FEFF 13 – speciale #2

Seconda infornata di recensioni per un festival che si sta mantenendo su un discreto livello medio con sporadiche punte verso l’alto e il basso. A farla da padrone quest’anno sembrano soprattutto le commedie, spesso romantiche, che riescono quasi sempre ad essere genuinamente divertenti. Altra tendenza, negativa stavolta, è quella dei brutti finali che sembra colpire la maggiorparte dei film qui presentati (e di quelli che posterò nei prossimi giorni), vizio probabilmente dovuto alla natura commerciale di queste pellicole, che quindi tendono ad “accontentare” lo spettatore medio. Enjoy:

My Dear Desperado di KIM Kwang-sik
Corea del Sud, 2010, 105m       voto:  ★★/4

La Corea del Sud sembra aver trovato gli ingredienti giusti per confezionare riuscite commedie a tinte romantiche tra personaggi conflittuali sin dai tempi di My Sassy Girl. My dear desperado si colloca proprio su questa scia, con una storia di (im)possibile amore tra due persone all’apparenza lontanissime che si ritrovano loro malgrado vicini di casa: un gangster perdente da poco uscito di prigione e una giovane ragazza venuta dalla campagna alla disperata ricerca di un lavoro stabile. Il contrasto tra i due personaggi produce innumerevoli situazioni comiche e l’esordiente Kim è bravo nel coinvolgere lo spettatore e farlo empatizzare sempre di più con i personaggi, mano a mano che le loro storie individuali andranno ad incrociarsi. Per quanto la trama sia piuttosto banale e gli sviluppi scontati, la pellicola coinvolge per tutta la sua durata e l’inno non certo nuovo a credere nelle proprie capacità e coltivare le aspirazioni individuali risulta comunque garbato. Più interessante però è la descrizione, realizzata sempre e comunque con leggerezza, degli inumani colloqui di lavoro che frustano le reali abilità dei aspiranti (problema notevolmente presente anche in Giappone) e la riflessione sull’apparente impossibilità di redimersi dalla “cattiva strada”, con un passato che torna sempre a chiedere il conto. Peccato che il regista sembri voler accontentare tutti gli spettatori e ad un finale coerente e significativo si sente in dovere di aggiungerne un altro, evitabile, consolatorio e fin troppo buonista.

The Stool Pigeon di Dante Lam
Hong Kong, 2010, 112m     voto:   ★★½ /4

Classico esempio made in Hong Kong di prodotto di genere d’alto livello e splendidamente confezionato con alla regia una sicurezza come Dante Lam, il quale realizza un action thriller davvero molto interessante incentrato sulle figure degli “stool pigeon” appunto, ovvero gli infiltrati, come già avveniva nella trilogia di Infernal Affairs di Alan Mak (che qui a Udine ha deluso). Appena uscito di prigione Ghost Jr. ha un grosso debito da pagare e una sorella da proteggere, si ritrova quindi con le spalle al muro quando il detective Lee gli chiede di infiltrarsi in una importante banda di rapinatori di gioiellerie per permetterne la cattura. La sceneggiatura regge splendidamente e tutte le sottotrame, anche quelle romantiche, si incastrano perfettamente con gli eventi principali, tratteggiando così una galleria di personaggi convincenti e sfaccettati, ognuno con le proprie luci ed ombre. Anche se non mancano scene riflessive e addirittura toccanti, il ritmo è quello di un treno lanciato a folle velocità grazie a scene d’azione articolate e ben riuscite che si avvalgono anche di una violenza realistica e spesso brutale. Apprezzabilissima anche la scelta del tono della narrazione, nero e cupissimo, che non fa sconti a nessuno dei suoi personaggi pur senza accanirsi contro di loro, risultando quasi disperato nella sua apparente impossibilità di redenzione e suggellato da un finale compiuto e convincente (cosa che sembra essere piuttosto rara ultimamente, almeno a giudicare dalle pellicole presentate qui a Udine).

The Lady Shogun and her men di KANEKO Fuminori
Giappone, 2010, 116m         voto:   ★/4

Questo film in costume, ambientato in un passato impossibile nel quale a causa di un’epidemia la popolazione maschile giapponese è ridotta a un quarto di quella femminile rappresenta il primo vero (s)cult del Festival. La premessa è estremamente interessante: a causa della malattia infatti il potere è tutto nelle mani delle donne, mentre gli uomini si ritrovano ad essere poco più che oggetti sessuali utili solo alla riproduzione. I meriti del film finiscono però qui, dato che è realizzato con sciatteria televisiva e senza alcun buon gusto, presentandosi ben presto come una fiera del kitsch più spinto e producendo una comicità a volte cercata dal film stesso, che gioca molto sulla conflittualità maschile nell'”harem” della Shogun, ma più spesso involontaria. Il film è carente anche dal punto di vista recitativo (si salva solo la Shogun, Shibasaki Ko, il cui compito è però facilitato dal fatto di non dover avere più di una dimensione), i dialoghi sono spesso ridicoli e meglio non si può dire della trama, dilatata in maniera estenuante fino a raggiungere le due ore di durata affastellando un sottofinale dopo l’altro, tutti ampiamente deludenti. D’altronde il film sembra essere pensato soprattutto a uso e consumo delle numerose fan del protagonista, Ninomiya Kazunari, già visto in Gantz, ancora una volta insopportabile con le sue espressioncine e la faccia pulita, e di tutte le appassionate di yaoi (manga incentrati su relazioni sessuali e/o romantiche omosessuali tra uomini), dato che le atmosfere più o meno velatamente omosessuali permeano la maggior parte della pellicola. Stranamente l’erotismo rimane a livelli prossimi allo zero, nonostante il soggetto avrebbe permesso ben altro, ma è solo un difetto marginale in quello che è un film ai limiti dell’imbarazzante per la sua ingenuità. Prendendolo dal verso giusto, comunque, si fanno grasse risate.

Seaside Motel di MORIYA Kentaro
Giappone, 2010, 103m     voto: ★★/4

Sulla scia di film come Four Rooms, dell’italiano Aspettando il sole o, per restare in terra nipponica, di Suite Dream, anche questo Seaside Motel è interamente ambientato in uno scalcinato motel, del quale tutti i personaggi lamentano l’ingannatorio nome, dato che è situato tra le montagne nel bel mezzo del nulla e di “seaside” neanche a parlarne. Non che questo comunque importi alla maggiorparte dei protagonisti, finiti in questo sperduto angolo del Giappone per i più svariati motivi: da un venditore di creme di bellezza a una coppia in fuga dai creditori. Il film si concentra sulle storie che si sviluppano in quattro delle stanze del motel, tutte accomunate da situazioni paradossali e grottesche che fanno emergere una comicità spesso azzeccata. Il tono, più che richiamare Tarantino come hanno sostenuto alcuni, sembra fare il verso alla leggerezza e all’eccessività di un Guy Ritchie, il cui The Snatch è citato in una scena in maniera fin troppo palese, anche se qui non è presente lo stesso gusto per le sceneggiature contorte e ad incastro, poichè le quattro storie andranno sì a sfiorararsi, ma rimanendo sostanzialmente autonome. Alla prevalenza della riuscita componente comica si va poi ad affiancare anche una parte più seria, soprattutto nella storia tra il venditore di creme e una prostituta, che si può riassumere con la frase più volte citata dai due protagonisti: “Può qualcosa di falso trasformarsi in qualcosa di genuino?”. Non ne scaturiscono certo profonde discussioni esistenziali, ma alcuni dialoghi riescono a spingersi oltre la banalità dando senso compiuto alle storie messe in scena.  Pur rimanendo altamente godibile e divertente, grazie anche ad una buona corale prova degli attori (la mia personale preferenza va alla brava interprete della prostituta, Aso Kumiko), il film è purtroppo limitato da personaggi e situazioni troppo stereotipate, uno stile registico poco personale e un finale carente nel cercare di dare una chiusa corale.

EDA

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2 risposte a FEFF 13 – speciale #2

  1. curiositizen ha detto:

    qui un po’ meglio, ne ho visti due :)
    sono sostanzialmente d’accordo con te, anche se a My Dear Desperado ho dato un voto più alto… l’ho trovata una commedia scontata ma di grande effetto e con un protagonista perfetto! ciao, c

    • EDA ha detto:

      sono d’accordo, il protagonista gli dà una marcia in più e i tempi comici sono perfetti. fosse uscito 10 anni fa gli avrei dato mezzo punto in più ma troppe commedie coreane simili sono passate sugli schermi per non penalizzarne il giudizio

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