Silvio Forever (Roberto Faenza & Filippo Macelloni) ★★/4

Italia, 2011, 80 min.

Come recita la locandina, Silvio Forever è l’autobiografia non autorizzata di Silvio Berlusconi, diretta da Roberto Faenza (autore a suo tempo anche del profetico Forza Italia!) e Filippo Macelloni e scritta dalla coppia di giornalisti Rizzo & Stella, gli autori del best seller La Casta. Il film è uscito senza molto clamore pubblicitario e senza godere di grande distribuzione nelle sale, nessuna censura però, è semplicemente la sorte che tocca ad ogni documentario in terra italica.

Attraverso le parole dello stesso Berlusconi, (per questo si parla di autobiografia) ripercorriamo la sua vita dagli anni 40 ad oggi attraverso filmati di repertorio, interviste, estratti da spettacoli comici (Benigni, Grillo, Fo), qualche funzionale effetto visivo e la voce di Neri Marcorè che interpreta occasionalmente le parole del “miglior presidente della storia d’Italia”. Si passa quindi dalla difficile giovinezza con i primi umili lavoretti, ma sempre primeggiando sui compagni di scuola grazie alla sua iniziativa, per approdare ai primi passi nell’imprenditoria con Milano 2, passando per Mediaset, Milan, Mondadori fino alla storica “discesa in campo” del ’94 e tutto quello che ne è conseguito, fino ad arrivare ai più recenti bunga bunga e Rubygate.

Come si può evincere il film è un lavoro di puro montaggio, senza alcun girato originale se non per qualche inserto digitale, che cerca di amalgamare il materiale esistente su Berlusconi per darne una visione il più completa possibile. Nel farlo Faenza è molto onesto, forse anche troppo, poiché non dà mai l’idea di manipolare il materiale a sua disposizione per darne un’interpretazione critica. Chiaramente ha dovuto operare delle scelte di selezione, ma non usa mai il montaggio in modo tale da far contraddire il Cavaliere in maniera evidente; d’altronde basta seguire con attenzione le affermazioni di Berlusconi nel film per individuarne di palesi.

Faenza non calca mai la mano, ignora quasi del tutto le accuse sulla P2 e quelle di collusione con la mafia, così come si limita a mostrare le smentite del diretto interessato riguardo i vari scandali nei quali è (stato) coinvolto. Anzi fa quasi simpatia quello studentello che dà ripetizioni ai compagni per qualche spicciolo (donati tutti in beneficenza) o che alla Sorbona si guadagna da vivere cantando nei locali e vivendo insieme ad una spogliarellista. Così come è indubbio il successo del Berlusconi-imprenditore, capace di sdoganare la televisione privata (puntando da subito sull’accoppiata tette&culi, ma tant’è) e portare in pochissimo tempo una squadra calcistica sul tetto del mondo. La figura che ne emerge è quella con la quale si rappresenta lo stesso Silvio: un self-made man sicuro di sé, giocherellone e amante delle donne e della vita che canta, balla, racconta barzellette sporche e si diverte, ma rimanendo sempre ligio al dovere, tanto stoico da non mostrare mai la tremenda stanchezza che lo attanaglia anche quando per esempio passa una notte insonne con la D’Addario.

E’ anche vero però che tutta la pellicola è percorsa da una sottile ironia che raggiunge il risultato migliore quando i registi si soffermano sul grottesco mausoleo che il Cavaliere si è fatto costruire ancora in vita. In particolare la testimonianza di Travaglio, che racconta di come Indro Montanelli abbia galantemente rifiutato un posto nel “Circolo dell’amicizia” al suo interno, produce una sincera risata. Più spesso, però, si ride amaramente a fronte delle tante promesse mai mantenute (ma questo è il lavoro del politico stesso), dei proclami assurdi, delle contraddizioni che emergono dalle sue affermazioni nel corso degli anni, dei tanti episodi di cui è stato protagonista il Cavaliere e che ci hanno fatto vergognare di fronte a tutto il mondo. E’ incisivo come sempre Dario Fo quando dice che Silvio “racconta balle grandi quanto case, ma le ripete talmente a lungo che alla fine diventano balle vere”. Proprio questa emerge come la strategia che lo ha tenuto a galla fino ad ora (assieme a soldi e avvocati), ed è curioso notare come la sua ossessione per il consenso popolare cresca esponenzialmente man mano che viene sommerso dagli scandali, così che più è attaccato più si affretta a snocciolare le cifre della sua popolarità.

Probabilmente Silvio Forever non farà felici né i sostenitori di Berlusconi (che comunque non l’andranno a vedere) né i suoi detrattori (che comunque già sapevano più o meno tutto quello che viene detto), non è un film a tesi di aperta critica, né tanto meno un’agiografia, ma finisce col porsi come testimonianza principale della costante sovraesposizione di cui è stato protagonista Berlusconi negli ultimi venti e più anni. Oggetto del desiderio (dell’odio) troppo ambito e per questo difficile da etichettare e da analizzare a fondo senza cadere in demagogia e populismo, da entrambe le parti lo si voglia guardare. Frutto più maturo o radice sotterranea di un immaginario del quale ormai ogni italiano è vittima e insieme carnefice. Anche il film di Faenza/Macelloni non riesce a imbrigliare la sua figura, ma non perchè sia stato sopraffatto dall’ossessione di svelarne le nefandezze o dal desiderio di farne oggetto di satira, quanto piuttosto per aver fatto troppo poco, finendo col consegnare le chiavi della pellicola alla dialettica stessa del Cavaliere. Il film ha comunque il pregio di ricordare cose che in molti hanno probabilmente dimenticato troppo in fretta e in un’Italia dalla memoria corta non è poco; sempre che non vengano cancellate con l’ennesimo colpo di spugna…la biografia, infatti, è ben lontana dal dirsi conclusa.

EDA

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