FEFF 14 – Speciale #3

The Front Line di JANG Hun
Go-ji-jeon, Corea del Sud, 2011, 133 min.
Voto: ★★½ /4

Jang Hun è uno di quei registi scoperti grazie al FEFF, festival che ha seguito la sua intera filmografia. Dopo un esordio folgorante nel 2008 con Rough Cut, film in odore di Kim Ki-duk (di cui infatti Jang è stato collaboratore), nel 2010 presenta l’ottima spy-story Secret Reunion. L’attesa era quindi molta per questa sua terza prova, il progetto più ambizioso del regista, che segna anche il suo ingresso nei film ad alto budget, qui degno di un vero e proprio blockbuster. Questo war-movie segue, negli ultimi giorni della Guerra di corea, l’arrivo di un uomo dell’intelligence presso un plotone di commilitoni sudcoreani con l’intento iniziale di scovare un traditore. Ben presto però la situazione apparirà molto meno superficiale (e molto più disperata) di quanto potesse sembrare dall’esterno. Gli “Alligatori”, questo il nome del plotone, sono impegnati giornalmente nella conquista di una collina molto importante dal punto di vista strategico che definirà il confine dei due paesi in vista della separazione.

Film dal forte sapore anti-militarista, Jang mette in scena l’assurdità della guerra, scegliendo una location altamente simbolica, una collina quasi esclusivamente fondata sui cadaveri dei soldati morti che assume sempre più le sembianze di un inferno dantesco. Riferimento ancora più calzante è probabilmente quello del mito di Sisifo; i due schieramenti infatti la perdono e riconquistano giornalmente, in un avvicendamento che appare sempre più privo di senso e sempre più crudele in termini di vite umane. In questo suo cruento affresco – le immagini forti di certo non mancano – Jang cede qualche volta a soluzioni un po’ troppo facili e melodrammatiche, evidentemente dovute al fatto di dover accontentare un vasto pubblico, ma la forza delle immagini e l’interesse delle sottotrame fatte di umanità sottratta e negata sono convincenti, così come i momenti sinceramente toccanti non mancano; su tutti il commovente inno cantato da entrambi gli schieramenti l’ultimo giorno di guerra. Senza alcun accenno di nazionalismo, ma anzi ritraendo con umanità anche alcuni soldati nord coreani, il suo inno alla pace è potente e variegato e può contare su una serie di personaggi (tutti ben interpretati), forse un po’ stereotipati, ma di sicuro effetto, messi di fronte a situazioni che richiedono impossibili scelte etiche e morali, ognuna in grado di sollevare varie problematiche legate alla guerra.

Ps: a quanto pare non sono stato l’unico ad apprezzare il film, The Front Line si è infatti classificato al terzo posto alla fine del festival.

Dalla retrospettiva “The Darkest Decade”:
Iodo di KIM Ki-Young
Corea del Sud, 1977, 110 min.
Voto: ○

La retrospettiva tematica di quest’anno era incentrata sui film coreani degli anni 70 che sfidavano il duro regime dell’epoca con sottili metafore politiche e urli di ribellioni mascherati da innocue commedie. Iodo ne è sicuramente un degno rappresentante, difficile da etichettare in un genere, lo si potrebbe definire un thriller sciamanico. Iodo è infatti la leggendaria isola sulla quale finiscono le anime dei pescatori morti in mare. L’isola sulla quale vige questa leggenda è un altro-mondo costituito per la maggior parte da donne, con pochi uomini che non fanno altro che oziare e pescare.  Il film di Kim, nel ritrarre un’umanità primitiva fuori dalle moderne dinamiche sociali, può ricordare alcuni lavori di Imamura Shohei, per come riprende gli aspetti tradizionali di questa piccola comunità e il taglio realistico della narrazione. Forte di una trama complicata che si sviluppa attraverso un complesso sistema di flashback, è un film difficile da decifrare senza conoscere le dinamiche storiche durante le quali è stato prodotto. Quello che parte come un thriller investigativo piuttosto tradizionale si trasforma ben presto in qualcosa di più oscuro e profondo, andando a toccare le basi stesse della società con immagini fortissime, soprattutto se si pensa agli anni in cui è stato prodotto (il finale contiene forse una delle scene più shockanti del decennio). Fortissimo è il senso che il tutto sia un’enorme operazione allegorica che va a toccare diversi aspetti della società coreana di quegli anni, dall’industrializzazione alla condizione della donna, dalla scomparsa delle tradizioni alla politica repressiva.

EDA

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