The killer inside me (Michael Winterbottom) ★★½ /4

The killer inside me, USA, 2010, 109 min.

Michael Winterbottom è sicuramente un regista interessante ma anche altamente discontinuo, di suo ricordiamo i recenti The road to Guantanamo e A mighty heart, film con Jeff Bridges passato piuttosto in sordina da noi. In questo caso si cimenta con un romanzo di Jim Thompson, grande giallista americano, di cui adatta il classico del pulp The killer inside me.

Ambientato nella provincia americana negli anni 50, il film vede protagonista il vicesceriffo Lou Ford, ottimamente interpretato da Casey Affleck, il quale fornisce così un’ulteriore conferma di come sia decisamente meglio del più noto fratello. Lou non è esattamente quello che si possa definire una brava persona, nonostante la sua apparenza mite e lo sguardo gentile. A queste due caratteristiche vanno infatti aggiunte anche la sua ferma risolutezza e il modo sornione con il quale guarda chiunque gli si trovi di fronte; aspetti che mal celano la sua efferatezza. Lou si presenta ben presto come uno psicopatico – seppur lucidissimo – iniziato alla perversione sin da piccolo. Inizialmente intraprende una relazione sadomasochistica con la prostituta Joyce (una Jessica Alba senza infamia né lode) per poi ucciderla in una scena davvero violenta (ma censurata da noi, VERGOGNA!). Questa è solo la prima vittima di una catena molto più lunga che non potrà non insospettire polizia e giornalisti che però stentano a trovare prove per inchiodarlo.

Winterbottom sceglie una strada singolare e sicuramente personale per interpretare la vicenda. Nel riprendere la quotidianità di quest’uomo che non solo non ha scrupoli ad uccidere, ma che sembra farlo senza altro scopo se non quello del puro piacere personale, il regista tratteggia la figura di un uomo perverso, che incarna il male assoluto. E lo fa in un film che si mantiene a metà tra thriller (ma noi siamo sempre dalla parte dell’assassino, quindi siamo sempre i primi a sapere tutto) e il ritratto della provincia americana, scandito da un ritmo placido ma squarciato da improvvise impennata di violenza (almeno un paio le scene davvero crude e brutali). Lo stile registico è, come dicevo, abbastanza particolare, perché Winterbottom rifiuta di dare spiegazioni razionali ai gesti di Lou, fornisce dei brevi e intermittenti flashback dell’infanzia turbata del protagonista ma senza dargli mai una consistenza specifica. Il film è inoltre pieno di ellissi narrative e di montaggio, di stacchi strani d’inquadratura e di ambientazione. Questa tecnica, abbastanza palese per non essere voluta, oltre a risultare disturbante e spaesante per lo spettatore, aderisce perfettamente alla mente malata del protagonista, come se quest’ultimo abbia dei vuoti durante i quali il suo cervello non funzioni più e semplicemente agisca per istinto, per poi riaccendersi all’improvviso lasciando il nulla tra i due intervalli. Lo stesso si può dire del finale, a tratti quasi onirico, che di sicuro non piacerà a tutti ma che sembra essere l’unica possibilità se ci si mette dei panni dell’allucinato protagonista.

L’impressione che se ne ricava è quella di un film non del tutto compiuto e non privo di difetti, con carenze nella caratterizzazione dei personaggi di contorno (a parte quello della fidanzata “ufficiale” di Lou, una buona Kate Hudson leggermente imbruttita), illogicità di trama (come fanno a non incastrarlo mai?) e di sceneggiatura (il contesto risulta piuttosto appiattito), ma che emana inevitabilmente un fascino cupo e perverso.

EDA

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