Fair Game – Caccia alla spia (Doug Liman) **/4

 Fair Game, USA, 2010, 104 min.

Doug Liman, regista dalla filmografia altalenante, con pellicole spesso mediocri (Mr. e Mrs. Smith, The Bourne Identity) o proprio da dimenticare (Jumper), per lo più rivolte al vasto pubblico, si cimenta con Fair Game nel thriller politico basandosi su un osceno e americanissimo fatto di manipolazione politica realmente accaduto e sui due relativi libri scritti dalla coppia protagonista della vicenda, interpretata da due blasonati attori.

Valerie Plame (una buona e intensa Naomi Watts) è un agente della CIA sotto copertura, con all’attivo numerose missioni nella zona mediorientale. Suo marito, Joe Wilson (Sean Penn, a cui darei un premio Oscar all’anno, eccezionale anche in questi panni), è ex ambasciatore che, dopo diversi anni di mandato in alcuni paesi africani, si reinventa consulente politico-commerciale di quest’area. I fatti si svolgono in un arco temporale che va dall’11 settembre allo scoppio nel 2003 della guerra in Iraq, preceduta dalla (vana) ricerca delle “armi di distruzioni di massa”. Nel mezzo si tenta di mostrare come la CIA, e la Plame in particolare, fossero sempre più convinti della non esistenza di suddette armi, un fatto avvalorato anche dalla missione dello stesso Wilson in Niger (dove si diceva che Saddam avesse acquistato uranio impoverito). Il cattivo di turno, però, capo del gabinetto del vice presidente, preme affinché si manipolino i risultati delle ricerche per trovare un pretesto per lo scoppio della guerra. Lo snodo principale della vicenda si ha a metà film circa, quando il governo decide l’intervento in Iraq citando come fonte anche la missione di Wilson, il quale scrive per tutta risposta un articolo denunciando come le informazioni dell’intelligence siano state manipolate. La Casa Bianca, da parte sua, scredita Wilson e svela pubblicamente l’identità della moglie, ponendo fine alla sua carriera da agente segreto. Il film a questo punto si concentra sulla crisi della coppia all’interno del contesto politico: la lotta per la verità di Wilson e la rabbia della Plame per i comportamenti giusti ma dannosi del coniuge.

La prima metà della pellicola è caotica, si affastellano fatti più o meno inerenti alla vicenda che tentano di descrivere troppi scenari in troppo poco tempo e in maniera quasi casuale: dalla personalità della Plame al contesto iracheno, dalle trame di palazzo della Casa Bianca alle dinamiche dei servizi segreti. Si percepisce come il regista tenga alla storia e sia mosso da un profondo senso civico e morale, non dissimile da quello che permea uno dei migliori rappresentati del genere, citato un po’ da tutti, Tutti gli uomini del presidente di Pakula. In Fair Game però non c’è coesione tra le parti e lo spettatore fa fatica ad entrare nella vicenda. Le cose vanno molto meglio una volta che scoppia lo scandalo Wilson/Plame, poiché il regista riesce a integrare bene particolare e universale, rendendo più intimo il film e concentrandosi sulle due individualità, senza perdere allo stesso tempo di vista il contesto politico e sociale nel quale si muovono. La pellicola diventa così un esempio di buon cinema civile, dove i protagonisti si ritrovano a lottare contro forze molto più grandi di loro, ma sono in grado di andare avanti grazie alla consapevolezza della bontà della propria posizione. La crisi coniugale della coppia diventa così simbolo di questo processo di maturazione della verità, il cui epilogo riesce a essere perfino toccante senza ricorrere a facili sentimentalismi, né a eccessive dosi di retorica.

Il finale [non rivelo niente di sconvolgente, potete continuare a leggere. nda] che passa dalla deposizione di Naomi Watts a quella vera di Valerie Plame è una trovata astuta del regista che impone un senso di estrema aderenza al realismo, annullando e sottacendo così l’inevitabile parte romanzata della vicenda. Gli unici altri inserti documentari del film sono tre diversi discorsi di Bush che finiscono col suonare (volutamente nell’uso che ne fa Liman e involontariamente per Bush stesso) ridicoli, provocando nello spettatore un sentimento di rabbia come già accadeva in Fahrenheit 9/11 di Moore o W. di Stone (che supera il documentario di Moore di parecchie spanne). Tuttavia si ha qui la percezione di una maggiore manipolazione degli estratti reali, messi a bella posta per aumentare il divario tra la ricerca di verità dei protagonisti e le scelte miopi dell’ex-Presidente.

Come troppo spesso accade per i registi americani nell’ambito del mainstream, le contestazioni di politiche sbagliate (e la presidenza di Bush è stata notevole fonte di ispirazione sotto questo aspetto) avviene sempre attraverso un rinnovato e (in)genu(o)ino americanismo, nel quale i Giusti combattono per il bene del Paese, mossi dai nobili ideali del Bill of Rights, senza rinunciare certo al solito profluvio di bandiere americane e di God Bless America. Provocazione: viene da chiedersi come sia possibile che solo negli Stati Uniti ci sia un cinema commerciale così nazionalista, tanto da poter essere paragonato solo a quello propagandistico di paesi oppressi da regimi vari, come quello degli anni venti in Russia, degli anni trenta in Italia, degli anni quaranta in Germania, degli anni cinquanta in Cina. Per quanto il rispetto e l’orgoglio per il proprio paese siano riconosciuti generalmente come valori positivi del cittadino, ogni volta che mi trovo davanti al nazionalismo a stelle e strisce avverto un senso latente di chiusura mentale e bigottismo, mascherati da valori alti. Se si vuole trovare un film dalle tematiche simili, ma molto più riuscito e non affetto dalla sindrome sopra descritta, non occorre andare troppo indietro nel tempo, basta infatti recuperare Green Zone di Paul Greengrass, specialista del genere, accomunato a Liman per aver diretto anche lui la serie di Bourne.

EDA

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3 risposte a Fair Game – Caccia alla spia (Doug Liman) **/4

  1. Shiver- ha detto:

    Concordo in pieno con l’ottima recensione che trovo forse un po’ troppo “generosa”. L’ultima discreta parte del film non basta a risollevare le sorti di un film caotico, incomprensibile e francamente inutile (basta con questo americanismo post 11 settembre). Dimenticabile.

  2. Jean ha detto:

    Concordo appieno con l’ultimo periodo!
    Ma il problema e’: questo e’ ciò che vogliono gli americani…la chiusura mentale ed il bigottismo sono aggettivi che contraddistinguono non solo lo ‘stato’ americano in senso stretto, inteso come istituzione, ma anche i comuni cittadini. (Parere forse un poco personale)

  3. EDA ha detto:

    Penso sia un discorso ampliamente applicabile all'”americano medio”, soprattutto tutti quei milioni di repubblicani spersi negli stati più interni. Comunque senza portare il discorso troppo sul politico dato che questo è, e rimane, un blog di cinema (certo, se l’analisi filmica fa nascere discussioni di altra natura ben venga), tengo a precisare che, riferendomi nell’articolo al cinema americano mainstream, io non contesto la presenza in esso di un certo nazionalismo, ma il fatto che questo sia (quasi) sempre acritico e retorico. Anzi, se il tema dell’11 settembre è trattato in maniera trasversale e intelligente (esempio: Spike Lee ne “La 25a ora”), io sono ben contento di vedere film che trattano questa tematica che, per la sua portata, ha offerto e offrirà sempre spunti interessanti. Un esempio su come si possa riflettere su eventi importanti del proprio paese e, quindi, sul paese stesso, pur non avendoli vissuti in prima persona è lo splendido Post Mortem di Larrain, in uscita proprio questa settimana, che tratta da una prospettiva particolarissima il colpo di stato di Pinochet in Cile.

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