Nightmare Detective (Shin’ya Tsukamoto) ★★½ /4

Akumu Tantei, Giappone, 2006, 106 min.

Il cinema di Tsukamoto Shin’ya è fatto di corpi e mutazioni, di fantasmi veri e fantasmi-colletti bianchi, tutti immersi in quell’immenso ammasso di metallo che è Tokyo che col suo eccesso di luci nasconde in realtà non pochi vicoli bui. Il percorso di Tsukamoto è stato incredibilmente omogeneo dalla sua opera prima, Tetsuo (1989), fino a Vital (2004), un percorso durante il quale abbiamo assistito al perenne divenire di corpi oppressi dall’apatia metropolitana che riacquistavano la propria umanità con uno slittamento progressivo dall’esterno all’interno del proprio corpo. Nightmare detective venne presentato in anteprima alla allora neonata Festa del cinema di Roma, dove fu accolto un po’ freddamente, a causa della sua – supposta – scarsa componente “tsukamotiana”. In realtà Nightmare detective segna l’inizio di una nuova fase della sua carriera e come tale presenta notevoli affinità con il suo cinema precedente, affinità che qui vengono però declinate nella variante horror.

Una serie di misteriosi suicidi sembra avere un unico comun denominatore, tutte le vittime prima di morire hanno chiamato un certo Zero (interpretato da Tsukamoto, quasi sempre attore dei suoi stessi film). Questi è un killer in grado di entrare in sintonia con la vittima e portarla ad uccidersi nel sonno. Kirishima (la famosa pop-star hitomi), neo-arrivata nel distretto di polizia, giunta ad un punto morto con le indagini tradizionali si vede costretta a rivolgersi ad un “detective dell’incubo”, Kagenuma, un ragazzo in grado di entrare nei sogni delle persone, interpretato da un attore ormai conosciutissimo in patria, Matsuda Ryuhei.

Pur essendo il film più mainstream del regista dai tempi di Hiruko the Goblin (a testimonianza di ciò il fatto che sia stata la sua prima pellicola ad essere doppiata nella nostra lingua e così distribuita), Tsukamoto non cessa di riflettere sui temi a lui cari, soprattutto il rapporto tra individuo e città, ancora una volta rappresentata, quest’ultima, con ripetute inquadrature virate in blu dei suoi immani grattacieli. Bisogna poi riconoscere al regista come sia riuscito ad imprimervi nonostante tutto il suo stile, seppur in maniera meno marcata rispetto alle pellicole precedenti: appartengono chiaramente a lui scene come le soggettive velocissime e spezzettate che caratterizzano l’avvicinarsi alla vittima, l’apertura del cranio dell’assassino, il bellissimo ralenti di Tsukamoto stesso che sta per scagliare il suo affondo di coltello. Ma non è solo da un punto di vista estetico che si rintracciano connessioni con i film precedenti: i tre personaggi principali, anche se non si può parlare di un vero e proprio triangolo, sono anche questa volta persone estremamente sole, ognuna impegnata a cercare una ragione di vita all’interno della grande apatia metropolitana.

Allo stesso tempo è facile per lo spettatore occidentale riconoscere nel film di Tsukamoto molti degli elementi comuni ad altri esponenti del J-horror degli ultimi dieci anni che ha in Ringu (1998) il suo capostipite. Similmente a quanto accade spesso in questi film, ad esempio, Tsukamoto sembra collegare l’apatia metropolitana con la tecnologia che diviene così dispensatrice di morti e maledizioni. In particolare non è difficile trovare corrispondenze con The Call (2004) di Miike e per alcuni versi con Suicide Club (2002) di Sono Shion, vera e propria epitome di una società in cui esistono siti internet dove è addirittura possibile mettersi d’accordo per suicidi collettivi.

L’enorme espansione della tecnologia ha permesso di porre virtualmente in comunicazione tante realtà isolate che non per questo riescono a trovare un conforto nella solidarietà reciproca, ma che anzi ha contribuito ancor di più all’alienazione dell’uomo metropolitano. La tecnologia fagocita tutto dell’individuo fino ad arrivare anche nell’ultimo spazio rimasto veramente libero, quello dove sembrava che neanche il metallo potesse arrivare: il sogno, entrare in esso significa violare la persona (lo stesso tema è stato trattato nello stesso anno da Kon Satoshi in Paprika ). E’ all’interno dei sogni che vengono espresse le nostre paure e i nostri desideri (la scena che si ripete ogni volta che Kagenuma entra in un sogno presenta costantemente l’elemento acquatico che è allo stesso tempo fobia e grembo materno, vita e morte), così come molti degli aspetti di noi di cui spesso non siamo consapevoli. Praticamente tutti i personaggi del film credono o scoprono di avere una qualche tendenza suicida radicata nel subconscio che poi viene rivelata o ingigantita da Zero, ma tutte le vittime che l’hanno chiamato per suicidarsi con lui, quando poi si trovano realmente di fronte ad una minaccia effettiva si tirano indietro ed hanno paura della morte. Questo perché il loro vuoto è generato dalla solitudine, quello che vogliono veramente non è morire, ma avere semplicemente qualcuno che stia loro accanto. Il film sottolinea più volte questo aspetto, che anzi ne diventa il messaggio principale. E in effetti quello che si cela dietro la furia distruttrice di Zero è la mancanza d’amore e il conseguente vuoto collegati, come già in Tetsuo II e Tokyo Fist, a un episodio rimosso dell’infanzia, quello della morte della sorellina causata dai genitori. Quando il personaggio di Tsukamoto incontra Kagenuma, l’unico con una reale propensione verso la morte provocatagli dal fardello che gli arreca il suo potere, gli dice: “Distruggi tutto insieme a me”, ricollegandosi ipoteticamente al finale di Tetsuo, perché essi hanno il potere di entrare nei sogni delle persone e quindi di distruggerle dall’interno. Ma la risposta di Kagenuma è diversa e rovescia quella che veniva data nell’esordio del regista; la visione adolescenziale di distruzione è superata in favore di una che ha alla base l’amore per l’uomo, che trova nelle persone che ci sono vicine la spinta per vivere e cambiare al tempo stesso.

EDA

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