La versione di Barney (Richard J. Lewis) ★★½ /4

Barney’s Version, Canada/Italia, 2010, 132 min.

Dopo l’anteprima veneziana esce nelle sale l’atteso adattamento de La versione di Barney, romanzo di Mordecai Richler giudicato dai più “infilmabile”, protagonista di un vero e  proprio caso editoriale, soprattutto in Italia. Chi scrive questa recensione non ha letto il libro e quindi non troverete riferimenti all’adattamento dell’opera (giudicato fedele ma smorzato), qui si parla solo del film.

Trent’anni nella vita dell’ebreo canadese Barney Panofsky, dalla gioventù hippie a Roma (conseguenza della produzione in parte italiana, nel romanzo è Parigi), attraverso due matrimoni presto naufragati, un terzo con la donna della sua vita, l’accusa di omicidio per la misteriosa morte del più caro amico, il lavoro televisivo presso le “Produzioni Totalmente Inutili” (geniale!) e altre cosette che non svelerò. Il tutto condito da una cascata di battute al vetriolo che non risparmiano nessuno.

La prima nota positiva è sicuramente la prova di Paul Giamatti che, notizia fresca fresca di oggi, gli è valsa il premio come miglior attore non drammatico agli ultimi Golden Globes.  Attore quasi sempre relegato a comprimario ma che ha dimostrato un’eccezionale duttilità (esilarante ad esempio il suo villain in quel film esagerato e sconclusionato che è Shoot ‘em up), qui è chiamato ad una prova gigantesca. In scena praticamente per tutta la durata della pellicola Giamatti, tra un sigaro e un bicchiere di whisky, rende tangibile questo personaggio cinico e brillante, debole e irriverente, risultando credibile sia ringiovanito che invecchiato e restituendo tutte le sfaccettature di una personalità controversa. Affianco a lui trova due ottimi comprimari in Dustin Hoffman, il padre, raramente così graffiante e scorretto, alla sua migliore interpretazione nell’ultimo decennio, e in Rosamunde Pike, la terza moglie.

La progressione non è cronologica, ma alterna costantemente presente e passato, dando ritmo al film ma creando nel finale un po’ di confusione. Questa struttura non troppo originale ma comunque efficace permette allo spettatore di ricostruire man mano la vita di Barney, che si rivela essere un uomo fondamentalmente debole, spesso in balia di eventi che lo portano a commettere clamorosi errori. Di certo non si può dire sia aiutato dalle circostanze della vita che di frequente lo mettono con le spalle al muro e alle quali risponde con disarmante cinismo.

Nonostante il successo nel suo lavoro di autore televisivo, infatti, tutto il resto sembra andargli costantemente storto, forse per questo – e per un padre bastardo quanto lui – ha sviluppato un’idiosincrasia per il mondo che lo circonda, a partire dall’ambiente ebraico per arrivare a quello degli studi televisivi, dai vegani alle signore imbellettate; tutti diventano bersaglio della sua pungente ironia. Molte battute vanno a segno e divertiranno soprattutto quelli che si compiacciono di un po’ di politically UNcorrect. Nonostante l’indole vagamente cazzona e sempre pronta allo scherzo, però, Barney non manca di mostrare anche il suo lato umano, sia che si tratti di aiutare un amico, sia che debba rincorrere (per anni) la donna che ama.

A fronte di un personaggio eccezionale, delle sue tragicomiche vicende, delle battute brillanti e di un inizio agile che conduce presto al cuore della vicenda, fa da contraltare una regia funzionale e nulla più, incapace di distinguersi per invenzioni di sorta o partecipazione, ma in grado comunque di reggere bene il ritmo per tutta la durata del film, o quasi. Infatti se è perdonabile l’incapacità di gestire al meglio la sottotrama gialla, troppo diluita e poi risolta di colpo (potrei azzardare che nel libro l’evento rivestisse per il personaggio ben altro valore, anche simbolico, qui del tutto assente), rappresenta invece una brutta stonatura l’intera parte finale, nella quale il regista cede senza rimorsi alle lusinghe di un sentimentalismo giustificato ma fin troppo facile, affrontando una tematica che, vista la portata del personaggio, sarebbe potuta essere sfruttata in ben altro modo. Questa caduta non pregiudica comunque troppo il giudizio complessivo di un film in grado di raccontare un personaggio a tutto tondo, il suo ambiente e le sue relazioni, con un tono accattivante che fa ottimo uso dell’ironia per mettere in luce e sbeffeggiare tutte quelle convenzioni nelle quali il protagonista si ritrova coinvolto pur rifuggendole.

EDA

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Una risposta a La versione di Barney (Richard J. Lewis) ★★½ /4

  1. CST ha detto:

    Completamente d’accordo con te. Su tutto.

    Resta una pellicola valida e piacevole da vedere (e rivedere).

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