludendo forse solo Revolutionary road) i suoi ruoli dal 2004 ad oggi hanno infatti delle inquietanti somiglianze, leggere i titoli per credere: The Aviator, The Departed, Shutter Island (è vero, qui ci può anche essere la mano di Scorsese), Blood diamond, Nessuna verità e Inception. Tutti uomini sicuri di sé, i migliori nei lavori che fanno, ma che nascondono profondi drammi psicologici o dubbi morali. La butto lì: è Leo che sta mettendo la propria personalità nei ruoli che interpreta, i registi che lo vedono adatto per fare “l’uomo tormentato”, o semplici coincidenze?

Tornando al film, ho letto che la principale (l’unica?) accusa mossagli è che manchi di umanità, che Nolan sia tutto impegnato a far funzionare ogni più piccolo meccanismo del suo complesso ingranaggio (il quale ha comunque un paio di passaggi poco chiari, ma sono inezie), trascurando in questo modo i personaggi. Trovo che questo difetto possa essere riscontrabile per i personaggi di contorno, in particolare “Juno” (Ellen Page, che farà fatica a smettere di essere associata alla protagonista di quel film, dove sembrava aderire così perfettamente al suo personaggio) è quella più inspiegabilmente catapultata in mezzo all’avventura: un giorno studentessa, e quello dopo “architetta” di sogni, e non basta la (straordinaria) scena dell’apprendistato per renderla più credibile. Gli altri rimangono i classici membri scelti per le azioni militari: ognuno ha la sua abilità specifica e si limita a svolgere il suo compito.

A ben notare, però, è proprio l’umanità al centro del film. Il cuore delle cose, quello che i giapponesi chiamerebbero kokoro, si trova in Inception nel limbo, una sorta di sogno condiviso, un territorio sospeso tra sogno e realtà, dove si celano paure, angosce, aspirazioni di ogni uomo. Senza dire nulla sulla trama, si potrebbe leggere tutta l’operazione di innesto  proprio come percorso personale di Cobb attraverso la presa di (in?/sub?)coscienza e accettazione dei propri drammi irrisolti. Così che, nello splendido finale, citando e parafrasando la frase simbolo di quel capolavoro di Kim Ki-duk (smarritosi purtroppo nelle ultime pellicole) che è Ferro 3, Nolan ci lascia con un’inquadratura ambigua e una sola, inquietante, “certezza”: a chi importa se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà?

EDA

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3 risposte a INCEPTION (Christopher Nolan) ***½ /4

  1. champlooman ha detto:

    sono appena tornato dal cinema, folgorato, no meglio, incosciente…non so dove mi trovo, e ho il timore di poter svegliarmi da un momento all’altro dove realmente dovrei essere.
    questo è un film pericoloso, dove qualche volte si potrebbe rischiare di non voler smetterne la visione…

    e non prendo più nessun ascensore…
    e nemmeno andrò a mumbasa, dove i vicoli son troppo stretti, quasi peggio di venezia

  2. eighthsamurai ha detto:

    ehehe davvero, peggio della calle vicino san toma.
    Effettivamente la visione potrebbe essere reiterata all’infinito per continuare il circolo vizioso di sogno dentro al sogno, ma trovo che in fondo, al di là della complessità della storia, la vicenda venga mostrata in maniera abbastanza lineare. Penso comunque che le sensazioni che voglia veicolare Nolan siano esattamente quella che descrivi tu, spaesamento e incoscienza, dietro cui si cela il “cuore di tenebra” di DiCaprio.

  3. champlooman ha detto:

    la forza di questo film, caro EDA, è proprio come dici tu: la linearità nella complessità, di scatole cinesi. magnifico.

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