The Tree of Life (Terrence Malick) ★★★/4

The Tree of Life, USA, 2011, 138 min.

Il cinema di Terrence Malick (La sottile linea rossa, The New World) è uno di quelli riconoscibili da poche inquadrature, sia esso alle prese con la guerra, con la scoperta dell’America o con la tipica famiglia middle class nell’America degli anni Cinquanta. Frammenti di immagini e di vita diventano unità non omogenee di tempo e spazio che cercano di trovare un centro di gravità permanente laddove è impossibile trovarlo. Si procede in maniera ondivaga con brevi episodi per delineare quello che può essere un “romanzo” di formazione o l’elaborazione di un lutto, il rapporto padre-figlio, l’importanza della memoria; per elaborare il conflitto tra la via della Grazia, pura e altruista, e la via della Natura, dura ed egoista, senza però essere necessariamente nulla di tutto ciò, perchè, di nuovo, un vero fulcro non esiste.

Terrence Malick è un regista libero e liberato da tutte le logiche commerciali e di marketing, tanto da sembrare quasi infantile in alcune scelte, come quella di non rilasciare interviste da oltre 30 anni o di rinunciare a ritirare di persona la Palma d’oro assegnatagli a Cannes quest’anno, forse dimenticando che, di fatto, quando questi suoi film-mondo falliranno al box-office, i grandi produttori lo lasceranno a piedi. Malick comunque mantiene salda la sua coerenza, è al quinto lungometraggio dal 1974 e si è preso tutto il tempo a lui necessario per realizzare ogni singola opera. Il suo stile registico è assolutamente originale ed è facile per lo spettatore riconoscerlo superficialmente dall’uso di grandangoli e riprese dal basso, dall’attenzione rivolta più ai particolari (che diventano poi il Tutto) che ai personaggi, dalla predilezione della voce over sui dialoghi, dall’uso straordinario degli effetti sonori. The Tree of Life ha in sè tutto questo provando ad andare anche oltre, risultando come il suo film più ambizioso, ma non per questo il più riuscito, che eleva all’ennesima potenza le sue caratteristiche distintive tentando di afferrare…l’Assoluto. Lo fa, tra le altre cose, giocandosi una carta che in pochi avrebbero avuto il coraggio di provare e ancora meno registi sarebbero riusciti ad usare senza risultare ridicoli. Nella prima parte di pellicola, al colmo del dolore dei genitori per la perdita di un loro figlio, Malick inserisce una mezz’ora di immagini di una bellezza stordente che c’entrano tutto e niente: l’origine dell’universo, galassie in formazione, imponenti eventi naturali, microrganismi, mitosi delle cellule e…dinosauri, il tutto accompagnato dalla Lacrimosa di Zbigniew Preisner (compositore per la maggiorparte dei film di Kieslowski e scritta in suo ricordo), straordinariamente coinvolgente e toccante.

Malick fa cinema “elitario”, se ne frega di compiacere lo spettatore, ma anzi gli richiede un notevole sforzo partecipativo e interpretativo. Subire passivamente le immagini in una pellicola del genere vorrebbe dire guardare una galleria di bei screen-sever da una parte e annoiarsi a morte per la successione di immagini semi-casuali dall’altra. The Tree of Life è un film che richiede impegno e concentrazione, bisogna entrarci dentro e poi annullarsi nel suo flusso, così da sentire il significato denso delle immagini quotidiane, di uno stormo di uccelli, di una giocosa lotta tra fratelli, di una vestaglia che scorre su un fiume; le stesse immagini che faranno riconciliare il maggiore dei tre fratelli, ormai adulto (interpretato da Sean Penn), con la via della Grazia, rappresentata dalla madre (la magnifica scoperta Jessica Chastain, eterea e dolcissima), abbandonata in gioventù in favore di quella della Natura, incarnata dal padre burbero e autoritario (bravo, ancora una volta, Brad Pitt). Paradossalmente se Malick si fosse “limitato” a questo, il film sarebbe (lo è) il perfetto ritratto di una famiglia normale, in grado di entrare nelle sue pieghe e crepe, nelle quali le piccole gioie, le liti domestiche, gli eventi formativi e l’adolescenza stessa trovano significato e compimento.

Ma a Malick non basta, punta a realizzare IL film.

Come i numerosi passi di Giobbe citati nella pellicola possono testimoniare, è forte l’insistenza sul tema religioso, e non è un caso, dato che il regista (perchè è indubbio che le voci dei personaggi siano la sua voce) sembra far coincidere più volte questa ricerca dell’Assoluto con quella di Dio. Malick è maestro indiscusso di quel lirismo del quotidiano in grado di far emergere il trascendente, lasciando allo stesso tempo lo spettatore libero di interpretarlo; qui invece cerca di palesarlo, materializzarlo e definirlo con un paio di immagini che finiscono col risultare troppo forzate. Avviene nella scena più smaccatamente metafisica, l’entrata di Penn nella via della Grazia (o nel Paradiso? o in una landa di anime?), che arriva a far pensare – sgradevolmente – più al finale di Lost che ad una trovata poetica e significativa che suggella la riconciliazione con la famiglia e col mondo intero. E a proposito di forzature, la famigerata scena dei dinosauri cosa vuole dimostrare? Pietas saurina? O, al contrario, la legge del più forte? Una metafora per l’umanità che, comunque vadano le cose, verrà un giorno annientata come fece l’asteroide con i dinosauri? 

Il film comunque rimane eccezionale sia per contenuti, che si possono tranquillamente definire filosofici, sia per qualità tecniche, laddove la cura per la fotografia (notevole l’uso di luci ed ombre) e per il sonoro raggiunge livelli difficilmente eguagliabili. Malick è uno dei pochissimi, ad avviso di chi scrive, a poter vantare di fare Cinema nella sua forma più pura, ovvero di parlare per immagini rendendole allo stesso tempo significative; ed è in questo senso che The Tree of Life si può considerare il suo film definitivo, oltre il quale non c’è ritorno. Insieme a questo – enorme – merito però, il film porta con (in) sè anche il timore che può derivare dall’appagamento e che rischia di condurlo in una strada senza sbocchi. Le domande sull’esistenza e sul silenzio di Dio che agitano i personaggi della sua filmografia sono presenti anche qui, ma se nei film precedenti esse rimanevano insolute diventando parte fondamentale  della loro irrisoluta bellezza, adesso Malick arriva a fornire risposte, a conciliare le esistenze individuali con il macro e il micro, a trovare la quadratura del cerchio, come se fosse arrivato ad una sorta di estasi/pace del proprio io artistico. Giunge così alla presunzione/illusione di poter finalmente definire l’immateriale superando le soglie della pura percezione, scordandosi, non importa se per frustrazione o per vera illuminazione personale, che il propulsore di ogni regista/artista/essere umano è il dubbio.

EDA

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3 risposte a The Tree of Life (Terrence Malick) ★★★/4

  1. Shiver- ha detto:

    Sicuramente un bel film, sicuramente al di sopra della media e sicuramente, come già detto da molti, un film che punta (direttamente e molto) in alto. Un film che riesce a rapirti con la sola forza e l’intensità delle immagini ma che forse in alcuni punti sfiora la noia diventando un po’ troppo pretenzioso. E non mi si dica che è solo perchè “non lo si può capire” in quanto troppo ‘alto’ per la mia piccola mente. Come spesso accade con alcuni registi capita che non si ha abbastanza ‘coraggio’ per criticarli o parlarne anche solo vagamente male (sarebbe certamente molto ‘out’ farlo). Film come questo sono il piatto preferito di critici intellettuali (o pseudo tali). E la domanda di fondo resta sempre la stessa: quanto c’è di sincero dietro un film del genere? dove inizia (e finisce) l’autocompiacimento del regista?

    Il film riesce certamente nell’intento di scuotere l’anima dello spettatore troppo spesso rintanata nelle pieghe di una vita frenetica e usa e getta. Ma come si può ‘raccontare’ l’infinito in maniera così diretta? Cosa aggiunge e cosa dà in più questo film al mistero della nostra esistenza? Cosa ne rimane davvero alla fine?

    E Brad Pitt, con la sua immagine pulita, appare davvero convincente nella parte del padre ‘burbero’ e cattivo che causa tutti i ‘mali’? Le parti migliori (anche dal punto di vista della fotografia) sono, a mio parere, quelle in cui appare Sean Peann, simbolo del dolore e dello smarrimento di una società che sta perdendo le proprie radici senza neanche rendersene conto.

    Non ci resta che riflettere… e riflettere… e riflettere…

  2. EDA ha detto:

    Punti sui quali riflettere ne hai dati, su alcuni mi trovi d’accordo su altri decisamente meno. La buona fede di Malick mi sembra fuori di dubbio se si conosce la sua filmografia quindi la domanda sulla sincerità cade ancora prima di essere posta secondo me. Sulla critica che deve per forza incensarlo ho altrettante riserve: ti ricordo che a Cannes è stato addirittura FISCHIATO all’anteprima per la stampa (quindi dai critici professionisti) e proprio perchè un film del genere è “il piatto preferito dei critici intellettuali” se giri un pò per Internet, luogo dove si tenta – generalmente – di obliterare il concetto di “alto” e “intellettualismo” in favore di una visione più “popolare”, troverai parecchie stroncrature più o meno ingenerose. Il problema è che quest’ultime risultano molto meno convincenti delle recensioni a favore e si riducono di solito a due-tre critiche piuttosto superficiali come “noia” e “immagini da nationl geographic” oppure semplici maleinterpretazioni della pellicola. E qui ci rifacciamo al discorso che facevo nella recensione, ovvero al fatto di “entrare” nel film e impegnarsi alla sua visione perchè ogni inquadratura nasconde qualcosa, un guizzo, un particolare, che trova il proprio senso in se stesso e in rapporto con il resto.
    Io ho cercato di muovere la mia critica partendo da altri fattori e spero di aver reso il senso di essa, per questo concordo con il tuo secondo paragrafo, anche se a pensarci bene bisognerebbe forse vederlo da un’angolatura diversa ovvero non chiedersi “cosa aggiunge al mistero delle nostre esistenze” ma pensare piuttosto il film come la narrazione, la rappresentazione di questa domanda, cosa non proprio facilissima.
    Invece hai fatto bene a sottolineare l’importanza di Penn, che io avevo inizialmente trascurato, anche ripensando al suo ambiente di lavoro e il guardare il mondo come da dentro un acquario con le nuvole che si vedono solo come riflessi dei grattacieli…
    Insomma io consiglio di rivederlo (lo so, è dura :D) e cercare di empatizzare di più con la pellicola, se poi non si è convinti delle risposte che dà Malick questo è a discrezione dello spettatore, ma credo che al di là del giudizio finale, si meriti più di una cestinatura senza troppi pensieri.

  3. Shiver- ha detto:

    Che la gente ‘comune’ lo avrebbe criticato era ovvio. Immagino già quanti siano andati a vederlo senza saperne niente spinti solo dalla presenza di ‘brad pitt come attore’. Invece ‘le critiche dei critici’ che ho letto in giro mi sono sembrate spesso pompose (http://trovacinema.repubblica.it/film/critica/the-tree-of-life/378761 ).

    Comunque il giudizio che se ne può dare è inevitabilmente soggettivo. A me è piaciuto in molte parti ma non posso dire che mi abbia lasciato veramente qualcosa. Scorre fluido e misterioso senza lasciar traccia se non quella del suo stesso mistero… non so…

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