Paprika (Satoshi Kon) ★★★½ /4

Kon Satoshi (1963-2010)

Secondo appuntamento con Verso Oriente, tocca al grande Satoshi Kon

Papurika, Giappone, 2006, 82 min.

Kon Satoshi, regista scomparso nell’agosto di quest’anno, inevitabilmente troppo presto, quando aveva ancora molto da dire, è uno di quei rari cineasti a poter vantare nella sua filmografia solo successi, compresa la disturbante serie in 13 episodi Paranoia Agent. In attesa del completamento del postumo Yume miru kikai (La macchina dei sogni), il suo ultimo film compiuto, Paprika, è anche il suo capolavoro: un inno alla fantasia e al cinema, degno testamento spirituale di un grande artista.

La trama è piuttosto complessa, soprattutto dalla metà in poi e lo svolgimento non sempre è snello, questo perché Kon passa senza soluzione di continuità dal sogno alla realtà, con quell’alternanza (e compenetrazione) tra piani narrativi che è uno dei segni distintivi del suo cinema. Ad ogni modo il plot di base ci vede in un futuro abbastanza prossimo (in realtà il romanzo di Tsutsui Yasutaka dal quale è tratto collocava la storia nel 2004), un futuro nel quale è stata inventata una macchina per la psicoterapia, la DC mini, in grado di entrare nei sogni delle persone, analizzarli e registrarli. Paprika, una ragazza esuberante e allegra, nonostante la macchina sia incompleta, la usa già per alcuni suoi pazienti, come il capitano di polizia Konakawa con il cui sogno (diviso in generi cinematografici) inizia il film. I problemi cominciano quando tre di queste macchine vengono rubate, e con loro scompare anche il loro co-inventore, Himuro. A questi eventi seguono strani casi di “contaminazione” dei sogni. La dott.ssa Chiba e il genio-bambino Tokita saranno i protagonisti della ricerca dei “terroristi” per capire quali siano i loro scopi.

Paprika è un film eccezionale sotto molti punti di vista e dopo l’ennesima visione faccio tutt’ora fatica a trovarne i difetti. Da cosa partire? Sicuramente l’impianto visivo è di primissima qualità, l’animazione è eccellente, curata sin nei più piccoli particolari (e non è detto tanto per dire) e l’uso dei colori è assolutamente dirompente. A cominciare dai bellissimi titoli di testa, le scene di sogno sono tutte caratterizzate da una ricchezza cromatica che stordisce per vivacità, mentre il mondo reale è caratterizzato da sfumature più tenui.

la parata degli oggetti fa irruzione nel sogno di Konakawa

Altro aspetto molto positivo sono le musiche. Non si fatica a credere che Kon abbia affermato che senza Hirasawa Susumu come compositore, avrebbe addirittura abbandonato la produzione del film. La colonna sonora è costituita principalmente da tre-quattro temi che ricorrono a seconda delle situazioni e sono tutti estremamente coinvolgenti e azzeccati; in particolare quello che accompagna le scene della “parata degli oggetti”: continuerete a conticchiarla anche a visione conclusa.

Anche regia e montaggio sono ad altissimi livelli, il ritmo si fa sempre più serrato con l’incedere degli eventi e Kon è bravissimo ad utilizzare le suggestioni e le peculiarità che permette il tema del songo/realtà. Se l’idea di base è simile all’ultimo film di Nolan, Inception, è altrettanto vero che l’argomento viene affrontato in maniera completamente diversa dai due registi. Tanto ferreo, pieno di regole, simile al reale è il regno dei sogni di Nolan, quanto libero, gioioso e completamente slegato alle regole della realtà quello di Kon. Il quale, anzi, sembra paragonarlo al cinema con i suoi continui rimandi e citazioni, magnifico parallelo con la “macchina dei sogni” e che permette al regista di esprimere tutto il suo amore per la settima arte. Non si accontenta di travestire la sua Paprika da Pinocchio, Sirenetta o Son Goku, non bastano i sogni dell’ispettore Konakawa che diventa l’eroe di un film action, ma addirittura dà allo spettatore un paio di lezioni tecniche quando l’ispettore spiega, ad una affascinata Paprika, lo scavalcamento di campo e il pan focus. E’ quasi commovente questa gioia di dirigere se si pensa che Paprika rimarrà l’ultimo film interamente prodotto da Kon, viene difficile pensare un modo migliore per lasciare i suoi spettatori e il suo “lavoro”.

Il film è anche un incredibile elogio al potere della fantasia e dell’immaginazione. Molte sono le scene surreali e riuscitissime che dimostrano una mente fertilissima d’idee, a cominciare dalla già citata parata degli oggetti, quasi una rivincita del tessuto di cui sono fatti i sogni che si mette a marciare per soppiantare il reale, “liberandolo dalla costrizioni corporee” (come dirà uno dei personaggi). Il sogno è visto in maniera davvero molto simile a come viene trattato in Nightmare detective di Tsukamoto Shin’ya, uscito nello stesso anno (e pellicola protagonista della terza giornata di Verso Oriente), dove appunto il mondo dei sogni è l’ultimo spazio ancora incontaminato, quello dove l’individuo può ancora essere tale e, come dice Paprika in un brillante parallelo tra i sogni e Internet, luogo dove è possibile dare sfogo ai propri desideri e aspirazioni. E così Paprika stessa diventa proiezione della dott.Chiba, tanto esuberante ed eroticizzata la prima quanto algida e distaccata la seconda. Guarda caso, proprio come nei primi film di Tsukamoto, solo con l’unione col proprio opposto si può superare se stessi e ridefinire il mondo intero, con un finale che Kon non ha paura di ricondurre alla battaglia tra archetipi. Così come la dialettica del film si base sulle dicotomie messe in gioco costantemente: sogno/realtà, gioco/poesia, schermo/spettatori, uomo/donna. Manca solo uno spezia: Paprika, e il capolavoro è servito.

EDA

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