Buried – Sepolto (Rodrigo Cortes) *½ /4

Buried, USA/Spagna, 2010, 95 min.

Dopo una serie di corti, il secondo film dello spagnolo Rodrigo Cortes, Buried – Sepolto, aveva creato molte attese, grazie ad un notevole passaparola dovuto alla bella intuizione sulla quale si regge tutto il film.

Una sola location, la bara, un solo personaggio, Paul Conroy (Ryan Reynolds), e, con lui, pochi oggetti: un accendino e un cellulare. Non c’è trama, c’è semplicemente un uomo che si ritrova a vivere uno dei peggiori incubi immaginabili: essere rinchiuso in una bara sotto terra, avendo poche ore d’aria per tentare di venirne fuori vivo: in caso di fallimento si troverebbe già nel posto giusto.

Naturalmente una sfida tecnica del genere, ovvero mantenere alta l’attenzione dello spettatore per 90 minuti giocando con uno spazio così angusto, poteva essere un’occasione parecchio golosa dalla quale aspettarsi qualcosa di sorprendente, pur non essendo l’idea completamente originale. In tempi recenti basti infatti ricordare la parte di Kill Bill II nella quale Uma Thurman esce da una situazione analoga grazie alle tecniche apprese da Pai Mei o, per rintracciare “nobili” origini, al racconto di E.A.Poe di simile ambientazione, seguito dalla libera trasposizione da parte di Roger Corman nel 1962, Sepolto vivo. Duole ammetterlo, ma l’opera di Cortes, nonostante le interessanti premesse, fallisce su quasi tutti i fronti. La prima cosa che viene da pensare per un film del genere è che debba quantomeno essere claustrofobico e angosciante, ma dopo un buon avvio, ovvero uno schermo completamente nero accompagnato da gemiti e i primi attimi di terrore puro, ci si abitua ben presto alla limitatezza delle azioni e allo spazio chiuso. Uno spazio che paradossalmente smette quasi subito di opprimere, nonostante la regia si alterni tra primissimi piani e punti di vista esterni alla bara, dove tutto è nero all’infuori della tenue luce dell’accendino che delinea i confini della cassa, sottolineando così il senso di completo isolamento nel quale si trova il protagonista.

Cortes vorrebbe puntare in alto, inserendo questa situazione da horror in un contesto politicizzato. Conroy è infatti un contractor statunitense, ovvero un civile che lavora in Iraq, anche se il corpo atletico e il visetto (per quanto sporcato) di Reynolds non sposano molto bene l’ideale del lavoratore medio della working class. Come ben presto si viene a sapere dalle scritte in arabo sul cellulare (una buona trovata, questa, per dare un maggior senso di spaesamento), il protagonista è vittima di alcuni terroristi iracheni che hanno scelto un singolare modo di tenere prigioniero il loro ostaggio. Il ritmo del film viene così scandito dalle telefonate del protagonista in cerca di aiuto. Queste trovano però risposte vaghe dalla parte americana del filo, più preoccupata a non diffondere la notizia del sequestro che a dare speranze – e aiuti concreti – al nostro. Nell’era della comunicazione veloce e senza barriere, il cellulare (che qui sembra avere batteria infinita e credito illimitato) diventa paradossalmente uno strumento inutile a far comunicare davvero il protagonista: burocrazie pedanti, segreterie telefoniche e un insano (ma forse umano?) “menefreghismo” riducono sempre più le speranze del protagonista. D’altra parte i terroristi sono più volte dipinti come individui senza più nulla a cui rimanere attaccati, la cui disperazione e odio per l’invasore americano li portano ad agire in maniera spesso violenta e quasi sadica. Queste tematiche antiamericaniste e, volendo essere generosi, antimilitariste (Conroy in fondo è solo un civile) sono però tanto schematiche quanto lo è il film nella sua manipolazione del punto di vista dello spettatore, nel vuoto esercizio di stile che si rivela essere Buried.

Va dato merito a Cortes per essere comunque riuscito a tenere vivo l’interesse del pubblico per l’intera durata della pellicola e non esser venuto meno alle regole interne del film, non portando mai la telecamera alla luce del sole. Il tutto si rivela però fin troppo meccanico e privo di (vere) emozioni. Anche il twist finale, spacciato per geniale e hitchcockiano (!?!?) dalla locandina del film, rimane, si, uno sberleffo amaro, ma non aiuta a risollevare il giudizio.

EDA

[e un grazie a Paololo]

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3 risposte a Buried – Sepolto (Rodrigo Cortes) *½ /4

  1. champlooman ha detto:

    per un’analis divertente vedi qui: http://www.freddynietzsche.com/2010/10/01/buried-sepolto/
    cito: “Perché non vederlo. Per due motivi. Uno: la retorica di un regista indipendente catalano che spiega le contraddizioni della guerra in Iraq tramite le telefonate di un tizio sepolto vivo con aguzzino, direttore del personale, moglie, agente dei servizi segreti è ben oltre la soglia di sopportazione di gente che non frequenta da tempo le assemblee di istituto. Due: c’è uno in una cassa per un’ora e mezza. Sempre.”

  2. eighthsamurai ha detto:

    Grazie della segnalazione champloo. Freddy dice spesso cose interessanti (e divertenti, of course) anche se alle volte non si capisce se il film gli sia piaciuto o meno, cosa che penso alla fine debba comunque emergere da una recensione. A ogni modo su Buried siamo d’accordo su più o meno tutto.

  3. Shiver- ha detto:

    Tral’altro è poco credibile tutta la storia di base. Perché un terrorista dovrebbe rinchiudere un uomo dentro una bara (a volte stranamente ampia) con un cellulare, un accendino, una torcia, due neon, una bottiglia di vodka, un coltellino e non so cos’altro. E’ lasciare le sue “speranze” di guadagnarci qualcosa a un poveretto che da dentro una bara con un cellulare dovrebbe chiedere un riscatto milionario agli Stati Uniti. Alla fine tutto si risolve nel trovare un modo per far passare il tempo del film (dagli intoppi “burocratici”, al serpente, alla telefonata alla madre malata) senza lasciare grosse emozioni. Inoltre il fatto che la compagnia per cui lavora lo chiama e lo registra per scagionarsi dalla responsabilità dell’accaduto mentre lui è ancora sepolto è francamente assurdo. Che il mondo sia cinico e materialita lo sapevamo già da tempo. Insomma, bella l’idea ma mal sviluppata.

    Ho letto che dopo i titoli di coda in alcune sale al film segue il cortometraggio Without di Natalia Andreadis (dura quattro minuti) in cui la situazione è simile ma ribaltata al femminile: una donna si sveglia legata a un letto con un dobermann che la sorveglia. Qualcuno l’ha visto?

    http://www.imdb.com/title/tt1440383/

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