Sucker Punch (Zack Snyder) ★½ /4

Sucker Punch, USA, 2011, 110 min.

Zack Snyder è una delle figure più interessanti tra i giovani registi mainstream americani emersi in quest’ultimo decennio. Interessante non tanto per  i risultati ottenuti, alquanto altalenanti, ma per essere riuscito a costruire una cifra stilistica personale. Parte bene, esordendo col remake del romeriano L’alba dei morti viventi, con il quale mostra una precisa visione del cinema e una discreta attitudine a rilettura e reinterpretazione. Questo porta a quel film tutto sbagliato, ai limiti dell’inguardabile, che è 300, forse fedele alle intenzioni di Miller, non di certo a quelle di chi scrive. Dopo un tonfo del genere, però, Snyder risorge e riesce nell’impresa quasi impossibile di adattare – bene – uno dei pilastri della letteratura fumettistica, Watchman.

Snyder è uno di quei registi postmoderni che tanto piacciono a noi giovani, ama le contaminazioni, le citazioni, il mischiare tutto in maniera dissacrante e imprevedibile: Sucker Punch sotto questo punto di vista si presentava come il suo film più libero (il soggetto è suo) e olistico. Cosa può volere infatti il giovane cinefilo moderno, quello che si ciba di wuxiapian hongkongesi, polizziotteschi italiani e film della Troma senza soluzione di continuità, più di quello che c’è in questo film? Snyder ci mette infatti tutto quello che piace a lui e, teoricamente, a noi: protagoniste discinte e combattive, samurai giganti col gatling, soldati tedeschi zombie, robot, orchi, draghi, mech, katana, jet-pack e quant’altro. Non contento, fa sviluppare il film su tre deversi livelli narrativi (che Inception abbia già fatto scuola?) ognuno dei quali ha stile e caratteristiche ben distinte. Ma a voler fare troppo si finisce col far ben poco; ed è proprio quello che capita al regista in questo film ambizioso ma poco riuscito.

L’incipit, quello sì, è folgorante. Quindici minuti senza una parola (esclusa la voce off), nei quali Snyder lavora tutto di montaggio, effetti sonori e slowmotion (del quale il regista è noto abusatore, ma qui è usato in maniera incisiva), accompagnati in sottofondo da un’azzeccata cover di Sweet Dreams, per introdurre la vicenda di Baby Doll (Emily Browning). Morta la madre, l’eredità è lasciata a lei e alla sorella; il patrigno, affatto contento, trova il modo di farla rinchiudere in un ospedale psichiatrico, per sottoporla a una lobotomia che la spedisca in “paradiso”. Pochi istanti prima che le venga praticata inizia il delirio psico-onirico nel quale si racconta dei mondi creati dalla ragazza per sopportare i cinque giorni che la separavano dall’operazione e del suo tentativo di fuga dal manicomio insieme ad altre quattro ragazze.

Il cinema di Snyder è un cinema di immagini, in questo caso particolare, un’orgia di immagini. E’ naturale quindi che sceneggiatura, caratterizzazione dei personaggi e dialoghi non siano i punti forti di questo film e ci si passa sopra senza troppi rimpianti. La storia vorrebbe provare a dire qualcosa, ma quanto più lo sviluppo è confusionario tanto più le conclusioni sono banali e ci si ritrova tra le mani un opaco inno alla volontà di potenza, alla nostra forza interiore in grado di plasmare il mondo, proprio come fa Baby Doll nei suoi delirii. Peccato perché l’idea di base poteva permettere interessanti ragionamenti, ma è chiaro che Snyder non è Tarantino e non riesce ad elevare la forma a visione esistenziale della vita, d’altronde non sembra neanche averne l’intento.

Ciò che delude di più, però, e’ proprio la parte fantasmagorica nella quale il regista può dare libero sfogo alla sua fantasia e potenza visiva. Nel primo mondo immaginato da Baby Doll le cinque ragazze lavorano come “accompagnatrici” in un locale d’intrattenimento dal quale vogliono scappare, per farlo hanno però bisogno di quatto oggetti. Questa sezione è piuttosto piatta, per non dire noiosa; non giova certo la ripetitività dell’azione, sempre incentrata sulla quest delle ragazze che lascia poco spazio alla descrizione dell’ambiente nel quale vivono. Vi è però anche un bel pezzo di cinema, una delle poche trovate tecniche mandate a segno: ad un certo punto mentre le ragazze parlano del piano guardandosi allo specchio, la macchina da presa gira intorno a loro, entra magicamente nello specchio e riesce dal lato opposto, provocando un bel corto circuito sulla concezione del “reale”.

Gli oggetti che servono alla fuga delle ragazze vengono rubati distraendo i legittimi proprietari grazie all’ammaliante (in realtà non la vedremo mai) danza di Baby Doll. Ogni volta che la ragazza comincia a muoversi si entra nel secondo mondo immaginario, la parte più propriamente action e allucinante del film, nella quale le cinque ragazze diventano vere e proprie macchine da guerra che si trovano ad affrontare di volta in volta nemici diversi per portare a compimento le loro missioni (corrispondenti agli oggetti che servono alla fuga nel mondo precedente). E’ in questo terzo livello narrativo che si ritrovano i vari samurai, zombie e robot, tra i quali la telecamera sfreccia a ritmo frenetico, compiendo acrobazie tecniche continue, avvalendosi di effetti speciali digitali impiegati in maniera massiccia. Nonostante non ci sia un attimo di tregua, però, queste sezioni riescono in un compito che sulla carta sembrava impossibile: NON divertire. Tutti gli espedienti impiegati non bastano e il risultato è incredibilmente freddo e senza vita, la loro anima digitale non permette di entrare davvero in questi mondi e si rimane piuttosto indifferenti – se non infastiditi – dall’uso estenuante e continuo dei ralenti e dalla caoticità degli scenari. Fa capolinea all’orizzonte anche una poco piacevole sensazione di già visto, laddove, non si sa se per semplice omaggio o per pura saturazione dell’immaginario, non è difficile ritrovare Il Signore degli Anelli (il fosso di Helm), I, Robot (i robot sono davvero simili), Sky Captain and the world of tomorrow, un pò di Tarantino, un pizzico di Rodriguez e tutta la serie Z giapponese degli ultimi anni, nonché svariati riferimenti a videogiochi più o meno recenti. D’altronde è tutta l’azione ad avere il retrogusto da videogioco ma questi per divertire sono interattivi, Sucker Punch, purtroppo, no.

EDA

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