GANTZ: Perfect Answer (Shinsuke Sato) ★½/4

Gantz: Perfect Answer, Giappone, 2011, 141 min.

Dopo aver recensito la prima parte di questo adattamento del manga di Oku Hiroya, eccoci ad affrontare la seconda e, per ora, ultima, la quale vede sempre al timone della regia Sato Shinsuke che aveva fatto un buon lavoro sia per quanto riguarda gli effetti speciali che le scene d’azione in un lavoro che, però, era sostanzialmente una lunga, lunghissima (e questo non è da meno con oltre 2 ore di durata!) introduzione a questo Perfect Answer che però, come vedremo, si rivela una delusione, soprattutto a causa di Oku stesso, il quale ha curato la – pessima – sceneggiatura.

Ci ritroviamo dunque pochi mesi dopo la fine del primo capitolo con Kurono (Ninomiya Kazunari) che porta avanti al tempo stesso la sua castissima non-relazione con Kojima (Yoshitaka Yuriko), prendendosi cura del fratellino di Kato (Matsuyama Ken’ichi) dopo la misteriosa morte/scomparsa di quest’ultimo, mentre la notte indossa la tuta nera e imbraccia le sue armi per sconfiggere gli alieni che GANTZ assegna a lui e al suo gruppo, il quale rimane praticamente invariato se non per qualche aggiunta, come quello della bella Eriko (Ito Ayumi). Kurono è vicino al traguardo dei 100 punti con i quali vorrebbe resuscitare l’amico Kato, quando un gruppo di alieni, capeggiati con gran colpo di scena da Kato stesso (ma sarà lui?), cercano di impossessarsi di una piccola sfera nera che permetterebbe loro di giungere da Gantz e distruggerlo. Ai confini di tutto ciò, un detective (Yamada Takayuki), cerca di capire cosa stia succedendo, visto che il gruppo di player e gli alieni non hanno ormai timore di confrontarsi in scenari popolati da sbalorditi spettatori. 

La prima parte della pellicola accumula personaggi e situazioni piuttosto confusamente, presentando la piccola sfera nera e gli obiettivi ad essa correlati, il gruppo di alieni che passa al contrattacco, il ritorno di Kato, le indagini del detective, l’indebolimento di GANTZ, senza soluzione di continuità lasciando lo spettatore stordito e anche abbastanza perplesso, fin quando il tutto non viene risolto a metà film nel modo più semplice e meno impegnativo: un bello spiegone che colleghi tutti questi fatti e dia loro un senso. La parte disastrosa è però la seconda, meno complessa e nella quale tutti i fili convergono sullo stesso gomitolo per la resa dei conti finale che ha però il difetto di essere troppo lunga e soprattutto di abusare della sospensione di incredulità dello spettatore. Anche se si tratta di un film di fantascienza e lo spettatore è sicuramente più propenso a perdonare piccole inverosimiglianze logiche o fisiche, qui si oltrepassa qualsiasi livello di tolleranza, tanto da rovinare irrimediabilmente il film: come fanno due gruppi di una decina di persone che si sparano centinaia di colpi a 2 (DUE, forse meno) metri di distanza a sopravvivere in massa? Perché un personaggio muore per una spadata di traverso e un altro sopravvive a un colpo in piena faccia di quelle loro pistole ai raggi vattelappesca, quando qualche scena prima ci mostrano che un colpo della suddetta distrugge la facciata di un edificio? Anche sopravvivere ad una esplosione simil-nucleare sembra un gioco da ragazzi qui; qualche livido, si zoppica un po’ e voilà, tutto come prima.

Eppure per qualche minuto ci ho creduto che Sato avesse usato tutti questi pessimi espedienti per sorprenderci con un finale strabiliante alla Expect the unexpected. Macchè, niente da fare; dopo un interminabile duello – che sembrerebbe – finale, il regista avrebbe potuto dare una chiusa cattiva e pienamente sensata alla pellicola, un quarto d’ora ci si ritrova in una situazione simile, ma niente, i blockbuster lo sono anche in Giappone e quindi di finali a sorpresa non se ne parla, anzi riesce nell’impresa di trovare un improbabilissimo finale talmente conciliatorio, buonista e riparatore da far cadere le braccia. Purtroppo non sono solo la gestione degli eventi e le inverosimiglianze a minare la sceneggiatura del film; anche la gestione dei personaggi fa sollevare più di qualche dubbio, amplificando alcuni difetti rintracciabili anche nel primo quando parlavo dei fin troppo repentini cambi di opinione o carattere dei personaggi. Il loro utilizzo è infine amministrato male, su tutti si veda la vicenda del detective, buttata lì senso un motivo preciso.

Peccato perché l’attore che lo interpreta, il già citato Yamada Takayuki (13 Assassins, Crows Zero), risulta il migliore del lotto, maturato molto rispetto ai ruoli più disimpegnati dei due Crows, mentre rimangono le perplessità espresse nella prima recensione sui due interpreti principali, Ninomiya e Matsuyama, quasi mai convincenti, il primo in particolar modo.

Tutto da buttare dunque? No, i maggiori pregi del primo risaltano anche qui; gli effetti speciali sono usati in maniera più sostanziosa, anche se meno creativa, e rimangono convincenti, così come le scene d’azione sono di buona fattura, anche se sembrano alle volte risentire di inutili echi hollywoodiani. Spicca comunque per costruzione dei combattimenti e per spettacolarità la lunga sequenza in metropolitana che vede coinvolti un gran numero di personaggi costretti a muoversi in uno spazio ben delimitato; questo, insieme al buon combattimento all’arma bianca nel finale, è probabilmente il momento migliore di un film che purtroppo delude le aspettative create col primo capitolo. Al divertimento che accompagnava il primo fa posto troppo spesso una sensazione prima di noia (anche le parentesi ironiche create dai caustici commenti di GANTZ nel primo sono qui assenti) e poi di fastidio, oltre che per la già citata sceneggiatura, anche per le inutili e sempre uguali parti romantiche (ah a proposito: come nel primo e più del primo è da segnalare la completa assenza di erotismo, tratto predominante del manga).

EDA

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