Carnage (Roman Polanski) ★★★/4

Carnage, Fra/Ger/Pol/Spa, 2011, 79 min.

Dopo quel buon thriller che era L’uomo nell’ombra, Polanski si è presentato quest’anno a Venezia con l’ottimo adattamento di un atto unico di Yasmina Reza (autrice anche della sceneggiatura a quattro mani col regista), Il dio del massacro, e nonostante la matrice teatrale del film sia chiara, riesce nella sfida di intrattenere intelligentemente lo spettatore con una sola location e quattro personaggi che interagiscono tra loro.

L’antefatto è presto spiegato: un bambino ne ferisce un altro provocandogli la rottura di due incisivi e lievi contusioni. I genitori del primo (Kate Winslet e Cristhoph Waltz) vanno a scusarsi dai genitori del secondo (Jodie Foster e John C. Reilly). All’inizio tutto avviene nel rispetto della buona educazione e l’episodio sembra subito risolto. Una battuta un pò troppo pungente e una risposta piccata riaprono tutto, in un degenero nel quale le maschere di cortesia e rispetto cadranno inesorabilmente per lasciar posto a critiche e discussioni sempre più animate, nelle quali anche il gioco delle coppie verrà meno.

Polanski rispetta le unità di tempo (79 minuti filati senza sbalzi temporali), luogo (tutto si svolge nella casa delle “vittime”) e spazio, tranne per l’inclusione di un prologo e un beffardo epilogo di cui sono protagonisti i due bambini, ripresi senza parole e in campo lunghissimo, incorniciati da due alberi  a mo’ di quinte teatrali. Crea così un dramma da camera grottesco e paradossale che sarebbe probabilmente piaciuto a Bunuel, anche nel tema, di certo non nuovo, dello smascheramento delle ipocrisie borghesi. Il bisticcio tra i bambini è infatti solo il punto di partenza dal quale scaturiscono discussioni sull’educazione, le responsabilità, lo status sociale, il rapporto di coppia, fino ad approdare addirittura a letture del mondo (quella del dio del massacro per l’appunto).

Si ride parecchio – e di gusto – in Carnage (“carneficina”), grazie ad un dialogo ininterrotto, spesso brillante, scambi di battute frizzanti e svolte repentine e irresistibili. Non contento, il regista si permette anche di giocare con clichè e personaggi alle volte al limite dello stereotipo, ma lo fa con tale arguzia che è difficile criticarlo per questo. E se il dialogo non bastasse, si guardi alla cura per i piccoli gesti e le espressioni dei protagonisti che insieme valgono come altrettante parole.

Per annullare l’eccessiva staticità teatrale Polanski gioca benissimo sia col montaggio, alternando campi, controcampi, primi piani e riprese totali con senso del ritmo, sia col – poco – spazio a sua disposizione, creando anche divertenti parentesi come la scena del bagno o quella che si svolge sul corridoio esterno che porta all’ascensore, dove Polanski stesso si affaccia alla porta, richiamato dal battibecco dei vicini. La pellicola è inoltre scandita periodicamente dal suono del cellulare di Waltz, vera e propria propaggine del suo braccio, che crea dei divertenti momenti di sospensione e attraverso le cui chiamate è possibile capire il personaggio meglio che col solo uso dei dialoghi.

Amalgamandolo perfettamente con la componente più comica e grottesta, il regista riesce, soprattutto nella prima parte, a creare uno stato di tensione vibrante in una sorta di geniale Aspettando Godot ribaltato, dove la coppia ospite sembra sempre che stia per andarsene finchè non è richiamata dentro dalle convenzioni borghesi (“Un caffe?”) che prendono il sopravvento sull’istinto naturale che direbbe di levare il disturbo il prima possibile. Non fuggendo però le prime cadono per lasciar posto al secondo, così da far emergere il peggio da tutti i personaggi che, complice un pò di Scotch, esternano il malessere interno all’istituzione-famiglia alleandosi di volta in volta col proprio partner o con l’altro rappresentate del proprio sesso, in una gara di cattiverie e confessioni a cui lo spettatore assiste rapito.

I personaggi sono un altro punto forte del film, costruiti molto bene sono rappresentanti della media e alta borghesia; uno scarto sociale lieve, ma che si riflette nelle loro personalità.  Winslet e Waltz sono lei consulente finanziario e lui avvocato senza scupoli, la Foster è una scrittrice dagli slanci umanitari, Reilly un venditore di articoli per la casa. I quattro attori fanno davvero a gara di bravura e sono un importantissimo valore aggiunto alla pellicola. E’ difficile decretare il vincitore, ma personalmente è stato impossibile resistere al cinismo e alla faccia da schiaffi esibita da Waltz. Uno dei loro meriti è sicuramente quello di essere riusciti a plasmare personaggi-tipo, nei quali ogni spettatore potrà trovare comportamenti e opinioni nei quali immedesimarsi, rendendo così la partecipazione al film ancora più attiva.

Se c’è un appunto da fare è comunque indipendente da Polanski, poichè riguarda un doppiaggio non sempre all’altezza che non rende la bravura degli interpreti, soprattutto nella seconda parte. In un film nel quale la prova degli attori e il peso dei dialoghi è così rilevante, andrebbe sicuramente consigliata la visione in originale.

EDA

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