Due operette (a)morali di Imamura

Come accennavo nel post sulla rassegna di cinema giapponese a Roma, ho avuto l’opportunità di vedere due opere “minori” e di scarsa reperibilità di Imamura Shohei. Questo grande autore nipponico, paragonabile per importanza a Oshima Nagisa, ha iniziato a girare film sul finire degli anni cinquanta, è stato uno degli autori principali del Nuovo cinema giapponese tra i sessanta e i settanta, dopodiché ha continuato a fare ottime pellicole come Kuroi ame (Pioggia nera) fino a vincere la Palma d’oro a Cannes con Narayama bushiko (La ballata di Narayama) nel 1983 e con Unagi (L’anguilla) nel 1997, prima di spegnarsi nel 2006.

Guardando i titoli che compongo la sua lunga carriera, soprattutto tra quelli degli anni sessanta e settanta, è possibile rintracciare delle tematiche ricorrenti, pur declinate sempre in maniera originale: le pulsioni sessuali (Akai satsui – Istinto omicida), il realismo magico (Kamigami no fukaki yokubo – Il profondo desiderio degli dei), i confini tra realtà e finzione (Ningen johatsu – Evaporazione di un uomo), tutte tese alla ricerca dell’identità giapponese, spesso rintracciandola in un misticismo primitivo, incarnato dalla figura femminile. Imamura ha quindi dedicato molte delle sue pellicole a ritratti di donna, elevandola a simbolo delle inquietudini e problematiche della società giapponese.

Nippon sengoshi – Madamu Onboro no seikatsu    **½ /4
(Storia del Giappone del dopoguerra raccontata da una barista, 1970, 105 min.)

Come recita il titolo inglese di Nippon konchuki (Cronaca entomologica del Giappone) le donne di Imamura sono sempre state “donne insetto”, individui che agiscono seguendo solamente i propri istinti per sopravvivere in una società che le discrimina e opprime. Sotto questo punto di vista la protagonista di Madamu Onboro ne rappresenta la perfetta incarnazione concreta. Il film è infatti un documentario che ripercorre, attraverso la voce della donna stessa, la sua storia e quella del Giappone post-bellico mettendole in parallelo e facendo emergere inquietanti somiglianze. Il racconto della vita di questa donna che ha rilevato da uno yakuza un bar nella zona di Yokosuka (dove è sita una delle principali basi statunitensi sul suolo giapponese) è infatti inframmezzato dagli eventi che distinguono la storia del Paese tra il 1945 e il 1970, in particolare la sempre più stretta relazione tra Giappone e USA. Dopo una splendida introduzione (che ricorda quella di Shinoda in Shinju ten no Amijima), durante la quale vediamo Imamura contrattare con la donna e la madre di questa sul compenso per il documentario, veniamo a scoprire che Madame Onboro ha lasciato la scuola prematuramente, vittima di discriminazioni poiché figlia di una famiglia di macellai. Trasferitasi a Yokosuka e aperto un bar, si lega nel tempo a molti uomini. Dopo alcune cattive esperienze con uomini giapponesi decide di dedicare le sue attenzioni affettive ai marinai americani, assidui visitatori del suo bar, con l’auspicio di diventare un giorno benestante e, magari, trasferirsi in America. Mentre sullo schermo scorrono le immagini della Guerra di Corea prima, e quella del Vietnam poi, Madame Onboro racconta le sue relazioni amorose, le liti, gli aborti, le gravidanze con sconcertante trasparenza e senza nessun dubbio sulla propria (a)moralità. Il regista, però, non giudica mai, il suo interesse è, appunto, entomologico, ed è abile a far emergere il ritratto di una donna che, sapendo perfettamente ciò che vuole ottenere, è pronta a tutto pur di averlo. Si delinea contemporaneamente un Giappone che si prostituisce agli Stati Uniti in favore di un rapido sviluppo economico, cedendo alle agevolazioni (e ai vincoli) accordati dall’ANPO (il trattato di mutua sicurezza nippo-americano), nonostante i forti movimenti studenteschi che vi si opponevano. Quest’ultimo tema è citato distrattamente, ma è comunque presente quando Imamura mostra l’arrivo in Kyushu del primo aircraft atomico di produzione americana, il quale incontrò centinaia di manifestanti ad “accoglierlo”. Nel finale la donna corona il suo sogno volando in America col suo attuale compagno, ammettendo però la possibilità di separarsi da lui un giorno, mentre il Giappone diventa la seconda potenza mondiale.

Eejanaika    **½ /4
(Perchè no?, 1981, 150 min.)

Piccola premessa: la visione del film è stata purtroppo pregiudicata da un cattivo master della pellicola, la quale diventava completamente “virata” in blu e in rosso alternativamente, e da dei sottotitoli che sembravano fatti con Google Translator. D’altronde per vedere certi film bisogna accontentarsi e si può solo ringraziare Fuori Orario (possessore della copia in questione) per essere l’unico programma in Italia ad avere il coraggio di promuovere un certo cinema, in attesa di (utopici) tempi migliori.

Come per il film che lo consacrò regista di punta, Buta to gunkan (Porci e corazzate, distribuito in Italia con l’allucinante: Porci, geishe e marinai, neanche fosse un porno), Imamura torna con questa pellicola del 1981 ad una feroce satira politica travestita da jidaigeki atipico. E’ infatti ambientata negli anni precedenti alla Restaurazione Meiji (1868), un’epoca di grande fermento politico e culturale che presagiva immani cambiamenti sociali e l’apertura del Paese agli stranieri, rappresentati dal film come avidi commercianti di armi, incuranti di ciò che accade loro intorno. Il protagonista, un contadino di nome Genji, dopo esser stato salvato da un naufragio e aver passato sei anni in America, torna in Giappone e trova tutto cambiato, moglie scomparsa compresa. Eejanaika, lunghissimo ma mai pesante, è però anche un film fitto di sottotrame politiche difficili da seguire e riassumere, dove particolare e universale si mescolano a formare un affresco vivace e carnevalesco nella sua componente popolare, mentre è spietato e senza valori nella sua rappresentazione dei “potenti”, spesso ridicolizzati nella loro quotidianità. Ciò che sublima questi due aspetti, apparendo saltuariamente durante la pellicola ed esplodendo nel finale, è il gruppo millenarista che dà il titolo al film, traducibile oltre che con “Perché no?” anche con “E che ci importa?”, forse più pertinente. Il popolo, tradito dalle elite e tagliato fuori dal potere decisionale, costretto ad autoalimentarsi in un circolo vizioso di panem et circenses, si ribella o, per meglio dire, lascia semplicemente andare tutto in malora e si mette a danzare per le strade, in faccia alle autorità. Il “perché no?” del popolo travolge tutto, con esso ogni cosa perde valore e viene trattata con irriverenza, perché la fine del mondo è vicina (chiaro riferimento alla fine dello shogunato) e non c’è più nulla da perdere. La ricostruzione del periodo da parte di Imamura, volutamente scorretta da un punto di vista filologico, cattura perfettamente le tensioni e le paure di un’epoca che porterà sconvolgenti ripercussioni sociali, in un affresco politico carico di umorismo nero e sfacciata sensualità.

EDA

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