Una meravigliosa domenica (Akira Kurosawa) ★★★/4

Subarashiki nichiyoubi, Giappone, 1947, 108 min.

Una meravigliosa domenica è il settimo lungometraggio di Kurosawa, girato un anno prima di quello che viene considerato il suo primo capolavoro, L’angelo ubriaco. Come tutti i film del regista di questo periodo a farla da padrone sono gli strati bassi della popolazione e la difficile situazione della gente comune all’indomani della sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale.

Essendo il primo film “datato”  che recensisco (anche se avevo dedicato un post ad Imamura agli albori del blog) è necessaria una doverosa premessa (potete pure saltare questo paragrafo se non vi interessano le quisquiglie teoriche): sono dell’idea che ogni film debba essere giudicato in relazione al momento storico e al contesto culturale nel quale viene prodotto, pena incomprensioni da parte dello spettatore moderno e travisamento degli intenti originali. Così come è impossibile capire l’importanza (e la bellezza) di un film come Roma città aperta senza sapere cosa avesse passato l’Italia in quegli anni e come la pellicola rappresentasse una vera e propria rivoluzione rispetto al cinema dei telefoni bianchi e quello di propaganda fascista, così è bene sapere che Una meravigliosa domenica viene realizzato in un periodo turbolento. Il Giappone ha perso la guerra nel 1945 e l’occupazione americana durerà fino al 1952; il Paese è ancora lontano dall’inzio di quello sviluppo economico che caratterizzerà anni ’60 e ’70 e la gente comune fa ancora fatica a riprendersi dagli stenti della guerra. Anche l’industria cinematografica sta cambiando e alla Toho, la casa di produzione di questo film, si è verificata nel 1946 la più imponente serie di scioperi che l’industria giapponese abbia mai registrato, portando alla scissione dell’azienda in due società (l’altra è la Shintoho che si specializzerà in film di genere). Il partito comunista e i sindacati hanno sempre più potere – tanto che gli americani nel 1950 faranno una delle loro solite “purghe rosse” – e tra gli intellettuali e gli artisti cresce il bisogno di esprimere un certo “realismo proletario” oppure, se non lo si vuole colorare politicamente, un umanesimo pregno di dignità, voce delle difficoltà della povera gente; il capolavoro di Kurosawa da questo punto di vista è Vivere che si erge ben al di sopra del suddetto pseudo-genere.

Il film si svolge nell’arco di una domenica, durante l’unico appuntamento settimanale tra due poveri amanti che devono passare la giornata insieme con soli 35 yen. Yuzo (Numasaki Isao), reduce dalla guerra, è stanco e disilluso, è innamorato della sua donna ma pragmaticamente non riesce a vedere  nel futuro aperture serene. Masako (Nakakita Chieko) invece è solare e propositiva, non si autocommisera per la proria condizione e guarda al futuro con fiducia. I due si incontrano alla stazione e iniziano un girovagare per il parco di Ueno che li condurrà verso varie attrazioni (lo zoo, il music hall) per concludersi specularmente quando la donna riprenderà il treno la sera.

Nonostante la locandina li ritragga sorridenti e felici, i due protagonisti durante il film sono per lo più tristi e imbronciati; la guerra ha distrutto i loro sogni ed ora si ritrovano nell’impossibilità di poter costruire un futuro insieme. Kurosawa procede per episodi con immagini altamente comunicative, permettendo allo spettatore di empatizzare con la giovane coppia mantenedo un tono a metà strada tra il neorealismo e il melodramma. Ottima la gestione dello spazio-tempo per trasmettere il disagio dei due e il contesto nel quale si muovono. Scene come quella dei bagarini fuori dalla sala dei concerti descrivono un paese che ancora si dibatte tra le rovine del dopoguerra, nel quale le attività illegali prosperano più o meno indisturbate, il divario tra ricchi e poveri è drammaticamente ampio e la gente semplice viene calpestata in nome della legge del più forte.

Ne emerge un ritratto sociale potente e la convincente descrizione di due esseri umani messi di fronte a difficoltà apparentemente insormontabili, costretti non per causa loro a stenti e rinunce, ai quali rimane – forse – solo il sogno di una vita migliore insieme. La loro domenica è fatta di svaghi semplici, che però non sempre possono permettersi, mentre il loro umore oscilla in continuazione tra rari squarci di felicità (la partita a baseball coi bambini per lui, la visita ad una casa in costruzione che vorrebbe comprare per lei) e più frequenti momenti di disillusione e abbattimento, fino ad arrivare alla vera e propria  umiliazione. Ad un certo punto infatti,  per accontentare la donna Yuzo prova ad entrare nel cabaret gestito da un ex-commilitone, ma viene respinto e trattato come un barbone per il suo abbigliamento. Questo episodio diventa però un punto di svolta, un momento nel quale riacquistare e riscoprire la propria dignità come dimostra la scena successiva.

In un crescendo liberatorio e commovente, i due si abbandonano al proprio sogno di  aperire un locale che serva buon caffè a prezzi economici dopodichè arrivano in un piccolo anfiteatro vuoto. Qui Yuzo cerca di dirigere per Masako l'”Incompiuta” di Schubert, il concerto che non erano riusciti a vedere al music hall per colpa dei bagarini. Quando elementi esterni (il vento = la società) non glielo permettono e sembra ripiombare in quel senso di impotenza che lo attanagliava in precedenza, Kurosawa abbandona il realismo e compie una scelta dirompente: abbatte la “quarta parete” con un drammatico zoom in avanti sul volto di Masako che si rivolge in lacrime agli spettatori; ci chiede di incoraggiare l’amante con un applauso e lo fa con tale forza che è difficile pensare che gli spettatori dell’epoca non abbiano davvero applaudito, in sala, di fronte a una richiesta così disperata (“aiutateci a sognare”). E’ una scena bellissima, “riempita” dal rumone del vento e dal volteggiare delle foglie; quando finalmente Yuzo riesce a dirigere l’orchestra immaginaria e le foglie vengono spazzate via dal palco, parte l'”Incompiuta” e si raggiunge il climax emotivo della pellicola.

Kurosawa non illude i suoi protagonisti, ma dona loro una speranza, allevia il fardello della loro condizione con la forza dei sogni, con quell’appuntamento settimanale attraverso il quale continueranno ad incontrarsi, ma allo spettatore non è dato sapere se la loro storia avrà un lieto fine perchè il film si conclude circolarmente laddove era iniziato. Questa “meravigliosa domenica” è solo un singolo tassello che si va a collocare nel grande mosaico del Giappone post-bellico, ma è in grado a sua volta di racchiuderne il senso.

EDA

Scena dell’orchestra immaginaria e “Incompiuta” di Schubert:

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2 risposte a Una meravigliosa domenica (Akira Kurosawa) ★★★/4

  1. Luigi ha detto:

    una bellissima recensione. complimenti.

  2. EDA ha detto:

    grazie luigi. merito del bel film che l’ha ispirata

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