Film giapponesi alla Mostra del Cinema di Venezia 2010

Alla Sessantasettesima di Venezia quest’anno, i film giapponesi selezionati provenivano tutti da registi ormai affermati. Per chi ha un po’ di confidenza col cinema nipponico difficile non conoscere Miike Takashi (Ichi the killer), Shimizu Takashi (The Grudge) e Sono Shion (Suicide Circle). Dei tre la novità veneziana è sicuramente quest’ultimo, ancora – ingiustamente – sconosciuto nella penisola, il quale sta trovando lo spazio che merita da noi anche grazie agli sforzi del Far East Film Festival di Udine, dove lo scorso anno è passato il fluviale (4 ore!!!) Ai no mukidashi (Sete d’amore) che ha non poche affinità con il lavoro presentato al Lido, Tsumetai nettaigyo (Un freddo pesce tropicale).

La rassegna veneziana di quest’anno ha inoltre sancito il definitivo idillio tra l’Italia e Miike, presentando ben tre film del regista di Osaka e tributandogli un’intera serata nel nome di Zebraman (alla quale il regista si è presentato indossando la maschera del nostro eroe!) con l’anteprima del secondo capitolo e addirittura la riproposizione del primo, risalente al 2005. Non si può dire che a Marco Muller manchi il coraggio, dato che i due film sopracitati non possono certo definirsi pellicole da festival. L’ultimo dei tre, invece, inserito in concorso, rivela – se ce ne fosse ancora bisogno – la maestria di Miike di interpretare e rielaborare a suo modo ogni genere esistente. Anche i due Zebraman in questo senso ne sono un esempio perfetto, inserendosi nel filone supereroistico come opere originalissime (la cosa più simile che mi venga in mente è il recentissimo Kick ass).

 

13 Assassins (Takashi Miike) **½ / 4

Con Jusannin no shikaku (I tredici assassini) Miike confeziona un jidaigeki (film in costume, di solito riguardanti le gesta dei samurai) solido e appassionante, contenendo le sue abituali trovate stravaganti a soli due-tre momenti, ma infondendo al film il proprio spirito. Sorprendentemente si avvertono addirittura echi da I sette samurai di Kurosawa. Anche qui infatti i nostri tredici uomini si lanciano in una missione suicida per combattere – in netta inferiorità numerica – contro le truppe di un sanguinario pretendente allo shogunato (lo shogun era la più alta carica militare e politica del Giappone feudale, quando l’Imperatore era ridotto a orpello simbolico prima della Restaurazione Meiji del 1868) in nome di un popolo oppresso, tendendogli un’imboscata in un paesino dell’interno. Miike sfrutta il budget a sua disposizione per imponenti scene di combattimento di massa, omaggiando così i jidaigeki di Ito Daisuke, e realizzando uno dei suoi film più maturi e politici. Assolutamente consigliato agli amanti del regista e del genere, ma altamente godibile anche da tutti gli altri.

Cold Fish (Shion Sono) ***/4

Astenersi anime candide! Sono è uno di quei rarissimi registi che riesce ancora a lasciarmi esterrefatto alla fine della proiezione di ogni suo film e con questo nuovo lavoro la tendenza si conferma. Come sempre accade con le sue pellicole, infatti, l’umanità è rappresentata al suo peggio e il regista non si preoccupa certo di evitare i particolari più macabri. Anzi, si può dire che ormai sia riuscito a consolidare una propria poetica fatta di smembramenti, evirazioni e perversioni, ma, lungi dall’essere un mero provocatore e pornografo della violenza, Sono la utilizza come mezzo per mettere in scena devastanti drammi umani. E’ anche il caso di questo Tsumetai nettaigyo, nel quale il tipico uomo medio giapponese viene adescato, assieme a tutta la sua famiglia, da un ricco commerciante di pesci tropicali, con il quale condivide il medesimo lavoro (ma con molta meno fortuna). L’uomo, grande affabulatore e viveur, si rivela essere un truffatore, il quale, una volta portato a termine il raggiro, non si fa scrupoli (e anzi ne è ben contento) di far sparire le proprie vittime. Si scopre infatti che con la complicità della moglie (un’incredibile Kurosawa Asuka, protagonista nel film del primo stupro su uomo che mi sia capitato di vedere), ha ridotto letteralmente a pezzettini una cinquantina di corpi con un metodico lavoro manuale, più volte mostrato, davvero ammirevole nella sua perversità. Anche qui è presente un sottotesto religioso (molto più marcato nel già citato Ai no mukidashi), nel quale le religioni, e in particolare quella cristiana, sono viste come fonte di fanatismo e ottusità, portando l’uomo a reagire in maniera sconsiderata e violenta. Si può di certo affermare che Cold Fish sia uno dei più sconcertanti racconti di formazione che possa capitare di vedere e mi auguro che Sono Shion continui a lungo a meravigliare gli occhi dei suoi spettatori con la sua regia pop e ipercinetica, ma in grado anche di regalare lancinanti squarci di poesia.

The Shock Labyrinth (Takashi Shimizu) **/4

Il nuovo horror di Shimizu Takashi, Senritsu Meikyu (Labirinto del brivido), va ricordato come il primo lungometraggio in 3D presentato alla Mostra di Venezia. Va subito detto però che, come spesso accaduto fin’ora, la tecnica tridimensionale non è affatto funzionale al film (se non in qualche sporadico caso) e non se ne sentiva assolutamente la necessità. A parte questo la pellicola di Shimizu si rivela un prodotto discreto, incapace di spaventare lo spettatore, ma in grado di coinvolgerlo e inquietarlo a più riprese. Non sono infatti presenti scene sanguinolente o da grandi balzi sulla sedia, ma l’ambientazione scelta crea un simpatico gioco metalinguistico che è di sicuro impatto per il pubblico nipponico. La vicenda si svolge infatti per la maggior parte nella più famosa obakeyashiki (le nostre “case degli spettri” presenti nei luna park) del Giappone, quella situata nel parco divertimenti del Fuji-Q [ci sono stato! ndMe], che ricrea un ospedale abbandonato, con non pochi echi dalle ambientazioni di Silent Hill. L’horror sembra qui un pretesto per riflettere sul senso di colpa e il voltare le spalle alle responsabilità di quattro adolescenti che abbandonarono una loro compagna nella casa. Dieci anni dopo, quando questa si ripresenterà a uno di loro, i quattro dovranno tornare a fare i conti con il proprio passato e rivivere quella terribile esperienza, dove più d’uno erano i punti oscuri.

EDA

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4 risposte a Film giapponesi alla Mostra del Cinema di Venezia 2010

  1. Exquisite Corpse ha detto:

    Bravo EDA!Meglio di quelle del FeFF :P

  2. Bragaz ha detto:

    grande!! da quando hai preso questa iniziativa? ma soprattutto senza dirmi niente? belle recensioni!! Mereghetti inside direi anche…

  3. champlooman ha detto:

    ma mi fai una recensione di leaves of weed? l’ho visto da poco e perplette ma non schifa

  4. eighthsamurai ha detto:

    grazie a tutti per l’incoraggiamento. Il blog come vedete è partito da poco e questo è il primo articolo che “pubblicizzo” dato che ancora non ci sono abbastanza recensioni. Di mereghettiano c’è solo il sistema di voto, per il resto ti rigrazio ma penso che se lo leggesse si offenderebbe :P
    @champlooman: leaves of weed mi manca, appena lo vedo ti manderò un commento

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