Contagion (Steven Soderbergh) ★★½ /4

Contagion, USA, 2011, 106 min.

Steven Soderbergh è un regista poco simpatico a molti, ma sicuramente conosciuto da tutti. E’ infatti l’autore di film come Traffic, Ocean’s 11-12-13, il dittico sul Che, il remake di Solaris, Out of Sight e, se proprio ci tenete a saperlo, di Erin Brokovich. E’ lo stesso che ha vinto la palma d’oro a Cannes col suo primo lungometraggio – Sesso, bugie e videotape – a soli 26 anni. Insomma, il talento non gli è mai mancato, anche se non sempre lo ha usato bene. Negli ultimi anni, poi, sono emerse nel suo cinema due tendenze antitetiche: una verso i blockbuster commerciali (Ocean’s Eleven comunque rimane una perfetta macchina d’intrattenimento) e una più autoriale e di ricerca, come in Bubble e The Girlfriend Experience. Questa doppia matrice lo ha fatto considerare pretestuoso e saccente dai più: con Contagion si può dire che il buon Steven sia finalmente riuscito a unire le sue due anime traendone un film che reinterpreta i canoni del genere catastrofico potendo allo stesso tempo contare su un cast incredibile.

Contagion è la storia, narrata nella maniera più realistica possibile, di un virus che si propoga in tutto il mondo a velocità molto sostenuta, portando il pianeta sull’orlo del baratro nel giro di qualche settimana. Il propagarsi dell’epidemia viene affrontato da più punti di vista: quello di Mitch, un uomo normale interpretato da Matt Damon, la cui moglie (Gwyneth Paltrow), è stata la prima vittima del morbo, quello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che manda un suo agente (Marion Cotillard) a Hong Kong, dove tutto ha avuto inizio, per scoprire quale sia il “paziente 0” e per finire quello del CDC (Center for Disease Control) il cui capo (Lawrence Fishburne) cerca di gestire al meglio la crisi e trovare un vaccino, mentre una sua collaboratrice (Kate Winslet) viene mandata a indagare sul campo. Per finire c’è anche un blogger (Jude Law) che avanza teorie complottiste, propone cure omeopatiche e cerca di raccontare la – sua – verità.

La bella sceneggiatura di Scott Z. Burns è costruita in modo da trattare la pandemia da più angolazioni ma sempre rimanendo nel campo del reale, dosando bene il peso dei personaggi e facendo emergere non pochi spunti di riflessione interessanti. La bravura di Soderbergh è stata quella di portare su schermo questa sceneggiatura comunque complessa in maniera chiara e funzionale, utilizzando un digitale secco e asciutto, quasi giornalistico. A questo interseca scorci di architetture e particolari (contatti, maniglie, mezzi di trasporto) in grado di veicolare un forte senso di angoscia e isolamento, rafforzato anche da una colonna sonora molto particolare, tutta acustica, senza cedere quasi mai alla spettacolarizzazione degli eventi.

Il cast all-star (a cui si possono aggiungere anche attori come Josie Ho, John Hawkes, Elliott GouldChin Han) viene usato senza protagonismi  e forse anche per questo è autore di una buona prova corale. La mia preferenza va a Matt Damon, molto bravo secondo chi scrive quando deve interpretare personaggi dimessi e “normali”, come aveva già dimostrato in Hereafter. La Paltrow, forse la più debole del lotto, è usata col contagocce, apparendo solo nei flashback che ripercorrono l’inizio del contagio e morendo ad inizio film; protagonista di un’autopsia che i più deboli di cuore potrebbero mal sopportare. Alcune prove invece finiscono con l’essere un pò castrate, come avviene per la Cotillard, il cui personaggio (doppiato con l’odiosissimo accento finto-francese) è probabilmente il meno riuscito, perso per strada dalla sceneggiatura.  

Il film mantiene comunque un gran ritmo per tutta la sua durata e la prima parte in particolare è tesissima, nonostante Soderbergh non rinunci ad una certa precisione scientifica e all’uso occasionale di linguaggio tecnico. I vari enti si arrovellano per capire di che tipo di epidemia si tratti, come contenerla, se è possibile trovare un vaccino subito, come rapportarsi con la popolazione. I saccheggi e la violenza urbana incominciano quando la paura inizia a mietere più vittime del morbo ed è lì che l’umanità si dimostra fragile (o, appunto, umana): quando non trova più vie d’uscita. Fortunatamente il regista non opera distinzioni nette a qualsiasi livello lavori, e anche i “piani alti” non sono il solito covo di approfittatori e inetti, ma semplicemente persone in difficoltà di fronte ad una crisi devastante. Il personaggio di Jude Law permette poi una delle migliori riflessioni sui nuovi media, i blog nello specifico, che si siano viste di recente al cinema (solo The Social Network gli è davanti), mettendo in guardia sulla qualità e la veridicità delle informazioni prese in rete e sui guru che vi nascono, persone come tutti, idealisti e/o truffatori.

E’ nella seconda parte, quando il film va, per così dire, in discesa che Soderbergh cede a qualche cliché ed è vittima di cadute di tono sentimentali (oltre al già citato personaggio della Cotillard, il sub-plot con Fishburne, il finale di quello sulla Winslet), ma sono sviste perdonabili e neanche così accentuate per un film che rilegge in maniera intelligente il genere (non ci sono zombie, nè atomiche da sganciare, nessun mondo post-apocalittico alla Io sono leggenda o The Road), riuscendo addirittura ad elevarlo con una messa in scena esemplare, capace di riflettere sul mondo contemporaneo.

EDA

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