127 ore (Danny Boyle) ★★/4

 127 Hours, Usa, 2010, 94 min.

Tratto dal libro autobiografico Between a Rock and a Hard Place di Aaron Ralston, questo film segna il ritorno dietro la cinepresa dell’inglese Danny Boyle dopo il trionfo del fin troppo fortunato The Millionaire che gli era valso l’Oscar come miglior film nel 2009.

La storia sembra essere una di quelle impossibili da trasporre sul grande schermo: un uomo completamente solo che si trova a fronteggiare una situazione impossibile. Una vicenda che potrebbe ricordare per alcuni versi quella simile (ma inventata) di Buried, uscito qualche mese fa nelle sale. Anche qui il protagonista è costretto infatti ad una quasi totale immobilità che gli sarà fatale se non troverà il modo di venirne fuori. Il protagonista, Aaron, precipita in fondo ad un canyon mentre fa escursionismo e si ritrova con il braccio schiacciato da un masso:  questo il fulcro che deve reggere l’intera trama. Ci si può domandare se un film del  genere voglia essere solo il supponente esercizio di stile di un temerario regista o piuttosto la reale intenzione di narrare il dolore, la disperazione e la voglia di vivere di un uomo in una situazione estrema. 127 Ore sembra collocarsi a metà strada. A dispetto di una situazione che presupporrebbe un disperato staticismo, Danny Boyle si ingegna e firma una regia frenetica, ricca di effetti da videoclip musicale, flashback e apparizioni improvvise, sempre all’affannosa – ma spesso riuscita – ricerca dell’attenzione dello spettatore; numerosi i virtuosismi tecnici che talvolta appaiono però un po’ fini a se stessi.

 Il film, però, è anche il racconto della lotta interiore e della presa di coscienza (tutto sommato non così originale) del protagonista che, vedendo vicina la fine, ricorda con nostalgia gli affetti più importanti della sua vita, rendendosi conto di non avergli dedicato abbastanza tempo. Questo individualismo egoistico, che sembra dilagare nell’odierna società americana, porterà Aaron alla più disperata solitudine.

Una menzione particolare va alla colonna sonora ideata da A.R.Rahman (già compositore di Boyle per The millionaire) che si sposa perfettamente con i meravigliosi e suggestivi paesaggi in cui è ambientata la vicenda. Un esempio ne è la suggestiva canzone finale, If I Rise – candidata all’Oscar – esaguita splendidamente da Dido.

Tecnicismi a parte però, il peso del film è chiaramente tutto sulle spalle del bravo James Franco, protagonista di un one man show tutto espressioni e fisicità con il quale riesce, seppur non sempre in maniera convincente, a trasmettere la difficoltà e la tenacia con le quali il suo personaggio tenta di rimanere aggrappato alla vita. Tra interessanti intermezzi tragicomici nei quali il malcapitato si trova a dialogare attraverso la sua telecamera con un pubblico immaginario, e momenti vagamenti ruffiani, il film si conclude (tranquilli no spoiler…e poi molti già lo sapranno)  in maniera piuttosto forte, ma con un finale di troppo.

Shiver

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