L’illusionista (Sylvain Chomet) ***/4

L’illusionniste, Francia/Gran Bretagna, 2010, 90 min.

Dopo lo splendido e delizioso Appuntamento a Belleville del 2003, Chomet torna al lungometraggio, adattando un soggetto mai realizzato del grande Jacques Tati, esaltandolo con la sua animazione originale e poetica.

Nel 1959 un vecchio prestigiatore francese (che prende in prestito nome originale – Tatischeff – e sembianze da Tati stesso), povero in canna, va a cercare fortuna in una piovosa Edimburgo. Qui incontra una giovane ragazza che decide di seguirlo, andando a vivere con lui in uno scalcinato appartamento, in un palazzo abitato da altri artisti (un clown, un marionettista, un trio di acrobati) non più fortunati di lui. L’uomo fa di tutto, compresi improbabili lavori extra, pur di rendere felice la ragazza, mentre i suoi spettacoli – e la sua magia – sono sempre meno seguiti, soppiantati dalla moda del rock ‘n roll e da “infernali” congegni meccanici.

Basta poco allo spettatore per immergersi nella Edimburgo di Chomet, splendidamente ridisegnata, nella quale un’incessante pioggia argentea contribuisce a rendere malinconica e suggestiva l’atmosfera (così come nella sua Belleville) e si fa altrettanto presto a rinunciare al linguaggio, inutile orpello che il cinema ha rifiutato (per forza di cose, certo) fino agli anni trenta, perché la funzione del cinema è proprio quella di mostrare, raccontare, appassionare con la forza delle immagini. Così come vi rinunciano i personaggi di Chomet, le loro poche parole pronunciate in una lingua inventata (ma ci sono anche brevi locuzioni in francese e inglese), per sottolineare il vuoto della comunicazione quotidiana e la pienezza dei silenzi e dei gesti. Non solo, è anche simbolo della lacerante incomunicabilità che separa il protagonista dalla ragazza, appartenenti a mondi differenti, un divario che l’uomo cerca goffamente di colmare con la sola parola imparata nella lingua di Albione, l’unica che esca chiara dalle bocche dei due: “rabbit”. Il coniglio è infatti fedele compagno in tutti i numeri di  magia, epicentro suo malgrado della scena più spassosa e meglio costruita del film. A tutte le parole non dette sopperisce poi la musica, composta dal regista stesso, in grado di veicolare emozioni e situazioni in maniera eccellente.

Difficile non farsi rapire dalla forza di un tale cinema, per il quale Chomet non nasconde un profondo amore, tanto da omaggiarlo in continuazione: all’inizio quando “presenta” il film, durante tutta la pellicola nel mostrare con affettuosa partecipazione le fallimentari rappresentazioni del mago in teatri desolati, fino all’esplicito tributo a Tati, nel momento in cui il protagonista è costretto dagli eventi a rifugiarsi in un cinema, dove una sequenza presa da uno dei film del Monsieur Hulot (lo storico alter ego di Tati) vengono proiettate come per un’ennesima magia.

Difficile non lasciarsi intenerire dalla poesia che aleggia attorno al protagonista e alle sue vicende, una poesia colma di tristezza e disperazione purissime e che si propaga sui volti affamati dei vicini di casa, nel tenace ripetersi dei numeri di prestigio, nel trascinarsi stanco eppure vitale del protagonista.

Difficile che questa malinconica tristezza non contagi anche lo spettatore. Una malinconia che si fa sempre più pungente nel momento in cui anche il protagonista sarà costretto ad affrontare la realtà, realizzando che non esistono magie o illusioni capaci di salvarci dalla miseria del quotidiano. Succede così che l’illusione finisce e “muore” anche l’ultimo mago, imperterrito e (dis)illuso portatore di quel qualcosa di sacro insito nell’Arte, costretti, lui e l’Arte, ad arrendersi di fronte ad un piatto vuoto e al riso di una ragazza.

Difficile è, infine, non empatizzare con lo sguardo dell’autore (degli autori) francesi, capaci di raccontare storie semplici e tragiche attraverso il filtro costante di una comicità d’altri tempi, di quella che ha elevato a Miti Charlie Chaplin e Buster Keaton, in grado di sorridere alle miserie del mondo, convinti, come nell’ultima scena, che l’incanto dell’Amore (o dell’Arte) ci elevi permettendoci di attraversare quella massa uniforme di ombrelli neri (e persone vuote) che non sa – o semplicemente ignora – che la magia esiste ancora.

Un grazie a Shiver e V., compagni di “visioni”

EDA

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2 risposte a L’illusionista (Sylvain Chomet) ***/4

  1. Matthaei ha detto:

    C’è poco da aggiungere a un commento del genere.
    Certo, “L’Illusionista” è un film intriso di nostalgia per un mondo destinato a scomparire sotto i colpi del progresso tecnico, della massificazione, dei mutati gusti del pubblico, e, in definitiva, del cambiamento stesso. Nello specifico, quel mondo del varietà che Tati conosceva bene per avervi esordito come uomo di spettacolo, al punto che viene da chiedersi se la sceneggiatura di Tati da cui il film è stato tratto non sia essa stessa un’elegia per quel mondo che lo stesso Tati abbandonò per il cinema. Mi è sembrato che la stessa scelta di privilegiare un’animazione che, pur ricca di eleganza e di finezza anche tecnica, non si colloca all’avanguardia delle possibilità tecnologiche tipiche, per esempio, delle grandi produzioni dell’industria dell’intrattenimento americana e mantiene un tocco quasi artigianale e fuori moda.
    Ma è anche, più in generale, un film sulla vita come cambiamento, sul rapporto dialettico tra illusione e realtà. La ragazzina segue l’illusionista convinta che egli sia in grado di trasformare magicamente la realtà; ma i regali che riceve sono il frutto di lavori che con la magia ben poco hanno a che fare, e il tentativo di giustapporre l’illusione alla realtà è destinato a fallire, a rivelarsi insostenibile (per il protagonista si rivelerà impossibile il tentativo di rimanere all’altezza delle attese che ha suscitato), addirittura a travolgere chi vi persiste. Eppure, la realtà non è del tutto preclusa alla dimensione del sogno: la ragazza lo scoprirà nel momento in cui, abbandonata dall’illusionista, scopre l’attrazione per un ragazzo; e il fatto che l’illusionista, ormai probabilmente avviato verso una vita diversa, non rinunci a dare una dimomstrazione delle sue abilità, non per denaro o sul palcoscenico davanti a un pubblico pagante, ma in un ambiente quotidiano come una carrozza ferroviaria di fronte a una madre con un bambino piccolo, lascia intravedere un finale che non sia dominato dalla disperazione, a differenza di quanto si potrebbe pensare. Del resto, uno dei pregi del film sta nel suo astenersi da toni eccessivamente patetici o melodrammatici.
    In generale, il film si astiene da toni eccessivamente patetici o melodrammatici.

  2. EDA ha detto:

    Innanzitutto, Matthaei, grazie per l’ottimo intervento, mi piacerebbe che questo spazio iniziasse a diventare fonte di dibattiti e osservazioni come le tue, oltre che mera “guida alla visione” senza interlocutori.
    Mi sento di condividere tutte le tue affermazioni, in particolare mi piace quella sul rapporto tra reatà e illusione, un aspetto che nel mio commento è venuto fuori solo in parte, forse a causa del tono troppo “lirico” che questa volta mi aveva preso la mano (ma questo succede quando si è ancora dentro alle atmosfere dei film) .
    Un appunto, invece, sulla tecnica d’animazione che, come dici tu, è “quasi artigianale e fuori moda.” Se hai visto Appuntamento a Belleville avrai notato che lo stile è molto simile (e anzi quello di Belleville forse ancora più “estremo”), penso quindi che la scelta di Chomet non sia stata indotta, ma che facesse già parte della sua cifra stilistica e che quindi sia stato portato come per una sorta di “affinità elettiva” alla sceneggiatura di Tati, come una fusione di due stili, due modi di pensare il cinema tra loro perfettamente compatibili.

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