Air Doll (Hirokazu Koreeda) ★★★/4

Kuki ningyo, Giappone, 2009, 116 min.

Koreeda è un regista intenso che sa trattare temi universali e particolari dosando sapientemente malinconia e leggerezza, riflettendo soprattutto sulla rappresentazione del lutto e della memoria, dell’assenza e della sospensione. Accanto a queste tematiche si aggiunge con forza in Air Doll anche quella della solitudine e alienazione metropolitana, molto presente nell’ultimo ventennio di cinema nipponico.

In una non meglio precisata metropoli un uomo medio torna ogni sera dal suo lavoro e si trastulla in casa con una bambola gonfiabile, facile rimpiazzo per una donna vera. Un giorno, mentre il padrone è via, la bambola “trova un cuore” e, novella Pinocchio, si fa carne al contatto con una goccia di rugiada. Nozomi, questo il suo nome,  inizierà quindi a esplorare il mondo degli umani, arrivando a trovare lavoro in un videonoleggio (per questo la pellicola è piena di rimandi cinefili) e innamorarsi, per poi tornare di sera a soddisfare passivamente il suo padrone, fingendo.

Attraverso l’espediente dello sguardo “vergine” della protagonista (ironico se la si pensa come oggetto sessuale) Koreeda ci mostra le piccole meraviglie del mondo con la sua consueta leggerezza e riesce a creare una serie di immagini, simboliche e non, di una bellezza raffinata e struggente, confermando di essere il regista che più di tutti, probabilmente insieme a Kawase Naomi, riesce a cogliere quel lirismo del quotidiano tanto caro ai giapponesi (esempi lampanti ne sono Taniguchi Jiro nei manga e Nagai Kafu in letteratura). Qui il punto di vista è sicuramente facilitato, poiché corrisponde a quello ingenuo e curioso di un essere per il quale tutto è una “prima volta”.

La riuscita della pellicola è debitrice anche di un comparto tecnico molto curato e organico: la regia di Koreeda si muove tra morbidissimi movimenti di macchina, contemplativi piani-sequenza e attenzione ai dettagli, la fotografia di Mark Lee Ping-bin, collaboratore, tra l’altro, di Wong Kar-wai per In the mood for love, fa risaltare con i suoi toni tenui l’impalpabilità dell’ambiente urbano e della vita della protagonista stessa (anche letteralmente: essendo “vuota” quando si guarda in controluce traspare). Infine il sonoro, curato dai World’s End Girlfriend, i quali, con un azzeccatissimo misto di classica, elettronica e post-rock, contribuiscono a rendere ancora più sognante l’atmosfera del racconto. A questi fa da valore aggiunto la straordinaria prova dell’attrice coreana Bae Doona, già protagonista di Linda Linda Linda, che è brava a rendere l’innocenza e lo stupore che contraddistinguono il suo personaggio.

Air Doll è una parabola surreale (un tono caro a Koreeda, basti pensare a After Life, interamente ambientato in una sorta di “limbo” ultraterreno), una fiaba moderna senza lieto fine, la cui morale, come in tutte le fiabe, è tanto banale quanto necessaria e universale: nessuno uomo è fatto per vivere da solo. La grandezza di un regista sta nell’enunciare questi concetti in una forma personale e originale, e non si può dire che Koreeda non lo faccia, con la felicissima intuizione della bambola che ha bisogno di essere riempita d’aria per vivere. Un aspetto che raggiunge il suo picco drammaturgico nella straordinaria sequenza di “sesso” tra Nozomi e il ragazzo di cui è innamorata.

Il regista tratteggia così l’ennesima riflessione sull’assenza, l’assenza di qualcuno che ci riempia, proprio come l’aria fa con la protagonista, altrimenti ci si affloscerà inesorabilmente fino a scomparire. E’ qui che entrano in gioco i tanti personaggi di contorno che sfiorano la vita di Nozomi e sui quali il regista passa velocemente durante la pellicola per creare delle piccole istantanee della solitudine prodotta dalla metropoli (il vecchio abbandonato, l’hikikomori, la donna che non accetta il passare del tempo, ecc…), per riunirle poi collettivamente in un vibrante e significativo montaggio finale; non per mostrare quello che sarebbe un poco realistico cambiamento, ma per donare uno squarcio di luce a queste esistenze che si credevano abbandonate. 

Questa apertura solare, ma mai consolatoria, attenua quindi la piega drammatica che prende la pellicola nella seconda parte, riuscendo a far emergere l’unicità insita in ciascuno di noi: siamo tutti “pezzi unici” pur essendo nati uguali allo stesso modo. Un concetto palesato, in maniera forse anche troppo evidente, nell’incontro di Nozomi con il suo creatore (uno degli attori nipponici in circolazione preferiti dal sottoscritto, Joe Odagiri). Se si vuole trovare un difetto alla pellicola qui lo si può riscontrare: la tentazione alla quale un regista non dovrebbe mai cedere di voler spiegare le sue immagini. Così come potrà fare storcere il naso a qualcuno la ricerca quasi ossessiva di soluzioni stilistiche raffinate che potrebbero essere percepite come “costruite” o poco sincere, oltre a una sceneggiatura non di ferro. Ma è un film (come spesso accade con le opere giapponesi) nel quale non bisogna rispondere alla logica a tutti i costi, piuttosto ci si dovrebbe abbandonare al flusso delle immagini; gli altri sono peccati veniali che si perdonano facilmente se si è abituati allo stile di Koreeda. 

Air Doll rimane comunque un gran film, nel quale la parabola triste di una bambola gonfiabile diventa inno alla vita, degna di essere vissuta in ogni sua forma.

 EDA

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9 risposte a Air Doll (Hirokazu Koreeda) ★★★/4

  1. Vittoria ha detto:

    Degna di essere vissuta in ogni sua forma dici?
    Mi sono informata sulla condizione-considerazione della donna in Giappone e quello che ho letto non mi è piaciuto molto:sembrano essere molto lontane dall’emancipazione. Donna che fino a qualche anno fa era costretta a lasciare il lavoro appena sposata o, al massimo, quando rimaneva incinta (eh certo deve educare i figli e SERVIRE IL MARITO) e anche quando si permette il lusso di essere una Office Lady non fa che ricoprire quei ruoli che gli uomini considerano inutili. Aggiungo anche, astenendomi dai commenti, le dichiarazioni del ministro della sanità preoccupato per il basso tasso di fertilità: “datevi da fare per trasformarvi in macchine per procreare, date fondo a tutte le vostre energie per far funzionare al massimo la vostra macchina da procreazione”.
    Mentre il Giappone conquista il secondo posto tra le potenze economiche dell’Asia, e il terzo al mondo, con un’industria tra le più imponenti ed avanzate, la donna resta inquadrata in uno spazio piccolo, relegata a ruoli marginali.
    Società moderna?…di facciata forse.
    In più, come evidenziato da un articolo del New York Times su una sedicenne giapponese violentata da un insegnante, in Giappone lo stupro non è mai stato considerato un grosso crimine, i colpevoli a volte vengono solo sgridati, e spesso la colpa ricade sulle vittime. Basti pensare al fatto che dal 2006 in G. è in commercio un videogioco che invita a commettere stupri: Rapelay (da rape=srupro).
    Ma tanto grazie alla cultura della vergogna, se la gente non lo viene a sapere l’azione nn pesa come sbagliata, l’esistenza del peccato è subordinata alla conoscenza che di questo ne hanno gli altri. Penso che di certe cose il Giappone dovrebbe vergognarsi a prescindere. Ti passo la parola EDA, spero riuscirai a difenderlo tu!;)

  2. curiositizen ha detto:

    Mmm… l’argomento è interessante anche se devia un po’ dal contesto “film”… secondo me, il Giappone è sicuramente indietro rispetto a certi paesi occidentali, però… c’è un però. E riguarda il fatto che l’emancipazione sta crescendo notevolmente ma in maniera diversa, più lenta (ma forse più profonda e meno superficiale) rispetto all’Italia per esempio. Senza dimenticare che noi valutiamo sempre guardando gli altri con occhi occidentali: quando si parla di Oriente bisogna calcolare che non sono lontani solo “geograficamente” ma soprattutto “culturalmente”. La donna giapponese non è più così sottomessa come lo era una volta. Certo, si può fare di più e meglio…. e su questo sono d’accordissimo! PS: il film di Koreeda ce l’ho qui ma devo ancora vederlo; appena ho un po’ di tempo me lo guardo e poi ne riparliamo ;)

  3. EDA ha detto:

    Cara Vittoria, io non sono qui di certo per difendere il Giappone. Anzi, studiandolo ed essendoci stato, sono il primo a constatarne le falle e i problemi quando ci sono (e ci sono, chiaramente). Andiamo decisamente OT rispetto all’analisi del film, che mi pare tratti la questione solo secondariamente, ma sono contento che abbia scatenato questa tua riflessione, proverò quindi a risponderti.
    Innanzitutto il problema della donna in Giappone c’è ed è innegabile. Fino agli anni 90 è vero che le donne in ruoli dirigenziali fossero una quantità irrisoria e che la maggiorparte si “accontentava” di fare la Office Lady, un lavoro, come hai fatto notare tu, non disprezzabile ma di certo non di responsabilità. Ed era vera anche la tendenza di avere un ricambio costante di giovani “segretarie” appena fosse arrivato un matrimonio o il primo figlio (leggevo in uno studio che di OL oltre i 40 se ne trovano pochissime e sono considerate delle “sfigate”). Questa però era una condizione alla quale le OL stesse erano abituate, anzi in molti casi erano loro le prime ad essere contente e consapevoli del fatto che avrebbero lavorato solo qualche anno prima di ritirarsi. Ad ogni modo questa tendenza a partire dagli anni zero pare si stia parecchio attenuando e anche la considerazione della donna in generale, come faceva notare curiositizen, si stà avvicinando agli standard occidentali (anche in politica non è raro trovare donne, certo meno che da noi, ma almeno lì non sono ex-soubrette :D)
    Quello che non trovo giusto nel tuo discorso, però, è che mi sembra ignori completamente il fatto che stiamo parlando di una cultura diversa, occidentalizzata quanto vuoi, ma che non per questo deve annullarsi per aderire perfettamente agli “standard occidentali” sopra citati. La donna è stata sempre considerata la custode del focolare (e dove non lo è stata?) e col tempo si è creato lo stereotipo della moglie di(sotto?)messa che segue il marito in tutto e per tutto senza neppure criticarlo quando sbaglia. Se pensi però che la situazione sia ancora questa ti sbagli e se questo modello persiste in alcune coppie è perchè il retaggio culturale è evidentemente ancora forte, ma nessuno ce le costringe fidati. Non pensare che le donne in famiglia non abbiano peso, anzi, per citarti un esempio banale: sapevi che è la donna a gestire le finanze della famiglia? In giappone quando vedi una famiglia andare a mangiare fuori puoi essere quasi certa che è sempre la donna a tirare fuori il portafoglio (e del marito che gli ha affidato lo stipendio)!

    Riguardo gli stupri invece:
    per Rapelay non mi scandalizzo, è perverso, su questo non c’è dubbio, ma dargli contro sarebbe come dare la colpa ad un videogioco per la violenza urbana. Hai ragione invece quando dici che nei casi di stupro spesso si colpevolizzano le vittime, facendola diventare una fonte di enorme vergogna che può portare anche al suicidio. Anche qui il fattore culturale gioca il ruolo principale secondo me e ci vorrà un bel po’ per cambiarlo. Però bisogna anche dire che in Giappone il numero degli stupri è molto inferiore rispetto al nostro e che una ragazza può passeggiare da sola di notte senza troppa paura. Un fenomeno piuttosto inquietante che non hai invece citato è quello dei chikan (i molestatori delle metropolitane, fondamentalmente sono palpatori) ma il governo e le associazioni femminili hanno fatto molto ultimamente per contrastarli (vagoni x sole donne nelle ore di punta, telecamere nei vagoni, ecc…)

    per riassumere questo wall of text incredibile: la società giapponese è tendezialmente maschilista ed anche se negli ultimi anni le donne stanno avendo più spazio è certo che si possano fare dei passi avanti su questo fronte, ma non si possono comunque ignorare certi fattori culturali, perchè ciò che è “giusto” qui non deve per forza essere “giusto” anche lì. Su un discorso più “universale” come quello degli stupri, invece, siamo d’accordo e i suddetti fattori culturali non posso essere una scusante (pur rendendo difficile il risolvimento della questione)

    • Vittoria ha detto:

      1-Limitarsi a definire il G. una società tendenzialmente maschilista mi sembra un eufemismo un po’ troppo azzardato! Non dico che la situazione non stia migliorando e che non possa continuare a farlo ma ribadisco che si è ancora lontani da una vera emancipazione e da quella parità dei sessi che dovrebbe costituire la base di un qualsiasi Stato moderno di diritto degno di essere definito come tale. E’ questo lo standard a cui faccio riferimento non quello “occidentale”.
      Parlare di semplice diversità è tanto giusto quanto eccessivamente neutrale e acritico: a volte non basta, non in questo caso. Tenendo conto tra l’altro che la scelta non è necessariamente tra giusto e sbagliato.
      2-Eh beh effettivamente pagare con i soldi di tuo marito dà un’enorme soddisfazione, ti senti indipendente!!!Ma il portafoglio è loro o sempre del marito? Va beh che importa tanto lo hanno comprato con il suo stipendio!!!
      Io parlavo di equa ripartizione delle posizioni di responsabilità, di parità delle retribuzioni, di uguaglianza SOSTANZIALE tra i sessi.
      3-Non volevo attribuire a Rapelay un ruolo maggiore di quello che un videogioco potrebbe effettivamente avere nella realtà. Non voglio neanche commettere l’errore di ritenere che la violenza sullo schermo sia una prerogativa nipponica, aggiungendo che se condannare Rapelay per l’emulazione dello stupro è cosa giustissima, condannarlo per la violenza in senso generale è da ipocriti.(chi non ha giocato almeno una volta a GTA?beh io sì…) però mi sono anche chiesta perchè proprio in G. il genere HENTAI sia così apprezzato, quando in Occidente un gioco del genere, com’è appunto accaduto, non avrebbe mai trovato un distributore. Politica repressiva forse???
      Grazie a tutti cmq per le vostre risposte!

  4. Franco ha detto:

    Tre rapidi commenti.
    1) Il film mi è piaciuto molto e concordo con la tua articolata recensione (complimenti!). Koreeda è uno dei miei registi preferiti e ritengo “Aruitemo aruitemo” uno dei più bei film degli ultimi anni.
    2) Sulla condizione della donna in Giappone ho l’impressione che la situazione sia meno “in bianco e nero”, cioè nettamente giusta o sbagliata, di come sembri. Per fare una battuta sintetica si potrebbe dire che il Giappone è una società maschilista matriarcale in transizione. E’ vero che è maschilista ma è anche vero che le donne hanno storicamente funzioni di controllo che in Occidente non hanno. Basti pensare, per esempio alla gestione delle finanze famigliari. In generale, le donne sono più soggettivamente superiori e socialimente inferiori ai maschi (un tema interessante anche per l’Occidente…). Tutto questo, poi, sta cambiando a un ritmo velocissimo. Le donne hano iniziato a colmare la distanza sociale che li separa dai maschi e uno dei fenomeni attualmente interessanti è quello delle donne che lavorano, hanno un buon reddito e rifiutano di sposarsi perché non hanno più buisogno di “sistemarsi” ….

    3). Infine, è un vero sollievo che esistano blog come il tuo dove ci sono discussioni serie come questa e non i soliti scambi di battute tra fan e non fan di qualcosa.

  5. EDA ha detto:

    Grazie a te Franco per il tuo contributo. Ne approfitto per ricambiare i complimenti, gestisci l’unico blog italiano che io conosca a sfornare costantemente recensioni di film giapponesi contemporanei, continua così! (l’intento originale di questo blog era inizialmente simile al tuo, poi come vedi ha preso un’altra piega e i film giapponesi sono in minoranza rispetto alle uscite in sala, anche a causa dei classici problemi di “reperibilità”, a breve però vorrei scrivere qualcosa su Yasukuni e su Kokuhaku, stay tuned!)

  6. Franco ha detto:

    Grazie a te. Allora, attendo di leggerti a proposito di Kokuhaku e Yasukuni (mi sono iscritto al sito)

  7. Shiver- ha detto:

    Giusto per rimanere OT :) è interessante analizzare i dati statistici sul tasso di stupri (per milione di abitanti per anno) nei vari paesi. La fonte è wikipedia (quindi potrebbe non essere così attendibile) :
    Australia 778
    Canada 733
    Stati Uniti 301
    Svezia 233
    Regno Unito 142
    Spagna 140
    Francia 139
    Norvegia 121
    Olanda 100
    Danimarca 91
    Germania 90
    Italia 40
    Giappone 17

    Al primo posto c’è la “pacifica” Australia. Chi l’avrebbe mai detto. E il Giappone è addirittura l’ultimo. Subito dopo l’Italia.
    C’è da considerare però la possibilità che esista una cosiddetta “cifra nera” (ossia lo scarto tra le violenze denunciate e quelle registrare) molto alta. La vergogna di chi subisce una violenza in Giappone potrebbe portare molte donne a non denunciare l’accaduto….

  8. EDA ha detto:

    cifre da prendere con le pinze mi sa, anche se non mi stupiscono molto canada e australia, con tutti quegli spazi immensi e poco abitati che si ritrovano….comunque la “cifra nera” chiaramente esiste per qualsiasi paese eh, non scordiamolo, anche se sicuramente in alcuni (come in Giappone) è più pronunciata.

    @vittoria: l’esempio del portafoglio te l’ho fatto per dire che in famiglia è la donna ad amministrare l’economia, non è una semplice cassa dove tenere il denaro, non mi sembra poco come aspetto
    -premettendo che il giappone è comunque indietro rispetto a questi “standard universali”, sinceramente non mi sembra di vedere paesi dove le poltrone che contano (in azienda come in politica) sono equamente divise 50/50. insomma, passi in avanti da fare ce ne sono ovunque e sono sempre legati al contesto nel quale si sviluppano (e qui rientrano in gioco quei fattori culturali che io non mi sento di tener fuori nonostante tutto)
    – gli hentai lasciali ai nerd repressi :P (nel paese che produce e consuma più fumetti e cartoni di tutto il mondo, non mi sembra strano si sia sviluppato un fiorente sottogenere erotico)
    cercando di tornare IT rimanendo in OT: i giapponesi comunque sono consapevoli delle problematiche legate alla donna, basti pensare a praticamente tutta la filmografia di Mizoguchi Kenji (e stiamo parlando degli anni CINQUANTA) e già a fine ottocento una scrittrice morta purtroppo molto giovane, Higuchi Ichiyo (famosissima, le cui opere sono state trasposte più volte al cinema) parlava della dura condizione delle mogli e di come fossero schiacciate dalla tradizione. Dopo cent’anni la condizione è sicuramente migliorata (e meno male!), il retaggio culturale feudale è sempre meno forte, ma per alcuni aspetti rimane, e secondo me rimarrà per un bel pò, sottotraccia in tutta la società giapponese

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