[Venezia 68] Himizu (Sion Sono) ★★½ /4

Himizu, Giappone, 2011, 129 min.

Come era accaduto lo scorso anno per Miike Takashi, del quale erano stati proiettati ben tre film, si può dire che Venezia sdogani definitivamente in Occidente anche Sono Shion (Sion è la traslitterazione, errata, con la quale viene presentato ormai ovuqnue), dal circolo di cultori che lo amavano e conoscevano e dopo un paio d’anni di rodaggio internazionale (al Far East due anni fa con Love Exposure, nel 2010 a Venezia in Orizzonti con Cold Fish e a Cannes nel 2011 con Guilty of Romance) lo lancia nell’olimpo degli autori importanti e riconosciuti a livello mondiale, sugellando il passaggio con un premio, seppur minore, ma di grande valore se si considera la qualità della concorrenza. Come se non bastasse, a confermare l’avvenuta accettazione del suo cinema, il festival di Torino gli dedica quest’anno (25/11 – 3/12) una retrospettiva, mentre è di pochi giorni fa la notizia che Himizu (il cui significato letterale è “talpa”) sarà il primo film del regista ad avere una distribuzione italiana grazie a Fandango. Per chi lo segue da ben prima, diciamo dal 2001, anno del suo capolavoro Suicide Club, queste non possono che essere notizie positive che confermano il talento di un regista visionario ed anarchico che mescola stili registici e generi cinematografici in modo assolutamente originale e creativo.

Sono Shion ritira a Venezia il premio per le due migliori prove di attori emergenti

Prima di parlare della storia del film, val la pena di spendere qualche parola sulla storia della sua realizzazione. Le riprese erano infatti quasi completate quando in Giappone si sono verificati i tragici avvenimenti dell’11 marzo; a quel punto la sceneggiatura, tratta dal cupissimo manga di Minoru Furuya, è stata stravolta e gran parte delle scene rigirate in funzione della catastrofe. Accedendo ai luoghi disastrati subito dopo lo tsunami, Sono li rende il terreno ideale per immagini tragiche e oniriche che si ripetono nella mente del protagonista (e non solo). Gira così quella che probabilmente è la prima pellicola ad affrontare di petto ed elaborare in funzione di una storia fittizia il terremoto che ha colpito l’arcipelago nipponico, andando a collocarsi come capostipite di quella cultura post-Fukushima che segnerà sicuramente, negli anni a venire, il cinema e le altre arti giapponesi. 

Lo studente delle medie Sumida (Sometani Shota) vive sulle rive di un laghetto dove la sua famiglia (o quel che ne resta) affitta barche a turisti e pescatori. La sua unica ambizione è quella di portare avanti l’attività e diventare una brava persona; in questo modo sa che non sarà felice, ma vivrà comunque una vita serena. La coetanea Chizawa (Nikaido Fumi) ha una cotta per Sumida, col quale è accomunata da una famiglia disastrata, ma è, al contrario del ragazzo, vitale e propositiva e cerca in tutti i modi di risvegliarlo dal torpore in cui vive. Quando però quest’ultimo è protagonista di un atto che ne compromette irrimediabilmente le sorti, inizia una discesa in un baratro profondissimo.

Nella caratterizzazione dei personaggi e dell’ambiente nel quale vivono emergono alcune scelte molto significative, soprattutto se rapportate agli eventi dell’11 marzo. In un paese dove la competitività è, insieme al principio del gruppo, uno dei primi valori che si insegnano ai bambini (costretti a battersi fin dall’asilo per i migliori posti di istruzione), la scelta di un protagonista solitario e per nulla ambizioso riflette l’immagine di una popolazione ormai stanca e disillusa la quale, trovatasi dopo tanto tempo a confrontarsi con un governo  solitamente percepito come distante e ininfluente, ha perso quel poco di fiducia residua nelle istituzioni e rappresenta al contempo il fallimento dei valori che avevano portato il Giappone da paese sconfitto a seconda potenza mondiale nell’arco di tre decenni.

Con i suoi soliti toni grotteschi ai limiti della caricatura, Sono descrive l’ambiente nel quale vivono i due protagonisti, la famiglia, come una prigione dalla quale è impossibile fuggire, dove i temi dominanti sono la violenza e il vittimismo: i figli hanno la “colpa” di essere nati, tarpando le ali di genitori non in grado di prendersene cura e che nell’atmosfera anestetizzata nella quale vivono non hanno sviluppato nessuna forma di amore filiale. E’ così che in una scena surreale e terribile, Chizawa scopre i suoi genitori che allestiscono (e addobbano con lucine natalizie) una forca sulla quale appendere la figlia, mentre il padre di Sumida si presenta a casa solo per picchiarlo, chiedere soldi e raccontargli di quella volta nella quale sperava che il figlio affogasse per riscuotere la ricca assicurazione. La madre, con la quale non c’è alcuna forma di comunicazione, lo abbandona presto a se stesso per fuggire con l’amante e giocare al pachinko. Questo quadro cupissimo e disperato è reso sopportabile dallo stile registico con l’uso di una comicità crudele e corrosiva, ma rimane comunque un pugno per lo stomaco dello spettatore che rimane attonito di fronte a un tale nichilismo e alla rappresentazione di un’umanità che è difficile definire tale. L’unica “isola” felice è rappresentata, paradossalmente, da alcuni senzatetto che vivono accanto alla casa di Sumida in seguito allo tsunami; questi, pur avendo perso tutto, sembrano riscoprire il valore sano del gruppo e la normalità di una birra in compagnia, unica fonte di supporto e aiuto al giovane protagonista fino all’arrivo di Chizawa.

Quando avviene l’irreparabile nell’ultima parte del film, a poco serviranno questi appigli a Sumida che vedendo cadere le sue ambizioni a diventare una “brava persona”, darà libero sfogo a tutta la sua rabbia repressa e ad un istinto auto-distruttivo al limite del martirio che produce una delle scene più belle del film nella quale il ragazzo vaga per le strade con un coltello in un sacchetto, cercando “cattivi” che meritino di morire. E’ la parte più disperata e sinceramente tragica della pellicola, dalla quale sembra non possa esserci ritorno, ma le proporzioni della tragedia hanno colpito anche un regista dissidente come Sono che nel finale, dopo aver messo in scena un deserto arido di sentimenti e un paese impazzito e fuori controllo, sente la necessità di una chiusa positiva, allineandosi come raramente gli capita al pensiero dominante. Succede così che al nero che aleggia, palpabilissimo, attorno a personaggi e situazioni, il regista sovrapponga un messaggio di speranza e un paradossale inno alla vita, affinchè i suoi connazionali non mollino e possano ricostruire così come hanno fatto dopo la seconda guerra mondiale, con un messaggio simile a quello contenuto all’interno del recente discorso “istituzionale” di Murakami Haruki in occasione del ritiro del Premio Internazionale Catalunya.

Le tematiche sociali molto spesso al centro dei film di Sono Shion, in Himizu vengono affrontate per la prima volta con un respiro più ampio e consapevole, producendo una critica che non si ferma alla distruzione di un modello sociale fin troppo stantio (ricollegandosi anche al tema dell’informazione ambigua messa in atto dal governo dopo i primi giorni), ma che diventa speranza per un futuro che si prospetta in salita. Allo stesso tempo però, per quanto “giusta” e commovente, questa appare una via d’uscita fin troppo facile e sbrigativa, soprattutto per un regista anarchico come lui. Spingendo costantemente sul pedale della provocazione e delle esagerazioni finisce  infatti con l’essere vittima dei suoi stessi strumenti. Così, pur rimanendo valido il distinguo che si era fatto su queste pagine paragonandolo a Nakashima, se ne finiscono per riscontrare difetti simili; la rappresentazione di un mondo distorto ed esagerato da punto di forza si tramuta in limite e il lunghissimo carrello all’indietro nella corsa finale, nella pesantezza del tempo, dell’esplicitazione del suo significato e dell’ossessiva reiterazione dell’incitamento “ganbare” (forza! non mollare!) ne è il simbolo perfetto.

EDA

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