Venezia 68 – speciale #1

Scusate ma evito i preamboli dato che la giornata è stata piuttosto lunga, domani se ne prospetta un’altra simile e il qui presente deve ancora andare in giro con penna e taccuino in mancanza di netbook: i tempi sono quindi strettissimi, ma cercherò comunque di scrivere aggiornamenti quotidiani (magari tratterò con più calma le pellicole giapponesi. Già il film di Naderi, visto oggi, è in cantiere). Intanto il mio inizio di mostra è stato promettente, mentre i nomi a cui punto domani sono Crialese, Solondz e McQueen, con buona pace per il film di Al Pacino che dovrò saltare. Enjoy.

A DANGEROUS METHOD di David Cronenberg
Germania, 2011, 99 min.   voto: ★★½ /4
IN CONCORSO

Un Cronenberg rigoroso e geometrico come non l’avevamo mai visto (e infatti molti hanno storto il naso) mette in scena parte della vita di Jung, il suo rapporto con Freud e l’amore clandestino con una ex-paziente russa. Il soggetto è molto interessante e nonostante risenta delle origini teatrali con una eccessiva verbosità dei dialoghi, appassiona con intelligenza e una sottile vena di ironia. Ottimo adattamento dei due personaggi storici, interpretati benissimo dall’ormai sempre più lanciato Fassbender, bravo a rendere i dubbi e i ripensamenti di Jung, e da un grande Mortensen, il cui Freud, sigaro sempre acceso in bocca, ammalia senza mai perdere il suo tono compassato. Meno incisiva la Knightly, soprattutto all’inizio, mentre Cassell ci regala un personaggio che gli calza a pennello. La sceneggiatura un pò pasticciata non permette di far fare il salto di qualità al film; l’evoluzione delle idee di Jung non sempre è chiara e alle volte sembra più in balia del pensiero altrui che padrone del proprio. Meriterebbe sicuramente più spazio, ma accenno solamente come sembra che il percorso di Cronenberg abbia seguito la stessa curva di Tsukamoto, con una violenza che da esplicita diventa sempre più interna alla psiche, come in una sorta di maturazione che dal positivo, ma acerbo, entusiasmo giovanile porta all’età adulta.

UN ETE BRULANT di Philippe Garrel
Francia, 2010, 95 min.    voto: ★½ /4
IN CONCORSO

Garrel è il classico animale da festival e come ogni anno si presenta a Venezia con i suoi amori maledetti e personaggi tormentati, messi in scena con uno stile spoglio e minimalista. Pensa probabilmente di esprimere concetti alti quando invece produce film che girano a vuoto, con personaggi resi antipatici dal loro decadentismo d’accatto e un senso di forzatura che pervade la pellicola. Nella seconda parte però azzecca 2-3 momenti nei quali riesce a cogliere con sincerità certi moti dell’animo che mettono un pò di carne al fuoco, ma riscattano solo parzialmente la visione. Il tanto sbandierato nudo della Bellucci non è altro che una sequenza di 10 secondi assolutamente casta, ma, a suo onore, va detto che risulta più sopportabile in francese che in italiano.

POULET AUX PRUNES di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
Francia, 2011, 90 min.     voto: ★★/4
IN CONCORSO

Per Nasser Kahn la musica è tutto, ma ormai non può più suonare il suo violino, la famiglia lo opprime, il vero amore, mai dimenticato, svanito. Non gli rimane che lasciarsi morire e ripercorrere, noi con lui, in otto giorni la sua vita. Lo stile a la Amelie al quale ci hanno abituato i francesi ha da tempo esaurito le sue potenzialità e risulta piuttosto fastidioso con il suo narratore benevolo, i personaggi buffi, i colori anti-naturalistici, gli inserti animati, le tragedie trattate con il sorriso e una buona dose di melodramma. La Satrapi, che ha sceneggiato e co-diretto il film, questa volta non produce nessuna visione critica del suo paese d’origine, l’Iran, tanto che il film sarebbe potuto essere ambientato ovunque. Dalla sua ha comunque un ottimo protagonista, Mathieu Amalric, oltre ad un buon cast di supporto, e soprattutto una sceneggiatura che sa coinvolgere fino ad arrivare a toccare le corde emotive giuste dello spettatore.

ALPS di Yorgos Lanthimos
Alpis, Grecia, 2011, 93 min.   voto: ★★★/4
IN CONCORSO

Che Lanthimos fosse un regista interessante (leggasi pazzo) lo si era già capito dal suo destabilizzante Dogtooth; con questo Alps prosegue la sua bizzarra indagine sull’essere umano, producendo una straniante riflessione sull’identità. Quattro personaggi eterogenei si occupano di “rimpiazzare” le persone morte, prendendone loro stesse il posto, in un tacito accordo con i rispettivi famigliari e/o amici. Per questi ultimi il distacco diviene così meno brusco, mentre per i quattro è l’occasione di uscire da vite grigie e monotone. Inevitabile sarà però il progressivo sfasamento delle vari personalità e l’attaccamento ai propri “personaggi”, fino a far dubitare nel brusco e spiazzante finale sulla realtà delle loro stesse vite. Scarno ma morbosamente affascinante nella messa in scena, Alps è un film potente e provocatorio, anche se a tratti piuttosto lento, in grado di turbare lo spettatore grazie ad un’idea paradossale e originale.

EDA 

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