Linda Linda Linda (Nobuhiro Yamashita) ★★★/4

Rinda Rinda Rinda, Giappone, 2005, 114 min.

Yamashita Nobuhiro si è fatto conoscere anche al di fuori del Giappone, ricevendo numerosi premi – tra cui quello del Far East Film Festival di Udine – con questo suo piccolo gioiello che ben presto ha raggiunto il meritato status di cult tra gli appassionati.

Linda Linda Linda (dall’omonimo titolo dello storico gruppo punk-rock The Blue Hearts) è insieme un racconto di formazione e d’amicizia, d’integrazione e della gioventù. Ci troviamo in un piccolo e normalissimo liceo di provincia durante il bunkasai (l’annuale festival scolastico) e una band tutta al femminile (Kei tastierista, Kyoko batterista, Nozomi bassista), a pochi giorni dalla propria esibizione, si ritrova per motivi vari senza più cantante, né chitarrista. Impossibilitate a suonare i loro pezzi originali, optano per alcuni facili brani dei Blue Hearts e per l’occasione Kei passerà alla chitarra, ma chi canterà? La soluzione viene trovata in maniera piuttosto bizzarra quando le tre reclutano una timida studentessa coreana in scambio nel loro liceo. Rimangono però solo tre giorni per prepararsi…

Il film, pur facendo parte dei seishun eiga (film sui giovani) si distacca felicemente dai cliché del genere. La macchina da presa di Yamashita, infatti, lontana da esagerazioni e movimenti enfatici, scruta in maniera minimalista nella quotidianità delle ragazze, con uno stile che rasenta il documentario, fatto di inquadrature fisse, lunghi silenzi e dialoghi molto spontanei. Questo approccio quasi da entomologo si rivela una scelta felice perché nonostante possa all’apparenza tradire freddezza di sguardo, proprio per questa sua precisione riesce invece a far emergere con notevole realismo un caloroso e tenero ritratto dell’adolescenza giapponese.

Una regia ottima che sa tenersi a distanza rispettando gli stati d’animo delle protagoniste, ma capace anche di alcune belle trovate, come il piano sequenza iniziale e la sequenza finale sulle note di Owaranai uta, supportato poi dalla credibile interpretazione di tutte e quattro le ragazze, sulle quali svetta sicuramente la bravissima Du-na Bae. Già ammirata in patria in ottimi film come Mr.Vendetta e The Host, in questo ruba la scena alle sue compagne, pur parlando pochissimo, con la sola forza degli sguardi e della gestualità. Per le sue difficoltà linguistiche diventa inoltre protagonista di molti dei momenti comici più riusciti del film, su tutti la scena della dichiarazione che riceve da un ragazzo che cerca di parlarle in coreano mentre lei non capisce e continua a risponder in giapponese; ripresi con continui campo e controcampo che ne enfatizzano la comica distanza.

Gli amori adolescenziali abbozzati, le piccole incomprensioni e scaramucce, le difficoltà di comunicazione, la noia delle prove; sono tutti aspetti della vita quotidiana delle ragazze che il regista ci mostra in maniera partecipe, lasciando che lo spettatore si affezioni progressivamente alle piccole vicende che si succedono sullo schermo per poi sciogliere tutte le tensioni accumulate nel concerto finale. Un momento liberatorio e gioioso che, lontano dagli eccessi con cui sarebbe stato rappresentato in un qualsiasi film commerciale, sprigiona nel suo realismo una forte scarica emotiva accompagnata da brani che rimarranno nella testa dello spettatore.

EDA

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