La Talpa (Tomas Alfredson) & Shame (Steve McQueen)

Vi ripropongo le mie recensioni “veneziane” – con qualche variazione – dei due film più interessanti in uscita nelle nostre sale questa settimana: la spy-story La Talpa e i drammi erotici di Shame.

La Talpa di TOMAS ALFREDSON
Tinker, Taylor, Soldier, Spy, GB, 2011, 127 min.

Voto: ★★/4

In questo film di spionaggio inglese dal regista dell’ottimo Lasciami entrare ci si addentra in una complessa matassa di interessi e personaggi che l’ex-agente Smiley (un ottimo Gary Oldman) è chiamato a sbrogliare per scoprire chi è la talpa al servizio del KGB che si nasconde tra le alte sfere dei servizi segreti inglesi. La confezione è ottima, con una fotografia “d’epoca” d’effetto e uno stile registico algido quanto quello di Lasciami entrare, ma anche elegante e preciso come quello de Il discorso del re. Il clima da Guerra Fredda è ricostruito con perizia, mentre i numerosi flashback aiutano a districarsi in una pellicola che muove i suoi personaggi come pedine di una scacchiera, una simbologia richiamata esplicitamente dal film, e fra i quali il più riuscito e sentito è probabilmente quello che vede protagonista Tom Hardy in Turchia. Il romanzo di Le Carre da cui è tratto però è talmente denso che la sceneggiatura è stata per forze di cose compressa, soffocando un po’ lo sviluppo degli eventi, così che anche le interpretazioni di un cast sulla carta ottimo ne risultano penalizzate. Si produce quindi nello spettatore un senso di distacco che non permette di appassionarsi davvero alla pellicola, la quale rimane comunque un buon film di genere meritevole della visione al cinema.

Shame di STEVE MCQUEEN
Shame, GB, 2011, 99 min.

Voto: ★★½ /4

Brandon (un ottimo Fassbender, premiato con la Coppa Volpi a Venezia per questo ruolo e quello di Jung nel film di Cronenberg) è un uomo in carriera dalla perfetta immagine pubblica, ma nasconde una vera e propria ossessione per il sesso, consumato o guardato che sia. Una mania questa con la quale convive piuttosto bene finché il trasferimento della sorella (Carey Mulligan) nel suo appartamento porterà a galla tutte le tensioni accumulate da questa incapacità di amare, o più semplicemente di godere del puro atto fisico. McQueen mette subito in chiaro le cose con un nudo integrale del suo protagonista e non ha paura di continuare a girare laddove un regista solitamente avrebbe tagliato. Ne risulta un film particolare, asettico come un porno ma denso come un melodramma, con una forza notevole che McQueen è abile nel trasmettere sia con lunghe inquadrature statiche (la New York, New York cantata dalla Mulligan fa venire i brividi) che con movimenti più virtuosistici, come il bellissimo carrello laterale della corsa notturna di Brandon sulle note di Bach. Ma se il comparto tecnico (ottima anche la colonna sonora) è impeccabile, lo stesso non si può dire per la sceneggiatura, così che il problema principale diventa l’impossibilità di scavare davvero dentro il personaggio di Brendon; il regista lascia volutamente lo spettatore fuori dalla testa del suo protagonista, ma l’incapacità di empatizzare che ne deriva, così come quella di capire da cosa derivino i suoi comportamenti lasciano una sensazione di incompiuto. La sfrontatezza dimostrata per tutto il film, poi, viene meno proprio nella parte finale, dove il regista si riallinea ad una narrazione più tradizionale che vede l’eroe cadere, sguazzare letteralmente nel sangue, per poi riemergere in una catarsi finale piuttosto ambigua. Nonostante questi difetti però la pellicola rimane bella e – morbosamente – affascinante, sia per l’originalità del tema che per le scelte registiche di McQueen.

EDA

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