L’alba del pianeta delle scimmie (Rupert Wyatt) ★★/4

Rise of the Planet of the Apes, USA, 2011, 105 min.

Che bello! Era tanto che non si recensiva un bel blockbusterone americano da queste parti. L’occasione si presenta con questo reboot (un nuovo inizio) di una saga che ha fatto epoca con cinque capitoli tra il 1968 e il 1973, più lo sfortunato remake di Tim Burton del 2001. Il primo è, come spesso capita, il migliore e il finale con Charlton Heston sulla spiaggia è una di quelle immagini che rimangono nell’immaginario collettivo. Questo nuovo capitolo si pone all’inizio della saga spiegando come le scimmie si siano evolute e ribellate, fermandosi prima della loro presa della Terra a danno degli uomini, andando idealmente a sostituire i bizzarri antefatti mostrati nel terzo capitolo.

Will (James Franco) sperimenta sugli scimpanze farmaci per debellare l’Alzheimer. Il progetto viene abortito ma il giovane scienziato continua a provare la cura sul padre malato (John Lithtow) con risposte apparrentemente positive. Al contempo riporta a casa Cesare, cucciolo di scimpanze nato dall’esemplare oggetto degli studi e abbattuto. Cesare dimostra sin da subito una intelligenza prodigiosa che si sviluppa molto velocemente fino a quando diventerà impossibile per Will tenerlo in casa come “animale domestico” sia per la mole che per i sentimenti sviluppati dal primate.

Rupert Wyatt, inglese, è regista nuovo nell’ambiente hollywoodiano, ma sembra aver imparato alla svelta le regole del mercato. Il suo è cinema di genere solido e ben confezionato, prevedibile dall’inizio alla fine è vero, ma tutto quello che ci si aspetta viene elargito con perizia tale da non dare l’impressione di essere intrappolati in un giocattolone: questa è la forza della grande illusione hollywoodiana! Una spruzzatina di tematiche più impegnate nella prima parte, un pelo troppo lunga e prolissa, aiutano a tener viva l’attenzione ponendo con leggerezza questioni sull’etica scientifica, le manie di grandezza umane e la barbarie della sperimentazione animale. Da quando Cesare fugge coi suoi simili per iniziare la rivolta, il film cambia completamente ritmo, l’azione si fa incessante e concitata fino alla fine, dando però alle volte l’impressione di spingere un pò troppo sull’acceleratore saltando alcuni passaggi logici. D’altra parte un merito di questo L’alba del pianeta delle scimmie è anche quello di non mettere troppo alla prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore, cercando di rimanere ancorato alla scienza e al realismo, senza sconfinare nella pura fantascienza degli originali, per quanto questo sia possibile con delle scimmie intelligenti per protagoniste.

Gli attori umani soffrono di una certa stereotipizzazione dei caratteri forse perchè subordinati (a parte il buon Franco) ai loro rivali animali, ma emergono comunque la figura del padre di Will, per l’umanità sofferta del personaggio,  e Freida Pinto, per l’incredibile bellezza di questa ragazza indiana scoperta con The Millionaire (ma non per il ruolo che ha valore narrativo davvero pari a 0 e si vede da kilometri di distanza che è lì solo perchè c’era bisogno di una figura femminile). Sono dunque le straordinarie scimmie digitali della Weta le vere protagoniste della pellicola, in particolare nella spettacolare presa del Golden Gate di San Francisco. In questa fase il regista riesce a far percepire un certo respiro da romanzo epico senza sconfinare nel ridicolo, azzeccando alcune trovate visive incisive come il riferimento alle Termopili di 300, l’avanzata dell'”esercito” sugli alberi sottolineato dal cadere delle foglie e l’immagine di Cesare a cavallo a guidare la rivolta, novello rivoluzionario del XXI° secolo. E’ proprio Cesare il punto nodale e il personaggio meglio riuscito del film anche grazie alla sua stupefacente umanizzazione tramite il performance capture, modellato sullo specialista Andy Serkis che già aveva donato gesti ed espressioni al Gollum de Il signore degli anelli. Occhi verdi, sguardo dolce, comportamento mite ma all’occorrenza violento, è lui l’eroe col quale lo spettatore è portato a immedesimarsi nella lotta contro gli abusi degli uomini per il riappropriamento del proprio habitat in un originale ribaltamento dei ruoli.

L’alba del pianeta delle scimmie si può quindi considerare un divertimento coinvolgente e riuscito, con un uso massiccio ma non eccessivo di buoni effetti speciali e tutti quei difetti che si portano dietro le produzioni di questo tipo. In attesa dell’inevitabile sequel  (suggerito dai titoli di coda)  ci si può intanto godere la promettente rinascita di una storica saga.

EDA

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2 risposte a L’alba del pianeta delle scimmie (Rupert Wyatt) ★★/4

  1. bragaz ha detto:

    io dico che il finale non prometteva nessun sequel, ma spiegava piuttosto come (mega spoiler, non leggete se non avete visto questo film ed i sequel antecedenti) la popolazione muoia lasciando il mondo disabitato dagli umani e lasciando solo una generazione di uomini scimmia in grado di resistere al virus in quanto nate dal virus stesso. non credo ad un sequel futuro…

    • EDA ha detto:

      certo, serve a spiegare quel processo lì, ma pone le basi anche per un prossimo film nel quale la situazione partirà già da un certo stadio. poi in realtà non ho notizie a riguardo e potresti avere ragione tu, ma visto il successo che ha avuto negli USA (e da noi è partito bene) traggp queste conclusioni

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