Confessions (Tetsuya Nakashima) ★★/4

Kokuhaku, Giappone, 2010, 106 min.

La prof. Moriguchi (Matsu Takako) parla alla sua classe, impiega molto tempo per arrivare al punto della questione. Gli studenti ascoltano svogliati, parlano tra loro, si tirano cose e, soprattutto, bevono latte, in quanto la loro scuola è stata selezionata per promuovere le buone qualità del prodotto. In un grigiore malinconico e asettico la mdp si sofferma sui particolari, sui volti dei ragazzi, occasionalmente sulla professoressa che cammina tra i banchi. Non sembra una classe modello e il resto del film confermerà l’impressione. Un primo momento di silenzio lo ottiene annunciando il suo ritiro dalla professione, ma è un attimo, prima che le grida di gioia e di stupore prendano il sopravvento. E’ solo la prima, e la meno rilevante, di una serie di confessioni che coinvolgono i suoi studenti. L’escalation è terribile: con lo stesso tono pacato e un volto che non rivela emozioni Moriguchi racconta della morte della figlia di quattro anni, del fatto che due dei suoi studenti siano gli assassini, fa capire chi siano senza rivelarne i nomi e, infine, annuncia di aver iniettato del sangue sieropositivo nel latte bevuto dai due piccoli colpevoli. Il mistero, dunque, è già svelato, ma la vendetta non si ferma certo qui…

Questa prima mezz’ora ha una forza visiva e un impatto emotivo davvero notevoli, grazie anche all’impiego di una colonna sonora azzeccata e ad un intelligente uso del ralenti, che ne fanno uno dei migliori scorci di cinema dell’annata passata. Quella appena descritta, però, è solo la prima delle confessions del titolo, seguiranno quelle dei due colpevoli e di un’altra ragazza che complicheranno la lettura della vicenda. Con la frammentazione dei punti di vista veniamo a conoscienza delle conseguenze delle azioni iniziali, oltre a nuovi particolari delle cause scatenati. Le memorie si sovrappongono e si intersecano in più punti, andando a delineare alla fine un quadro cupissimo. Non si salva davvero nessuno nel film di Nakashima, nè la professoressa, nè tantomeno gli studenti della classe si dimostreranno meno mostruosi dei due assassini, arrivando addirittura a stilare una classifica per registrare i “punti bullismo” accumulati maltrattando uno dei due. L’incredibile inizio del film serve al regista anche per poter sviluppare altri discorsi legati al mondo dei giovani. Oltre al bullismo (una vera piaga delle scuole giapponesi) si parla della solitudine di un giovane che, abbandonato dalla madre, cerca di far riconoscere il proprio valore nelle maniere più improprie; un altro ragazzo, iper-protetto dalla madre, degenera fino a non uscire più dalla sua stanza mentre la madre assiste impotente, incapace di accettare le colpe del figlio, nonchè le proprie. Nessuno è quel che sembra in questo film e tutti hanno una parte oscura da nascondere, Moriguchi inclusa.

E’ palese che Nakashima sappia perfettamente dove vuole arrivare, ha un controllo totale e quasi opprimentle della pellicola; è chiaro l’intento di voler costruire quello che dovrebbe essere un piccolo capolavoro, unendo ad una struttura narrativa particolare e complessa, tematiche forti, situazioni scottanti e una regia virtuosistica e compiaciuta. Proprio per questo, fallisce. Nakashima aveva già dato prova della sua abilità dietro la macchina da presa con uno stile molto pop in Kamikaze Girl e Memories of Matsuko. Qui raffredda le tonalità ma non certo gli eccessi visivi. Alla costante ricerca di trovate originali, il regista infarcisce il film di ralenti, bruschi tagli di montaggio, deformazioni ottiche, giochi di luci e ombre, accompagnamento musicale pervasivo, simbolismi ed effetti speciali che richiamano nientepopodimenoche…Zabriskie Point di Antonioni (!!!), solo che questa volta non ci sono i Pink Floyd in colonna sonora. Tutto molto bello, davvero, ma la perfezione formale finisce con l’essere manichea, stucchevole e persino fastidiosa con il prosieguo della pellicola.

Il fascino calcolato di quest’opera che, per inciso, colpirà ancor più che il pubblico domestico quello poco abituato a una certa estetica e a certe situazioni, scopre poi tutta la sua meccanicità nei risvolti dei personaggi. Nakashima, caparbiamente intenzionato a colpire emotivamente lo spettatore, pur essendo lui stesso il primo a distaccarsi dai personaggi, ha finito col creare un mondo popolato da persone amorali e inumane. Per di più qui non è presente quel distacco auto ironico che permette la messa in scena di certi caratteri come, ad esempio, in Ichi the Killer, ma anzi, il registra si prende tremendamente sul serio. Nonostante inserisca spesso scene poetiche e toccanti che vorrebbero esaltare l’umanità dei personaggi, delinea al contrario un mondo di soli carnefici: non c’è mai redenzione o catarsi, ma un accanimento sempre più forte nei confronti della Vita stessa (anche se, come si dice nel film, lo si fa per farne apprezzare maggiormente il valore) e lo spettatore finisce col rimanere turbato da una visione tanto pessimista e così calcolata che, almeno nel mio caso, ha disgustato.

EDA

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6 risposte a Confessions (Tetsuya Nakashima) ★★/4

  1. ugaciaka ha detto:

    uhm, molto interessante.

    Sul bullismo ho visto una cosa molto meno sofisticata e, forse, banale ma molto sadica quindi incline ai gusti personali del soggetto: The Final.

  2. Vittoria ha detto:

    Le tematiche trattate dal film sono sicuramente molteplici. La mia attenzione è inevitabilmente caduta sul concetto di giustizia non so se solo illustrato o anche sponsorizzato (non credo)da Tetsuya. Ho visto una buona parte del film sottotilata in inglese, una frase mi ha catturato: “the law may protect you but i’ll never forgive”. Sbagliato il fatto che la legge li protegga (punizioni assolutamente inconsistenti e inutili, la famiglia dovrebbe rispondere e i ragazzi dovrebbero essere seguiti dallo Stato a livello psichiatrico o farmacologico)se è vero che la pena ha funzione rieducativa e non più repressiva perchè renderli esenti?; giusta, direi sacrosanta, la scelta (o forse l’impossibilità) della madre di non perdonare; ma come definire l’autodichia?
    Sebbene in un primo momento non si possa non essere dalla parte di Yoko moriguchi, forse l’ultima parte sul bullismo, e la “disperazione” di un’altra madre richiamano in gioco la ragione. (Da ignorante) avrei preferito un regista meno regista e più uomo, una maggiore partecipazione, sì l’avrei volentieri barattata con il suo “stile pop, colorato e pieno di dettagli”; l’ eccessiva freddezza utilizzata nella narrazione ha lasciato troppo spazio al giudizio morale e troppo poco all’empatia. Ci dice solo: this is her revenge. E voi che ne pensate?

  3. curiositizen ha detto:

    Come già hai detto tu, siamo pienamente d’accordo :)

  4. CineFatti ha detto:

    A me al contrario mi colpì tantissimo al punto da diventare uno dei miei film preferiti in assoluto in coppia con Love Exposure!Questo già ti farà capire che i miei gusti vertono su una freddezza e un distacco emotivo totale dalle vicende in azione (prendendo Sion Sono per tutta la sua filmografia e non solo Ai no mukidashi), per cui questo film di Nakashima per me rappresenta una sorta di non plus ultra. Quella sensazione di arrivare verso la fine del film senza avere nessuno per cui tifare, perché nessuno è corretto o “giusto” – rimanendo nella giustamente citata ottica della giustizia – mi ha dato l’impressione di un racconto sincero, in cui lo spettatore è come il regista, al di fuori… ma per il resto mi trovo d’accordo con te, è per una questione di gusti personali che quei difetti che tu vedi per me diventano dei pregi!

    Bel blog comunque, il cinema giapponese e quello orientale in generale li ho sempre amati e qui sopra ho beccato un bel po’ di roba di cui non sapevo nemmeno l’esistenza!

  5. EDA ha detto:

    Ciao e benvenuto!
    Hai fatto bene a citare Sono e accostarlo a Nakashima. Le motivazioni per le quali adoro il primo mentre diffido del secondo le ho scritte in un paragone fatto all’interno della recensione di Memories of Matsuko, sempre di Nakashima (https://eighthsamurai.wordpress.com/2011/07/04/memories-of-matsuko/). Anche io tendo a premiare quei film che si mantengono distaccati e rappresentano personaggi a tutto tondo che non è possibile definire “buoni” o “cattivi”. In Confessions però la storia è diversa, il racconto mi è sembrato tutt’altro che sincero (ed è un’impressione fondata anche sulla visione degli altri film del regista) e l’accanimento col quale rappresenta i suoi personaggi l’ho trovato pretestuoso, atto a mascherare un sostanziale vuoto di idee (di cui invece all’apparenza il film sembrerebbe ricco). Che poi Nakashima sia uno che sa come fare il proprio lavoro e sia dotato di talento registico superiore alla media, questo non lo metto in discussione neppure io.

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