Noi credevamo (Mario Martone) ★★★★/4

Italia/Francia, 2010, 170 min.

Guardando Noi credevamo di Mario Martone si ha la sensazione di stare assistendo a qualcosa di grande e importante. Difficile, se non impossibile, trovare in Italia un cinema storico di tale potenza e efficacia, forse bisognerebbe risalire addirittura al 1860 di Blasetti, girato in epoca fascista. Ma Noi credevamo è davvero qualcosa di gigantesco, non solo per l’impeccabile messa in scena, ma anche, e soprattutto, per la rivisitazione di quel “mito fondativo” (un po’ sbiadito a dire il vero) che è il Risorgimento italiano.

Il film è diviso in quattro capitoli per 170 minuti di durata (rispetto ai 204 della proiezione veneziana): le scelte, Domenico, Angelo e l’alba di una nazione. In queste quattro sezioni assistiamo alla nascita dell’Italia dal basso, attraverso lo sguardo di Domenico e Angelo (rispettivamente Luigi Lo Cascio e Valerio Binasco, ottimi entrambi) nell’arco di un quarantennio (tra 1830 e 1870 indicativamente); prima pieni di speranze e affiliati alla Giovane Italia destinata al fallimento, poi esuli tra Francia e Inghilterra col sogno di tornare in patria mediando tra le istanze rivoluzionarie e, infine, di nuovo in Italia, ormai disillusi, per “perfezionare” un’unificazione ancora precaria.

Film tutt’altro che consolatorio, ben lontano da quel celebrativismo che ci si aspetterebbe nell’anniversario dei 150 anni d’Italia, solleva invece gli aspetti più controversi che hanno portato all’unificazione di un Paese. E lo fa, appunto, prediligendo la visione periferica a quella dei “grandi uomini”, i quali appaiono solo occasionalmente: Mazzini (interpretato dal solito, splendido, Toni Servillo) appare come un padre-padrone, un ideologo che, confinato fuori dal suo Paese, ragiona solo in astratto senza preoccuparsi delle migliaia di vite che servono alla causa (e alle numerose rivoluzioni fallite), Crispi (Luca Zingaretti) ne esce come un traditore, accusato di collusione con la mafia (il tema di un Sud ancora in subbuglio, non pacificato, è argomento di tutta l’ultima parte di film che echeggia in maniera inquietante il contemporaneo), Garibaldi appare solo come ombra, Cavour è solo un nome pronunciato sulla bocca di altri, invisibile nei palazzi dei Savoia (mai in scena). Lungi dal gettare discredito su questi personaggi, Martone li tira giù da quel sacro podio sul quale li hanno collocati la tradizione e i libri di storia, per renderli umani, per mostrarne l’inevitabile dualismo, le necessità tragiche che ciascuno di loro deve affrontare in una situazione di tale portata. Ma il film di Martone è, a ben vedere, soprattutto un ricordo partecipe e accorato dei primi italiani, un omaggio a tutti coloro che, pur non avendo il potere decisionale, l’Italia l’hanno fatta con le proprie azioni, non cedendo mai a compromessi (al contrario dei politici), perpetuando i propri ideali, anche in maniera testarda e un po’ ottusa alle volte, ma pronti a sacrificare tutto, le proprie aspirazioni e i propri cari, per un’esigenza ormai divenuta ossessione (struggente e lacerante il ritorno di Domenico/Lo Cascio, ormai cinquantenne, al suo paese natale prima delle vicende dell’Aspromonte).

Uno dei più grandi pregi di Martone è sicuramente quello di essere riuscito a infondere in ogni scena il respiro della Storia; anche nelle vicende quotidiane, anche nei passaggi più dimessi, si percepisce costantemente una tensione drammatica di speranze disilluse e ideali sconfitti. E si respira aria di grande cinema, grazie ad una messa in scena impeccabile. Frutto anche dell’impostazione teatrale del regista, con una fotografia straordinaria che riecheggia quella naturale di Barry Lyndon, una cura nei costumi, negli ambienti e nei dettagli che ha del maniacale. Per questo colpiscono, e non possono essere assolutamente casuali, un paio di incongruenze storiche: appaiono in scene diverse prima una scala di metallo e poi l’intelaiatura di un edificio in cemento armato. In particolare in questo secondo caso, riparo per il viandante-Lo Cascio e il giovane garibaldino che lo accompagna, sembra che Martone voglia dare in maniera simbolica un messaggio invece concretissimo: questo edificio, chiaro frutto della speculazione edilizia, qui non ci dovrebbe essere e invece c’è, e voi lo vedete, simbolo di una mano dello Stato che qui non arriva, oggi come ieri.

Un film a suo modo didattico, ma nel senso positivo del termine, ovvero che dà da pensare, e non poco, in un discorso che rilegge il passato per darci un’altra chiave interpretativa del presente, come tutti i grandi film storici riescono a fare. Non mancano certo momenti davvero potenti di pura epicità; fa palpitare il cuore il canto delle camice rosse riunite e lo fa invece lacrimare lo splendido finale, perfetta chiusa per un discorso chiuso solo a metà, amarissimo, quel noi credevamo, appunto, imperfetto sia nel tempo che nella Storia, perché, come dice Cristina di Belgiojoso, “il seme è stato piantato, ma su radici marce”.

EDA

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Recensioni e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Noi credevamo (Mario Martone) ★★★★/4

  1. marco1946 ha detto:

    concordo sul significato simbolico dell’edificio incompiuto: è la metafora dello stato italiano, balordo e inquinato dalla disonestà
    NOI CREDEVAMO che unificare l’Italia avrebbe risolto tanti problemi e cancellato tante ingiustizie… e invece…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...