La donna che canta – Incendies (Denis Villeneuve) ★★★/4

Incendies, Canada, 2010, 130 min.

Il cineasta canadese Denis Villeneuve è un autore con all’attivo importanti pellicole come Polytechnique e Maelstrom, ma in Italia è praticamente sconosciuto, tanto che i due film appena citati non sono stati neppure distribuiti da noi. Va riconosciuto del merito quindi alla Mostra del Cinema di Venezia che nella sua ultima edizione lo ha giustamente selezionato per le Giornate degli Autori (il film è anche stato inserito nella cinquina in lizza per l’Oscar al miglior film straniero).

La pellicola è ambientata in Libano, è bene chiarirlo subito perché per chi non è ferrato in geografia mediorientale questo non si capirà MAI per tutta la durata del film; una scelta voluta che però diventa difetto – seppur secondario – non aiutando affatto lo spettatore a collocare spazialmente la vicenda. Forse il regista ha confidato troppo ottimisticamente nella conoscenza che le masse avrebbero dovuto avere dei piccoli paesini di un piccolo Stato. Ad ogni modo il clima di odio e guerra che vige tra musulmani e cristiani fuga ogni dubbio da quella che è la scena generale dove si svolge l’azione: il Medio Oriente.

Lo stesso Medio Oriente per il quale dal Canada i due gemelli Jeanne e Simon dovranno partire per adempire alle volontà testamentarie lasciate loro dalla madre, l’araba cristiana Nawal Marwan (una bravissima Lubna Azabal); ritrovare il padre e il fratello che non sapevano d’avere è la loro eredità. Le reazioni sono opposte: Simon vorrebbe chiudere la questione il prima possibile e ignorare le richieste di una madre che non ha sentito mai vicina, mentre Jeanne non ha timore a partire e si reca immediatamente in Medio Oriente, dove brancola inizialmente nel buio, di certo non aiutata dalla riluttanza dei pochi testimoni rimasti a documentare le vicende della donna. Quando anche Simon si convince e raggiunge la sorella, i due proseguono le ricerche, scoprendo sempre più particolari sulla tribolata vita di Nawal prima del suo trasferimento in Canada, arrivando a trovare le risposte che cercavano, di certo inimmaginabili (anche per lo spettatore).

Villeneuve è molto bravo a gestire una storia complessa e un tema scottante, intrecciando abilmente passato e presente, contesto storico e vicende individuali. Nel farlo, adotta la scelta più opportuna: non si schiera dalla parte dei musulmani, né da quella dei cristiani e anzi mostra le atrocità compiute dall’una e dall’altra parte, facendo emergere tutte quelle zone d’ombra che rendono impossibile una semplicistica identificazione di buoni e cattivi da parte dello spettatore. Imbastisce così un film generalmente antimilitarista nel quale sono almeno un paio le sequenze che rimangono impresse nella memoria (i fucili che sparano con attaccata l’immagine della Madonna, il camioncino in fiamme, l’intensissimo piano sequenza iniziale).

La presenza della guerra, però, pur essendo costante e condizionando inevitabilmente le vicende della protagonista – la donna che canta del titolo – rimane pur sempre un contesto nel/dal quale si sviluppa una storia di soprusi e ingiustizie che non fa altro che esaltare la tenacia inossidabile di Nawal (rinchiusa per ben 15 anni in una cella di 2×3), senza però cedere alla tentazione di dipingerla come una martire. Anzi, la donna diventa veicolo di un potente messaggio di odio e perdono, sopratutto nello shockante finale, lasciando lo spettatore con un forte senso di turbamento e un grande dilemma morale.

La sceneggiatura gioca con le ambiguità e con gli incroci del destino, magari forzando un po’ la mano a volte, ma rimane affascinante la costruzione del racconto basata su più dicotomie che si vanno a intrecciare e sulle quali però devo tacere per non rovinare nulla. Così come ben calibrato è l’incedere dell’indagine dei due gemelli che porta al progressivo disvelamento di una vicenda con più di un colpo di scena, in un viaggio alla ricerca della verità e delle proprie radici spirituali ancor prima che biologiche.

Il film è tratto da una pièce teatrale, ma non si nota affatto e l’adattamento è pienamente cinematografico; molte battute sono state soppresse e a parlare vengono (spesso) lasciate le immagini. Ne emerge un ritratto potente, splendidamente diretto e fotografato, nel quale si insinua subdolamente, e ripetutamente, You and whose army dei Radiohead che produce un inquietante senso di straniamento. Cupo e teso, anche se con qualche caduta di ritmo dovuta alla lunga durata, La donna che canta è uno di quei rari film d’autore che riesce anche a “intrattenere” (cioè a far pensare) gli spettatori disposti a seguirlo. Di sicuro vale la pena provarci.

EDA

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Una risposta a La donna che canta – Incendies (Denis Villeneuve) ★★★/4

  1. Champlooman ha detto:

    adesso mi tocca vederlo…ottimo vecchio!

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