The Fighter (David O. Russell) ★★½ /4

The Fighter, USA, 2010, 115 min.

Cinema e ring non sono certo un binomio nuovo, né inesplorato: si va da Lassù qualcuno mi ama (’56) a Fat City (’72), passando ovviamente per l’imprescindibile Rocky (’76) e il capolavoro di Scorsese Toro Scatenato (’80), fino al più recente Million Dollar Baby (2004)  di Clint Eastwood. Cosa ha dunque da offrire in più questo The Fighter che non sia ancora stato detto?

Senza immergersi nel film, guardando sommariamente al plot, tratto da una storia vera degli anni novanta, sembrerebbe che la risposta sia: niente. Non c’è molto di nuovo nella parabola di Micky (Mark Wahlberg), pugile di origini irlandesi della provincia americana, che all’inizio vive all’ombra della madre-manager tiranna (Melissa Leo) e del fratello-allenatore Dicky (Christian Bale), idolo locale per aver (forse) steso il grande Sugar Robinson e ora dipendente da crack. Micky non ne vince molti di match e medita il ritiro, ma l’incontro con Charline (Amy Adams) e l’allontanamento della famiglia dal ring lo rimetteranno in carreggiata, fino ad arrivare a competere per il titolo mondiale.

Dunque il classico percorso caduta-rinascita-ascesa-successo, canonizzato dalla serie di Rocky e caratterizzato da tanto allenamento fisico, fiducia in se stessi e incontri contro avversari nettamente superiori sulla carta. Ed è proprio alla saga di Stallone che il film sembra rifarsi con i suoi sprazzi melodrammatici e i problemi fuori dal ring del protagonista. Già qui, però, bisogna iniziare a far emergere le differenze. Quello che colpisce, infatti, è la solidità della messa in scena di David O. Russell (Three Kings è l’unica sua altra pellicola degna di nota), regista che subentrò nel progetto al collega Aronofsky, costretto all’abbandono essendo impegnato sul set de Il cigno nero. Inutile mettersi a pensare alla pellicola che sarebbe uscita dalle mani del regista di The Wrestler, il quale probabilmente avrebbe dato una visione più personale e meno classica della vicenda. Il prodotto finale infatti non fa rimpiangere il cambio di regista, il quale anzi riesce a tratteggiare un quadro incisivo della provincia americana.

La forza del film si trova infatti non nella vicenda principale, ma nei contorni, nei personaggi secondari, nella rappresentazione degli anni novanta. Come i due oscar portati a casa per i migliori attori non protagonisti stanno a dimostrare, Melissa Leo e Christian Bale (qui accanto insieme nel film) – ma anche Amy Adams, anch’essa candidata – forniscono prove convincenti che aiutano a delineare bene il contesto dal quale si sviluppa la carriera del pugile. In particolare i primi due, spesso sopra le righe, sono i cardini decisamente sgangherati sui quali ruota tutta la dissestata famiglia di Micky, fondata su un chiaro ordine matriarcale. L’armonia precaria tra le sette sorelle e i due fratelli pugili è infatti retta con pugno di ferro dal personaggio della Leo (mentre il marito è spesso vittima passiva), la quale promuove il valore dell’unità famigliare sopra a ogni cosa, non si capisce se per puro profitto economico o per semplice bigotteria, ignorando i problemi evidenti (la dipendenza di Dicky) e nuocendo inevitabilmente alla carriera di Micky. Il ritratto che ne vien fuori, soprattutto nella prima parte di film, è quello di una famiglia letteralmente mostruosa (le sette sorelle fanno a gara per bruttezza) e abbrutita, chiaro prodotto di una provincia americana svuotata sia degli ideali che dei lavoratori. La Lowell nella quale è ambientato il film, “capitale della rivoluzione industriale”, ricorda la Flint del Michigan, la città natale di Michael Moore sempre presente nei suoi documentari; città sulle quali sembra si sia appena abbattuto un tornado e delle quali rimangono solo macerie (a Lowell, Micky riasfalta le strade), dove la gioventù è davvero bruciata e non può far altro che rinchiudersi nelle case a distruggersi di droga per scordare il desolante paesaggio che si trova di fronte.

Il film, però, non nasconde un certo didascalismo. Micky riesce a uscire dal fango nel quale si trova impantanato con la propria forza di volontà e man mano che la sua carriera prende il volo si assiste anche ad un progressivo addolcimento nel ritrarre la famiglia. I conflitti che sembravano insanabili tra il suo nuovo nucleo famigliare, capitanato dalla ragazza, e quello vecchio/originale si affievoliscono, Dicky e la madre ne escono ripuliti e si arriva infine ad un “volemose bbene” collettivo che fa un po’ storcere il naso. Si finisce così paradossalmente col dare ragione a quella stessa madre-tiranna che era stata così impietosamente descritta nella prima parte del film. Sono comunque difetti marginali che fanno parte di quasi tutte le true american stories e intaccano solo superficialmente i meriti di un film che va dritto al sodo grazie anche a un comparto tecnico senza particolari pecche. Le scene di pugilato puro sono infatti ben girate e recitate, rese ancora più verosimili dall’utilizzo di una grafica televisiva, anche se a volte si avverte un senso di staticità che mina un po’ il realismo. Il pugilato è comunque protagonista di un bel pezzo di cinema, quando con un ottimo lavoro di montaggio, supportato dalla calzante Back in the Saddle degli Aerosmith, assistiamo in fast forward alla serie di vittorie che porteranno Micky verso il suo incontro più importante, un pezzo davvero coinvolgente. Lo stesso dicasi per un film che, accantonando gli intellettualismi, punta dritto al cuore dello spettatore senza perdere mai un colpo, ambendo a divenire un piccolo classico nel sottogenere dei film sulla boxe.

EDA

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