FEFF 13 – speciale #4

Recensioni delle pellicole viste negli ultimi due giorni di festival, nessuna di qualità eccelsa a dire il vero anche se ho perso probabilmente proprio i due-tre film più interessanti in programma. Si tratta per la maggior parte di thriller adrenalinici più o meno riusciti, oltre a un film d’autore filippino e il remake cinese di What Woman Want. Tutti tra l’altro accomunati dal fatto di avere locandine decisamente anonime, motivo per il quale questa volta ho usato solo immagini tratte dai film (eccetto Punished).

THE UNJUST di RYOO Seung-wan
Corea del Sud, 2010, 120m    voto:  ★★/4

Thriller pessimista e dalle tinte cupe, The Unjust sembra la risposta coreana ai film di genere di Hong Kong: criminali, poliziotti, procuratori, imprenditori e quant’altro fanno a gara a chi è il più furbo cercando di eliminarsi a vicenda in una trama intricatissima, impossibile da riassumere in poche battute, che vede l’arresto di un serial killer come epicentro di una serie di interessi molto più grandi riguardanti politica e appalti edilizi. Man mano si delineerà la sfida sempre più scorretta tra un poliziotto e un procuratore, entrambi interessati a far risolvere la vicenda a proprio vantaggio. Negli infiniti rivoli nei quali si diramerà la vicenda sola una cosa è certa: tutti sono corrotti ed ognuno pensa al proprio tornaconto, indipendentemente da quante vittime e quanti tradimenti ci vorranno per arrivare all’obiettivo, tanto che fino alla fine non emerge un solo personaggio positivo, nè qualche catarsi rignerante. Non è certo questo cuore di tenebra il problema del film, quanto piuttosto che diventi sempre più involuto e confuso, fin troppo parlato, tanto da essere difficile da seguire per capire le logiche di causa-effetto che collegano le azioni dei troppi personaggi in gioco. In questo modo, purtroppo, l’interesse viene meno, e quello che è un prodotto ben confezionato e intrigante finisce presto nel dimenticatoio.

WANTED: BORDER di Ray Defante GIBRALTAR
Filippine, 2009, 82m      voto:  ★½ /4

Gibraltar ha l’aspirazione di girare un film d’autore a basso budget in digitale, ma le pretese risultano fin da subito eccessive, come poi conferma un finale che cita Antonioni “alla rovescia” e dipinge una nuova “Pietà”. Quello che ne viene fuori è un miscuglio di sacro e profano piuttosto vacuo e pretenzioso che vorrebbe elaborare temi alti, anche in maniera piuttosto provocatoria, ma che non va oltre qualche trovata felice e un certo fascino disturbante. La storia di base ricorda vagamente quella di Sweeney Todd: una donna gestisce un locanda con buon successo, grazie a zuppe e piatti di carne nei quali mesce ingredienti misteriosi, vi lascio immaginare quali…La totale noncuranza della donna (e del suo assistente ritardato) nel macellare innocenti viene collegata, in un racconto che procede in maniera non lineare, ad una infanzia nella quale veniva ostracizzata al pari di una “strega” mangia-uomini, mentre allo stesso tempo questo si ricollega nel presente ad una recita della “Passione” nella quale sarà protagonista, cercando di provocare nello spettatore un disturbante corto circuito tra vittima e carnefice. Le squallide storie delle persone che gravitano attorno alla locanda hanno poco senso e sembrano essere lì solo per compiacersi di un’umanità primitiva e fatiscente, piena di perversioni e superstizioni; ma più che un ritratto esistenziale sembra un esercizio voyeuristico.

TROUBLESHOOTER di KWON Hyeok-jae
Corea del Sud, 2010, 100m     voto:  ★★/4

Questo Troubleshooter è simile per alcuni versi a The Unjust come sembrerebbe dimostrare il fatto che il regista, alla sua opera prima, sia stato assistente proprio di Ryoo, con il quale condivide il gusto per le trame fitte e complesse. Questa volta però il protagonista è un unico uomo, solo contro tutti, il quale deve cercare i mandanti e le cause di una serie di omicidi ai quali è sì legato, ma anche ingiustamente accusato. Action-thriller dal ritmo sostenuto, con alcuni buoni momenti di tensione e abbondanza di doppigiochi e colpi di scena, si differenzia dal film sopracitato per i toni più gioiosi/giocosi e dinamiche narrative più convenzionali che ne minano l’originalità e non lo rendono  di certo esente dai clichè del genere. Le parti prettamente action sono numerose, ma risulta un pò fastidioso il cambio di tono nel finale, quando quella che era partita come una pellicola disimpegnata ma comunque tesa e realistica, diventa qualcosa di fracassone e diffilmente verosimile tra  esagerati inseguimenti in auto e rese dei conti pugilistiche. Nella media dei prodotti di genere, comunque divertente e ben confezionato.

WHAT WOMEN WANT di CHEN Daming
Cina, 2011, 110m    voto:  ★½ /4

Al di là della sempre ottima – e in formissima! – Gong Li, altri motivi per vedere questo film non ce ne sono, dato che è un calco pedissequo del già non eccelso originale con Mel Gibson. Addirittura se si oscurassero le facce degli attori ci si renderebbe conto che potrebbe essere stato girato ovunque a tal punto manca la contestualizzazione della vicenda che narra di un affermato pubblicitario, notoriamente maschilista, in grado di leggere i pensieri delle donne in seguito ad un tragicomico incidente domestico. Nonostante la coppia protagonista prometta scintille e le situazioni potenzialmente comiche si susseguano, il film è in reatà piuttosto noiosetto e percorre i binari prestabiliti della commedia romantica senza deviazioni di rilievo. La confezione patinata e una regia senza guizzi non aiutano e nonostante la bravura dei due interpreti si arriva al finale stancamente, non vedendo l’ora che Andy Lau perda i suoi poteri e vivano tutti felici e contenti.

PUNISHED di  LAW Wing-cheong
Hong Kong, 2011, 94m    voto:  ★½ /4

L’attesa ultima fatica della Milkyway di Johnny To è in realtà un revenge thriller piuttosto sciatto e poco ispirato, perdipiù poggiato tutto sulle spalle di un Anthony Wang questa volta non particolarmente convincente. Law aveva già dimostrato di non avere la stoffa del suo produttore portando per due anni di fila a Udine gli spin-off di PTU – Tactical Unit – entrambi poco più che decenti. Il perno del film, un immobiliarista di cui vengono mostrati luci e ombre, è una figura abbastanza controversa dalla quale ci si potevano aspettare sviluppi interessanti. Il suo incubo inizia quando la figlia viziata, un pò ribelle e mezza tossica – decisamente antipatica insomma – viene rapita. Il padre consegna il riscatto ma la ragazza viene uccisa comunque per futili motivi. Parte così la caccia ai responsabili che periranno uno dopo l’altro sopraffatti dalla furia e dal dolore di questo padre vendicativo e del suo braccio destro. Alla fine, forse, ci sarà spazio anche per un pò di redenzione. Punished ha tutta l’aria del film alimentare, di quelli girati per fare qualche soldo in vista di progetti più importanti, nel quale non bastano certo le belle immagini poetiche poste ad inizio e fine pellicola a risollevarne le sorti. Si cerca di scavare nella psicologia del protagonista, di mettere in collegamento il suo cuore di pietra e i comportamenti non proprio cristallini sul lavoro con una figlia che lo odia e non riesce a comunicare, come una sorte di “punizione divina” da espiare nel sangue. La riflessione sulla vendetta e il senso di colpa, però, sembra rimanere in superficie e non colpire le corde giuste, diventando difficile anche solo empatizzare col protagonista. Persino le scene d’azione sono più fiacche del solito e per essere un film prodotto da To questo è un peccato mortale.

EDA

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