Hereafter (Clint Eastwood) ★★½ /4

Hereafter, USA, 2010, 129 min.

Si sente spesso dire che Clint Eastwood sia l’ultimo baluardo del cinema propriamente “classico”, quello che su un solido impianto tecnico vecchio stampo, che non si vergogna a maneggiare situazioni al limite e  ad enfatizzarle (rischiando a volte il ridicolo involontario e lo stereotipo), innesta un preciso pensiero etico e morale. Se un perfetto esempio di questo tipo di cinema può essere considerato Gran Torino, che alterna grande cinema a cadute di stile (eccessivo il finale), non si può negare a Clint di aver prodotto nell’ultimo decennio alcuni grandissimi film come Mystic River (il preferito di chi scrive) e Million Dollar Baby, oltre al buon dittico di Iwo Jima. Reduce dal mezzo passo falso di Invictus, Eastwood cambia le carte in tavola e si cimenta col soprannaturale, ovviamente a modo suo.

George (Matt Damon) è un sensitivo che vive il suo dono come una maledizione, tanto da abbandonare del tutto la sua attività per costruirsi una vita normale lavorando come operaio. In Francia, l’affermata giornalista Marie (la convincente Cecile de France), dopo aver subito in prima persona lo tsunami di Sumatra e aver vissuto un’esperienza di quasi morte, inizia ad avere delle visioni che la porteranno ad allontanarsi dal suo lavoro per scrivere un libro sul tema. In Inghilterra, il piccolo Marcus, con madre tossicomane e padre assente, perde il fratello gemello in un incidente e cerca un modo per mettersi in contatto con lui. Le tre storie andranno ovviamente ad incrociarsi nel finale.

Dopo un inizio da vero e proprio disaster movie, dove lo tsunami viene mostrato con ingenti sforzi produttivi (inusuali per la Malpaso, la casa di produzione di Clint) di notevole impatto visivo, che soddisferà quelli in cerca di effetti speciali e azione, la pellicola si calma un bel pò e il ritmo non è certo dei più sostenuti. Chi era in cerca di un altro Sesto senso rimarrà irrimediabilmente deluso, perchè le “visioni” sono una parte non così centrale della storia, così come il personaggio di Matt Damon è protagonista solo per un terzo di essa.

Clint, arrivato ormai agli 80 anni, prende a pretesto una storia  sul soprannaturale, per cimentarsi con il tema della morte, l’elaborazione del lutto e l’aldilà (questo il significato del titolo). Ogni sequenza, ogni inquadratura, è pervasa da questo senso di morte che rende la visione non proprio agilissima, anche per la quasi totale assenza di squarci sereni. A Clint non manca di certo il senso dell’inquadratura o della costruzione della narrazione, ma nel dividere la storia in tre parti viene a volte a mancare la coesione interna della pellicola ed è fin troppo meccanica e scontata tutta la parte finale con un’accettazione della morte e del proprio destino abbastanza semplicistica.

I tre segmenti non si possono dire tutti riusciti allo stesso modo; sicuramente quello di cui è protagonista Matt Damon (buona prova la sua) è il più interessante e ragionato e tratta la tematica del “dono-condanna” e dell’aldilà da una prospettiva diversa da quella usuale. Il segmento londinese, che fa leva un pò furbescamente sulla classica famiglia dissestata e sui drammi infantili, pur essendo quello più tipicamente melodrammatico, ha una carica emotiva ben calibrata e offre momenti d’alleggerimento riusciti come la trafila di sensitivi cialtroni che Marcus sperimenta sempre più disilluso. Il segmento francese è più interessante a livello narrativo e un plauso va fatto alla scelta di proiettarlo coi sottotitoli, ma la sceneggiatura perde forza man mano che la protagonista  si interessa alle sue visioni, raggiungendo probabilmente il punto più basso nella superflua parte dell’ospizio montano.

L’ultimo lavoro di Clint si colloca quindi un gradino sopra ad Invictus ma alcuni sotto i lavori migliori dell’ultimo decennio. Negli anni è diventato sempre più centrale nel regista il tema della morte, fino ad arrivare a porsi con Hereafter l’estrema domanda sul dopo. L’argomento è trattato in maniera matura, senza quelle esagerazioni che avrebbero rischiato di farlo cadere nel patetico e, pur dosando le scene più “rischiose”, riesce a far trasparire la precisa convinzione che un qualcosa al di là della vita esista;  risposta che probabilmente ha portato l’Eastwood regista ad un finale fin troppo conciliatorio per i suoi canoni, ma che può denotare un nuovo punto d’arrivo per l’Eastwood uomo.

EDA

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3 risposte a Hereafter (Clint Eastwood) ★★½ /4

  1. marco1946 ha detto:

    è un film che va visto e rivisto (l’ho visto una seconda volta e da solo: ho scoperto tanti particolari e tante sfumature, sfuggite al primo esame)
    apprezzo molto che il vecchio Clint non voglia catechizzarci; quello che c’è dopo la morte lui non lo sa e non pretende di dircelo
    concordo che la parte dedicata a Marie si poteva sfrondare

  2. EDA ha detto:

    ho avuto anche io la stessa sensazione, ovvero che una seconda visione gioverebbe a capirlo meglio, quando ne avrò occasione lo farò perchè così come lo vedo ora mi sembra un film riuscito solo a metà

  3. Shiver- ha detto:

    Ci sono alcuni film la cui bellezza diviene una percezione estremamente soggettiva che dipende dal carattere e dallo stato d’animo con cui ci si accinge a vederli. Hereafter è uno di quelli. Se siete dei “matematici” razionalisti interessati solo all’azione state alla larga da questo film. Tentare di scriverne cercando di essere il più oggettivi possibile è impresa pressochè impossibile (e probabilmente inutile). Ogni visione è per sua stessa definizione soggettiva e cercare l’obiettività assoluta in una recensione la ridurrebbe a un tecnicismo fine a se stesso.

    Il film narra l’intreccio delle vicende di tre personaggi che, in modi e circostanze differenti, hanno a che fare con l’esperienza della morte. E’ un film sulle paure umane, sulla difficoltà di accettare la fine e lasciarsi andare verso l’ignoto. Un ignoto che sembra però non spaventare ma rassenerare gli animi inquieti.
    Tutta la tematica è delineata quanto basta per non sfociare nel ridicolo o nel patetico.
    I personaggi appaiono, a mio parere, coinvolgenti e funzionali. La musica è sempre sapientemente dosata e mai ingombrante. E la regia pulita di Clint Eastwood mescola il tutto in maniera elegante e potente facendone un film, scusate l’aggettivo abusato, davvero emozionante che riesce a raccontare il mistero attraverso la forza delle immagini e degli attori.

    Io voto 3 stelle ;)

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