[Venezia 68] Cut (Amir Naderi) ★★/4

Katto, Giappone, 2011, 132 min.

Vedere il film di un regista che gira in un paese a lui straniero è un’esperienza sempre molto interessante poichè, pur magari non cogliendo quella che è l’essenza del posto (sconfinando così nell’esotismo), riesce a ritrarre aspetti diversi da quelli solitamente mostrati e interpretazioni alternative di realtà estetiche codificate. Amir Naderi è abituato ad esperienze del genere, avendo ormai lasciato da anni l’Iran per trasferirsi negli Stati Uniti, dei quali ha dato un piccolo ma significativo compendio nell’ultimo suo film presentato alla Mostra qualche anno fa, Vegas: based on a true story.

La decisione di girare questo film in Giappone è nata dall’incontro del regista con l’attore protagonista, Nishijima Hidetoshi, il quale interpreta Shuji, un filmmaker squattrinato ma il cui amore per il cinema è sconfinato, tanto da fare “comizi” per le strade e organizzare proiezioni sul tetto di casa sua. Quando il fratello viene ucciso dalla yakuza per non aver ripagato i debiti contratti al fine di permettere a Shuji di girare film, il protagonista decide di assumersene la responsabilità, ripagando il debito lui stesso in una maniera a dir poco bizzarra.

Cut è un film sul cinema e fatto di amore per il cinema, tanto che Naderi arriva addirittura ad elencare, nel drammatico finale, 100 dei suoi film preferiti in corrispondenza di altrettanti….pugni. Sì, perchè la moneta con la quale Shuji ripaga la yakuza è quella della violenza che si fa infliggere consensualmente, ogni pugno 10000 yen; la metafora è sicuramente forte e si ricollega a tutti gli appelli che il protagonista lancia durante il film sulla morte del cinema a causa dei grandi multiplex e delle major che producono solo pellicole commerciali.

L’idea alla base del film è lodevole e le modalità di espressione sono senz’altro anticonvenzionali. La violenza diretta diventa forma di purificazione estrema, il protagonista, uno dei più masochisti che io ricordi, vuole essere colpito sempre di più, sempre più duramente. E non lo fa solo per ripagare il debito o espiare le colpe per la morte del fratello. Quella di Shuji è una lotta disperata per l’affermazione di sè, per la sopravvivenza del cinema che per quanto colpito si rialza sempre. E sono anche pugni diretti allo spettatore, per svegliarlo dal torpore, incitarlo paradossalmente a combattere per quello in cui crede. Naderi, però, nell’esposizione della sua teoria risulta fin troppo ingenuo e per quanto sincero il suo è puro idealismo, nobile ma incapace di fare i conti con la realtà.

Le più di due ore di durata così non vengono affatto giustificate: la ripetitività delle immagini è spesso esagerata e questo difetto è aggravato dalla mancanza di una qualsiasi evoluzione della storia. Il protagonista infatti prende pugni dall’inizio alla fine; di certo è un modo per assaltare lo spettatore diretto ed efficace, ma è al solo servizio della ripetizione estenuante di un unico concetto.

Naderi inoltre, pur rendendo omaggio al cinema giapponese in molte occasioni facendo percepire un amore sincero per esso – oltre ad includere numerosi film nipponici nella lista dei 100 di cui sopra, il protagonista va a pregare di fronte alle tombe di Kurosawa e Ozu – non sembra conoscere davvero la realtà del paese nel quale gira  e la situazione del suo cinema, fermandosi superficialmente alla beatificazione dei classici (nonostante la sceneggiatura sia co-firmata di Aoyama Shinji). Ne risulta così che le motivazioni per girare in Giappone perdono di valore, anche se, a conferma del discorso che si faceva in apertura, riesce a fornire alcune notevoli immagini di una Tokyo diversa da quella che ci mostrano i registi autoctoni.

EDA

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