Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti (Apichatpong Weerasethakul) */4

Loong Boonmee raleuk chat,
Thailandia/GB/Fra/Ger/Spa/Ola, 2010, 114 min.

Apichatpong Weerasethakul (per gli amici Joe), ha trovato nell’ambiente festivaliero europeo il terreno giusto dove raccogliere consensi. Dopo aver vinto il Premio della Giuria a Cannes nel 2004 per Tropical Malady, ha ricevuto quest’anno con Zio Boonmee l’ambita Palma d’Oro.

Lo zio Boonmee, gravemente malato ai reni, decide di passare i suoi ultimi giorni nella casa di campagna, dove riceve le visite di fantasmi del passato e esseri antropomorfi che lo accompagneranno verso l’accettazione della morte e il luogo della rinascita. Nel mezzo c’è anche tempo per una favola animista nella quale una principessa sfigurata si farà sedurre da un pesce-gatto.

Zio Boonmee è il tipico film orientale da festival, criptico e simbolico, poetico e pregno di – supposte – filosofie orientali, di cui è facilissimo parlare male e altrettanto difficile parlare bene (per il notevole sforzo che richiedono i viaggi mentali necessari ad un’interpretazione dei segni), una caratteristica che porta solitamente i critici ad esaltare una pellicola anche quando sotto in realtà c’è poco o nulla. Stiamo comunque parlando di un cinema in tutto e per tutto altro, lontano anni luce da quello cui è abituato lo spettatore medio (che comunque NON è il target di questo film), fatto di altri tempi, altro immaginario estetico, altri schemi (non)narrativi: questa è un’ottima cosa che i nostri esercenti dovrebbero promuovere di più, se si è d’accordo col fatto che punti di vista diversi arricchiscono anche il nostro. Attenzione però a non usare questo fatto come scusa per mettere da parte il nostro sistema interpretativo e subire passivamente la pellicola. Penso che un capolavoro, a qualsiasi latitudine esso appartenga, possa essere goduto da chiunque abbia una visione sufficientemente aperta delle cose (e del cinema). Tanto più che chi ha un po’ di dimestichezza col cinema orientale – penso soprattutto alla Taiwan di Hou Hsiao-hsien e Tsai Ming-liang – non verrà colto del tutto impreparato dalla visione di Zio Boonmee. Il problema principale però non sono tanto i lunghi piani sequenza che scandiscono la pellicola o le ellissi temporali o la narrazione inesistente, quanto quel fastidioso sospetto che il tutto sia pensato ad hoc per essere spacciato come racconto simbolico sul circolo infinito di morte e rinascita ad uso e consumo del pubblico festivaliero occidentale. Tanto per dire, gli estremi piani-sequenza di Tsai Ming-liang (anche molto più lunghi di quelli qui presenti) sono spesso fisicamente vuoti ma allo stesso tempo carichi di significati: fanno emergere lo “spirito” del luogo, sembrano percorsi da fantasmi erranti, trasudano l’alienazione della metropoli; Tsai non deve ricorrere a simboli e trovate eccentriche per rendere pregnanti le sue inquadrature. Weerasethakul, invece, ha bisogno di materializzare i suoi fantasmi, di servirsi di uomini-scimmia, di pesci-gatto che posseggono principesse sfigurate per sbattere in faccia allo spettatore la sua giungla di segni e simboli, la sua fiaba allegorica di redenzione e morte. Ciò che è peggio è che lo fa subdolamente, poiché con la sua macchina da presa (quasi sempre statica) sembra voler catturare la bellezza della natura e l’armonia di tutto ciò che la permea, senza voler imporre nulla allo spettatore, quando in realtà il regista è il primo a manipolarla. Gli spunti poetici sono così insistiti da ricordare alcuni degli ultimi film di Kim Ki-duk, rischiando alle volte di cadere nel ridicolo involontario, di certo non aiutati in questo da un improduttivo doppiaggio italiano che si rivela essere sempre un supplizio quando usato sui film orientali in generale, oltre ad essere francamente inutile per pellicole come questa dove i dialoghi hanno funzionalità pari a zero.

Mi sono sempre battuto per quei film che i più giudicano “lenti e pallosi”, quando questo ritmo è giustificato da un approccio al cinema nel quale gli eventi non devono per forza di cose susseguirsi sullo schermo a ritmo frenetico e ci si può fermare ad apprezzare ogni singola immagine senza ridurla a mero oggetto di consumo. Un’immagine nella quale lo spettatore, proprio in virtù di questo placido scorrere del tempo, è portato gradualmente ad entrare fino a immedesimarsi con essa. Zio Boonmee vorrebbe andare proprio in questa direzione, ma con le sue strizzatine d’occhio furbette finisce per andare in quella opposta, con il risultato che suddetta immedesimazione risulti assente, riducendo il tutto alla mera contemplazione del bestiario proposto dal regista, per seguire il quale dovrete davvero sforzarvi di tenere gli occhi aperti.

EDA

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2 risposte a Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti (Apichatpong Weerasethakul) */4

  1. Shiver- ha detto:

    Ottima recensione per un film dalla difficile lettura. Capolavoro o “paraculata intellettualoide”? E’ probabile che, nel momento in cui sorge un tale dubbio, l’ago della bilancia propenda più per la seconda scelta. L’onestà credo sia sempre una condizione imprescindibile in ogni caso. Sia per un regista nel momento in cui crea la sua opera d’arte che per chi si trova a giudicarla (o semplicemente a guardala).

    A tal proposito vorrei postare un articolo del fatto quotidiano:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/05/la-banalita-del-parlar-male/75388/

  2. EDA ha detto:

    Articolo interessante (che tra l’altro sbugiarda la mia recensione anche se sono d’accordo con gli altri esempi citati, sono stato uno dei pochi a vedere Tony Manero e Post Mortem è secondo me il vero leone d’oro della mostra di quest’anno) con il quale mi trovo sulla stessa linea di pensiero, ma c’è qualcosa che in fondo non mi torna. Va benissimo lo sforzo interpretativo dello spettatore, perchè se da una parte il regista deve “mostrare e non spiegare”, dall’altra lo spettatore ha il dovere di decifrare ciò che gli viene mostrato, non si può avere sempre la pappa pronta davanti. Non mi va bene però come tutti gli esempi che l’articolo fa siano forniti come dati di fatto incontrovertibili. Personalmente non darei due centesimi a chi non piace il Cronemberg del primo periodo, però se la sua critica è ben motivata, questa persona ha tutto il diritto di non farselo piacere, no? Qua si entra nella giungla del discorso sull’oggettività dell’arte che sarebbe bello fare anche se di solito non se ne esce.
    Per quanto riguarda la mia recensione nello specifico, a me è sembrato più “coraggioso” stroncarlo del tutto. Certo, il mio voto coinciderebbe sicuramente con quello della persona che va al cinema due volte l’anno per vedere film disimpegnati e si trova davanti un tipo di cinema completamente alieno a cui non vuole neanche provare a venire incontro (ok, luogo comune ma passatemelo), ma penso di aver motivato la mia scelta nella recensione. E’ innegabile infatti che sia comunque un film affascinante, permeato da una strana atmosfera e con scelte stilistiche interessanti, ma quello che ho voluto “punire” è stato l’approccio del regista che mi è sembrato totalmente falso rendendolo, come l’ha definita shiver, una “paraculata intellettuaoloide”.

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