FEFF 15 – Speciale_Hong Kong

Vitale come al solito, ma minacciata in maniera sempre maggiore dall’industria della Cina continentale, il cinema di Hong Kong si presentava  a Udine con ben 9 film (2 co-produzioni) ripartiti tra i generi più rappresentativi dell’ex-colonia (film in costume, action, polizieschi), oltre ad un interessante programma dedicato a cortometraggi di registi esordienti. Le due pellicole che ho visto partivano dai migliori presupposti: un action fracassone di Andrew Lau e l’attesa conclusione della quadrilogia di Ip Man. Entrambi però si sono rivelate mezze – o intere – delusioni. Di seguito i perché:

feff_guillotinesThe Guillotines di Andrew Lau
Huet Dik Tsi, Hong Kong, 2012, 112 min.
voto: ★/4

Nell’epoca Qing le “Ghigliottine” sono un’unità speciale dell’esercito, chiamata ad entrare in azione nelle operazioni più difficili avvalendosi di particolari armi (sorta di frisbee taglienti dotati di lame rotanti; una cosa parecchio kitsch ma piuttosto figa). Il gruppo è chiamato ad un’ultima missione per catturare e uccidere l’eretico”Lupo” e il suo gruppo che combatte contro l’Autorità. Le Ghigliottine devono fare però i conti anche con l’arrivo della polvere da sparo e dimostrare di poter essere ancora utili alla causa. In realtà l’unica scena fracassona è quella d’apertura del film, utile a giustificare l’uso del 3D e null’altro. Da lì la discesa è costante: le scene d’azione sono limitate in favore di un plot dall’alto tasso moraleggiante e melodrammatico che tocca il punto più basso nella seconda parte, quando si concentra sulla figura di “Lupo”, un criminale che richiama nell’aspetto Gesù e che ha creato una sorta di comune dove vivono tutti felici e contenti come neanche nei peggiori spot Mulino Bianco. Il film di Lau ha ambizioni da kolossal, ma l’estetica è banale non spiccando mai a livello visivo  per originalità o potenza, tanto da rendere piatta anche una scena potenzialmente epica come il “bombardamento” sul finale. Ancora peggio va dal punto di vista narrativo, dove le velleità storiche si spengono su una storia manichea e personaggi stereotipati e privi di vita, verso i quali è difficile provare interesse anche perchè Lau si prende tremendamente sul serio, e dell’auto-ironia non c’è traccia. Così risultano quasi ridicoli i percorsi di presa di coscienza che attraversano un paio dei protagonisti, con una rappresentazione del Bene e del Male senza sfumature dove il Potere, cieco e insensibile a tutto, cerca di mantenere lo status quo. Ma davvero c’è modo e modo di trattare le cose e The Guillotines non riesce a soddisfare neanche i palati meno raffinati, in cerca di un pò d’azione.

feff_ipman3Ip Man – The Final Fight di Herman Yau
Yip Man – Jung Gik Yat Jin, Hong Kong, 2013, 102 min.
voto: ★★/4

Di nuovo Herman Yau al timone (aveva girato il prequel nel 2010) e cambio di protagonista (qui Anthony Wong, dopo essere stato interpretato da Donnie Yip e Tony Leung) per l’ultimo capitolo della saga dedicata alla rocambolesca vita del “maestro di Bruce Lee” (vagamente schernito tra l’altro in una delle ultime sequenze). Nonostante una fastidiosa patina nazionalista e vagamente revisionista, i primi due avevano il pregio di essere tra le cose migliori viste negli ultimi tempi dal punto di vista di coreografie e scene di combattimento,  ma chi si aspettava da The Final Fight un more of the same rimarrà deluso. Il Maestro, non più giovane, si è trasferito a Hong Kong dove insegna il wing chun in cambio di un tetto e un pasto caldo. Riluttante a menare le mani, è più propenso a fornire ai suoi allievi regole per una condotta di vita retta. Ne viene fuori un appassionato – ma scollacciato – ritratto della Hong Kong degli anni 50 e 60, dei suoi umori e delle sue atmosfere, mettendo in evidenza i cambiamenti sociali in atto nel periodo, richiamando idealmente la crisi attuale. La cosa sorprendente è la scelta da parte di Yau di accantonare le parti di combattimento in favore di un taglio melodrammatico venato di nostalgia, concentrandosi sulle varie difficoltà economiche (e non) della famiglia allargata formatasi attorno a Ip Man, rappresentato invece come umile e dimesso maestro di vita. Tra i vari side-plot il più convincente è quello che vede coinvolto un poliziotto, inizialmente allievo di Ip e poi passato a libro paga del boss locale, il “Dragone”, con il quale avverrà il final fight del titolo, in una scena però che non spicca particolarmente. Questo accantonamento, che riduce le sequenze d’arti marziali a 3-4 in tutto, è ancora più strano se si pensa che gli spunti in questo senso vengono forniti dal film stesso per poi essere lasciati languire o abbandonati del tutto. In alcuni casi risultano addirittura inutili dal punto di vista dell’economia narrativa (le dimostrazioni sindacali) o pretestuosi: il tifone voleva avere valore simbolico o richiamare un evento reale? Usato come ha fatto Yau lo rende un, neanche così incisivo, elemento coreografico. Una scena come quella della “danza del dragone”, dove coppie di combattenti sono chiamate a confrontarsi in bilico siu dei pali di legno, non è stata sfruttata se non in misura davvero minima, a conferma che di questo biopic action, a Yau la seconda parte interessasse davvero poco. Ci sono poi alcune ingenuità palesi che rendono la storia di Ip prossima all’agiografia, come la relazione con la moglie, quella – sin troppo platonica – con la cantante o l’induzione “forzata” da parte di quest’ultima all’uso dell’oppio. Il ritratto di una Hong Kong crepuscolare è quindi sì compiuto e a tratti anche efficace, ma lascia l’amaro in bocca per tutti gli elementi disseminati e non raccolti, non concretizzando mai le aspettative che si erano venute a creare.

P.S.: Ip Man – The Final Fight è però evidentemente piaciuto parecchio al pubblico, dato che si è classificato terzo per la giuria popolare che contraddistingue il FEFF.

 EDA

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FEFF 15 – Speciale_Cina

Da nippofilo mi duole ammettere che i due film migliori visti a Udine quest’anno sono entrambi di provenienza cinese. Uno è il nuovo lavoro di Lu Chuan, autore di quel capolavoro passato al FEFF di The City of Life and Death (se ricordate lo avevo messo al primo posto nella mia top ten orientale del 2010, ed è uno di quei film che escono ogni 4-5 anni), l’altro è un sorprendente dramma-gangster noir di un regista quasi esordiente.

The Last Supper di LU CHUANfeff_last supper
Wang de sheng yan, 2012, Cina, 116 min.

voto: ★★★/4

Lu Chuan si conferma regista di razza purissima, confezionando un dramma in costume sfarzoso ma intimista che presenta non poche analogie col Kurosawa shakespeariano di Ran e Il trono di sangue. Poco interessato alle battaglie epiche (poche le scene d’azione, ma ben gestite), Lu si concentra sulla figura del primo imperatore Han, Liu Bang, di estrazione contadina, che prima riceve aiuto e si allea col nobile Yu e poi lo tradisce impossessandosi del palazzo imperiale. La narrazione alterna gli ultimi giorni dell’imperatore, ossessionato dai fantasmi dei nemici (e amici) uccisi e perseguitato dai sensi di colpa, alle vicende che hanno portato alla sua presa del potere. Il regista si concentra sulla costruzione dei tre personaggi principali e sull’approfondimento dei rapporti che si sviluppano tra di loro, guidati da fiducia e onore prima, per mutarsi in sospetto e tradimento poi. Notevole è però anche la figura della prima moglie di Liu, interpretata dalla moglie del regista opportunamente invecchiata, che sembra ricoprire non troppo casualmente un ruolo simile a quello di Lady Macbeth. La ricostruzione storica impeccabile è impreziosita ulteriormente da una fotografia molto luminosa nelle scene all’aperto e scura, quasi a lume di candela, negli spazi chiusi del Palazzo, rendendone bene l’atmosfera opprimente. La storia prende spunto dall’episodio del “banchetto alla Porta Hong”, vero turning point nella vicenda dei protagonisti e una delle scene più riuscite del film, nella quale la tensione è altissima e lo spettatore rimane a lungo col fiato sospeso grazie ad un uso intelligente di ralenti e primi piani di volti e particolari. Se da un lato, come spiegato dallo stesso regista, la storia vuole essere una critica alla classe governativa attuale, dall’altro tocca corde universali sui comportamenti e gli istinti che fatalmente muovono coloro che hanno il potere. Un film dal ritmo non agilissimo, ma in grado di coinvolgere emotivamente grazie ad una notevole cura dell’immagine, nel quale fa da corollario, con le ripetute scene nella “biblioteca” imperiale,  un interessante discorso sulla Storia e la relatività dei punti di vista di chi la scrive.

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Lethal Hostage di CHENG ER
Bian jing feng yun, 2012, Cina, 109 min.
voto: ★★★/4

La sorpresa più bella della mia tre giorni friuliana è questo particolarissimo prodotto del giovane Cheng Er che alla sua seconda regia dimostra uno stile personale e idee molto chiare su come veicolare i suoi messaggi al pubblico. Una sorta di thriller-gangster dalle tonalità noir, diviso in quattro capitoli nei quali si alternano due piani temporali che progressivamente svelano i rapporti tra i personaggi e le loro motivazioni. Uno scambio di droga finisce male per l’intervento della polizia, il boss muore e il suo braccio destro si garantisce la fuga prendendo in ostaggio una bambina. Il padre di quest’ultima viene arrestato nel tentativo di liberarla, lasciandola così crescere in compagnia del bandito, del quale, una volta grande, si innamorerà. I due vivono in Birmania, dove ha sede il “cartello” del quale nel frattempo è diventato capo l’uomo, ma non tutto fila liscio e la coppia tenta di uscire definitivamente dal giro. Alla loro storia si alterna e intreccia quella di una giovane, del fratello poliziotto e di un commerciante di droga (ottime le scene dalle tonalità quasi horror dedicate a quest’ultimo). Il ritmo assolutamente ellittico della narrazione inizialmente disorienta, ma si rivela col passare dei minuti una scelta vincente che ben si amalgama col tono generale del film, il quale riesce a creare ottime atmosfere vicine ai territori del noir con dialoghi ridotti all’osso. Classica dimostrazione di come le parole non servano necessariamente per costruire una storia coinvolgente (nonostante una sceneggiatura non impeccabile) e personaggi con cui empatizzare, grazie anche all’interpretazione fatta tutta di sguardi di Ni Dahong, nel ruolo del criminale romantico. Lethal Hostage riesce a toccare nel profondo soprattutto nel finale dal retrogusto fatalista, rivelandosi agli spettatori come un prodotto particolare, un piccolo gioiellino, che permette a Cheng Er di entrare nel novero dei giovani registi da tenere d’occhio.

feff_design deathDesign of Death di GUAN HU
Sha sheng, Cina/Taiwan, 2012, 108 min.
voto: ★½/4

Conosciuto (cinematograficamente) a Venezia dove presentò nel 2009 Cow, Guan Hu si conferma regista difficilmente inquadrabile, in grado di produrre oggetti non identificati di cui però, allora come oggi, sfugge francamente il senso. Nel Villaggio della Longevità tutti vivono in accordo con le leggi e le superstizioni del posto; uno stile di vita che garantisce loro di arrivare ad età eccezionali. In questa comunità compatta e apparentemente idilliaca c’è però una pecora nera, un outlaw anarchico interpretato da Huang Bo (visto a Udine anche in Lost in Thailand) che gli abitanti del villaggio cercano in tutti i modi di cacciare (non potendolo uccidere). La sceneggiatura però è scomposta e confusionaria e sembra non andare a parare da nessuna parte: le vicende del protagonista si succedono senza apparente senso logico e anche la cornice della storia, con il medico giunto sul posto a vicenda conclusa, non ha molto diritto di cittadinanza, dato che la componente investigativa è diluita e lasciata più volte per strada e sembra messa lì solo per poter sfoggiare in cartellone un attore di richiamo come Simon Yam. Nonostante il regista non lesini trovate tecniche, usando steady cam in soggettiva e riprese a volo d’uccello sul villaggio per far entrare il pubblico in sintonia con il protagonista, la noia arriva molto presto e le suddette trovato finiscono con l’avere più che altro un effetto fastidioso. Quando nel finale ci si arrende al trovare un’utilità alla pellicola, ecco che il regista cala le sue carte, puntando sulla commozione e svelando il compiersi della parabola di un uomo che agisce liberamente e fuori dagli schemi e che per questo non è accettato da una comunità dove l’individuo ha un potere relativo e deve seguire pedissequamente le regole precostituite se vuole vivere felice e a lungo. Quanto rumore per nulla!

EDA

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FEFF 15 – Speciale_Corea del Sud

Solo tre giorni a Udine quest’anno per una dozzina di film visti. Qualità generale molto buona (soprattutto i primi due giorni) e atmosfera immutata dagli anni passati, anche se la crisi si fa sentire anche in questa oasi felice. Iniziamo dai coreani che si confermano solidi come sempre, nei prossimi giorni arriveranno le altre mini-recensioni:


feff_national securityNational Security
di CHUNG Ji-yeoung
Namyeong-dong 1985, Corea del Sud, 2012, 106 min.
voto: ★★/4

Regista particolare Chung, molti attivo negli anni 80 e 90, dal 1998 al 2010 ha totalizzato la bellezza di ZERO film, per tornare un paio d’anni fa al successo con Unbowed. National Security è un film politico e, nonostante la sua denuncia alle torture sia universale, farà sicuramente più effetto sul pubblico coreano. La storia si concentra sui 22 giorni di prigionia e torture inflitti nel 1985 dal regime all’attivista politico Kim Geun-tae, uno dei protagonisti del processo di democratizzazione del paese. Un film in forte sapore di denuncia se si pensa che è uscito durante le scorse elezioni coreane che hanno incoronato presidente proprio la figlia del dittatore dell’epoca. A parte qualche flashback sulla vita dell’attivista e il finale “documentario”, tutta la pellicola è ambientata nella cella – e nella limitrofa camera delle torture – di Kim, a cui tiene “compagnia” una squadra di 4-5 persone addetta alla sua sorveglianza. Le immagini sono indubbiamente forti, ma non scadono mai nello splatter e il regista non distoglie lo sguardo durante le ripetute sessioni di tortura che occupano la maggior parte del film. Il senso di oppressione è forte e il progressivo logorio fisico-psicologico del protagonista è ben reso dall’interpretazione di Park Won-sang che riesce a creare empatia con lo spettatore. L’aspetto che ho trovato più interessante è però l’interazione del detenuto con i suoi carcerieri e la loro descrizione. A parte un vero e proprio boia che entra in scena un paio di volte infliggendo le torture più pesanti, gli altri appaiono, con il passare del tempo, persone “normali” che svolgono solo il loro lavoro o che cercano di fare carriera, dalle discutibili scelte morali ma non insensibili alle atrocità che avvengono nella stanza. D’altra parte il ritmo latita vista la ripetitività della pellicola, gli intermezzi onirici sono piuttosto banali, il tema è di quelli da vittoria facile e alle volte si ha la sensazione di un piacere voyeuristico nell’esibizione delle torture.

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All About My Wife di MIN Kyu-dong
Nae anae-ui modeun geot, Corea del Sud, 2012, 121 min.
voto: ★★½/4

Se c’è un genere nel quale i coreani eccellono, è sicuramente quello della commedia romantica e le ottime pellicole presentate al FEFF nel corso degli anni non fanno che confermare questo assunto. All About My Wife ne è l’ennesimo esempio. Il film racconta la crisi di una coppia al settimo anno di matrimonio. Lui non ne può più della logorroica moglie, ma non ha il coraggio di lasciarla. Prova a farsi trasferire per lavoro, ma una volta sul posto se la ritrova in casa. La soluzione allora diventa assoldare un conclamato Casanova che la seduca e le faccia lasciare il marito. Seguono complicazioni assortite del triangolo venutosi a creare. Leggera e frizzante, l’opera di Min può vantare una storia abbastanza originale, dialoghi intelligenti e una costruzione dei personaggi credibile, seppur al limite della caricatura. La vera marcia in più la forniscono gli interpreti che fanno a gara di bravura, tra il gigionesco dongiovanni di Ryu Seung-ryong e l’insicura rompiscatole di Lim Soo-jung (già protagonista di I’m a cyborg but that’s ok). La pellicola scorre sicura tra riuscite gag e situazioni paradossali fino all’ultima mezz’ora quando, come capita purtroppo spesso in questi film, emergono toni più melodrammatici e prende il sopravvento il sentimentalismo della vicenda tradendo – in parte – il tono del resto del film che si chiude in maniera fin troppo accondiscendente.

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New World di PARK Hoon-jung
Sinsegye, Corea del Sud, 2013, 134 min.
voto: ★★½ /4

I coreani non vanno affatto male neanche sul versante thriller/poliziesco come dimostra l’ambizioso New World, opera seconda dello sceneggiatore dell’acclamato I Saw the Devil che dimostra ottime doti, potendo disporre di grandi attori  e di un budget impensabile per un regista nella stessa posizione in Italia. Piccola divagazione: la Corea al momento è una delle realtà che più investe nel proprio cinema, credendo nelle scuole e nei registi locali. Il risultato è stato un +22% sui biglietti staccati nel 2012 e una quota di film nazionali attorno al 60%, spaziando per altro su tutti i generi. A buon intenditor…
Questo New World si rivela una riuscita via di mezzo coreana tra Il Padrino e The Departed (o, meglio, la saga di Infernal Affairs), concentrandosi soprattutto sulla descrizione dei meccanismi e delle dinamiche di un’organizzazione mafiosa coreana in seguito alla morte del boss (se accidentale o meno non viene chiarito), tra sanguinose lotte di potere, attività legali di facciata e investigazioni della polizia alla caccia dei pesci grossi. Anche qui troviamo uno splendido terzetto di interpreti (in locandina), tra i quali spicca il Choi Min-sik di Old Boy che interpreta un commissario della polizia davvero memorabile, ma non gli sono da meno il gangster cazzaro ma leale di Hwang Jeong-min che strappa più di una risata e il suo braccio destro (Lee Ja-sung, personaggio centrale della vicenda). Il materiale trattato è molto vasto, ma il giovane regista dirige con mano sicura, tratteggiando un affresco potente e realistico, raggiungendo nei suoi momenti migliori alti picchi drammatici. L’operazione ha un retrogusto derivativo per chi conosce le pellicole citate in apertura e alle volte New World appare un pò meccanico e farraginoso nel dipanarsi della complessa sceneggiatura, ma rimane comunque una produzione notevole nonché impeccabile dal punto di vista tecnico (discorso per altro valido per tutte le pellicole di questo post).

EDA

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Oblivion (Joseph Kosinski) ★★/4

oblivion-loc Oblivion, USA, 2013, 126 min.

Ed eccoci qua, un altro film di fantascienza con un budget bello sostanzioso dal regista dell’incompiuto Tron – Legacy e la presenza – ingombrante come sempre – dell’eterno Tom Cruise. Kosinski però, a due anni di distanza dalla sua opera prima, riconferma pregi e difetti del suo stile, con un talento visivo che lascia spesso a bocca aperta e problemi palesi a gestire le parti narrative e la costruzione dei personaggi.

Il contesto è quello da mondo post-apocalittico come piace tanto a me: gli alieni hanno distrutto parte della luna e invaso la Terra, gli umani hanno vinto la guerra ma, a causa degli sconvolgimenti climatici, si sono dovuti trasferire su Titano. Sulla Terra sono rimasti Jack (Tom Cruise) e Victoria (Andrea Riseborough) che curano la manutenzione dei droni e delle trivelle, utili ad estrarre le risorse del pianeta per alimentare i coloni. I due sono coordinati da un comando generale chiamato TET che staziona fuori dall’orbita terrestre. Jack funge inoltre da guardiano dovendo proteggere le strutture terrestri dagli attacchi degli Scavengers, gli alieni rimasti sul pianeta. Le cose per Jack si faranno confuse quando inizierà ad avere dei flash di una misteriosa donna (Olga Kurylenko) appartenente a un passato che non ricorda…

oblivion01Iniziamo dagli aspetti positivi che risaltano già dalle immagini promozionali del film (pensate al fotogramma accanto in movimento e su schermo gigante): design, scenografie ed effetti speciali. Un mondo vuoto che ricorda quello di Wall-e e de Il pianeta delle scimmie, con i suggestivi ruderi di una New York – tra stadio di football, biblioteca nazionale ed Empire State Building – nella quale il protagonista sfreccia solitario con il suo veicolo volante o, a terra, con una moto. L’immersione dello spettatore in questo paesaggio è totale e, al cinema, estremamente coinvolgente, ritrovandosi stupiti più d’una volta ad ammirare gli scorci naturali e la commistione con le futuristiche costruzioni umane (chiari i riferimenti al design di Syd Mead); il tutto animato da una computer grafica decisamente all’altezza tra esplosioni nucleari e voli nei canyon. Il talento visivo di Joseph Kosinski, già palesato in Tron Legacy, si riconferma in pieno dando vita a scene dall’innegabile fascino estetico; una su tutte il bagno notturno nella piscina sospesa nel vuoto. Si riconferma anche la capacità del regista di scegliere musiche che si adattano perfettamente al mood della pellicola: se in Tron i Daft Punk riuscivano a fornire quel quid che elevava la già alta qualità delle immagini, qui sono gli M83 a curare un comparto sonoro di grande qualità.

oblivion03Fino a qui, quindi, sembrerebbe uno di quei filmoni che gli amanti del genere definirebbero imprescindibile; purtroppo per Kosinski c’è anche una storia da raccontare e allora iniziano i dolori. Come è stato fatto notare da più parti la sceneggiatura butta nel calderone una serie di temi e suggestioni largamente riprese da tutta la fantascienza prodotta dagli anni ’70 in poi, con soluzioni che citano/plagiano senza soluzione di continuità il già citato Il pianeta delle scimmie, Star Wars (come nella scena del fotogramma accanto), 2001 Odissea nello spazio, Atto di forza, Indipendence Day e fascinazioni filosofico/esistenziali tratte da Solaris, Matrix, Blade Runner fino al recentissimo Moon. Questo fa sì che la trama, comunque non semplice e che non lesina i colpi di scena, risulti ampiamente prevedibile, facendo calare il coinvolgimento emotivo a livelli piuttosto bassi. La sceneggiatura utilizza poi alcune soluzioni ingenue, molto anni ’90 direi, ed è colpevole di due-tre cadute di tono – verso il tamarro – decisamente fuori luogo; evidentemente Cruise pensava di essere ancora sul set di Mission Impossible.

oblivion02A proposito, capitolo attori: sarà che sono sempre più intollerante al doppiaggio ma non mi è piaciuto quasi nessuno in questo film. Cruise è da trattare a parte: è noto che l’intrusione del nostro nella produzione dei film a cui partecipa è forte a dir poco. D’altronde appare in quasi ogni scena e, come vuole il suo personaggio, salta, spara, guida aerei e moto, è nobile d’animo, si innamora,  salva il mondo, e, insomma fa il Tom Cruise che ci crede davvero e si prende fin troppo sul serio. Olga Kurylenko appare ancora acerba e poco espressiva (nonostante l’avessi apprezzata molto in To the Wonder, ma lì c’è il tocco di Malick probabilmente), Morgan Freeman ormai fa sempre se stesso e recita col pilota automatico, gli altri fanno comparsate ininfluenti. Chi ne esce vincitrice, nella mia opinione, è l’inglese Andrea Riseborough (che ha una ventina di titoli alle spalle, ma che non avevo mai visto), brava a tratteggiare un personaggio composto e ligio al dovere, di cui riesce a far emergere anche aspetti fragili ed ambigui.

Tirando le fila del discorso: il talento di Kosinski non si discute, ma dovrebbe trovarsi dei bravi sceneggiatori e maturare sotto l’aspetto narrativo, poi forse potremmo parlare di un ottimo regista da blockbuster. Oblivion, comunque, meriterebbe la visione al cinema dove il suo impatto visivo trova naturale esaltazione.

EDA

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I migliori film giapponesi del 2012

E anche quest’anno a fine gennaio sono uscite le classifiche delle più importanti e autorevoli riviste di cinema nipponiche (qui quelle del 2010 e 2011). Vale la pena ricordare che Kinema Junpo è una rivista più conservatrice e attenta ai grandi nomi, mentre Eiga Geijutsu tende a privilegiare produzioni indipendenti e nuovi talenti, oltre a nutrire un mal celato astio verso certi registi da esportazione, come potrete vedere nella Worst Ten dominata da Sono Shion.

Ad ogni modo sono tre i film che appaiono in entrambe le classifiche, e sempre nelle zone alte e che quindi risaltano come “il meglio” di questo 2012: Our Homeland, l’esordio nel cinema di finzione del nippo-coreano Yang Yong-hi, The Drudgery Train di Yamashita Nobuhiro (Linda, Linda, Linda) e The Kirishima Thing di Yoshida Daihachi (Permanent Nobara). Da rilevare anche un exploit incredibile: Ando Sakura (già segnalata in tempi non sospetti nella recensione di Ain’t No Tomorrows) è riuscita nell’impresa di vincere sia la categoria di miglior attrice protagonista che quella come non protagonista (francamente una cosa mai vista…). Iniziamo con i premi di Kinema Junpo, giunti alla loro 86° edizione…

KINEMA JUNPO BEST TEN 2012

1. Our Homeland (Kazoku no kuni) di Yang Yong-chi

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2. The Kirishima Thing (Kirishima, bukatsu yamerutteyo) di Yoshida Daihachi

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3. Outrage Beyond (Autoreiji biyondo) di Kitano Takeshi

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4. A Terminal Trust (Tsui no sintaku) di Suo Masayuki
5. The Drudgery Train (Kueki ressha) di Yamashita Nobuhiro
6. Chronicles of My Mother (Waga haha no ki) di Harada Masato
7. The Cowards Who Looked to the Sky (Fugainai boku wa sora wo mita) di Tanada Yuki
8. Key of Life (Kagi dorobou no mesoddo) di Uchida Kenji
9. Land of Hope (Kibou no kuni) di Sono Shion
10. Dreams for Sale (Yumeuru futari) di Nishikawa Mika

Miglior regia: Suo Masayuki (A Terminal Trust)
Miglior sceneggiatura: Uchida Kenji (Key of Life)
Miglior attore protagonista: Moriyama Mirai (The Drudgery Train)
Miglior attrice protagonista: Ando Sakura (Our Homeland)
Miglior attore non-protagonista: Kohinata Fumiyo  (Outrage Beyond, etc…)
Miglior attrice non-protagonista: Ando Sakura (Ai to Makoto, The Samurai that Night, etc…)

Per quanto riguarda invece i migliori film non giapponesi, il dominio occidentale è stato schiacciante, con nemmeno un’entrata per i film asiatici. A spuntarla è stato un film passato da noi solo su Fuori Orario: si tratta di The Turin Horse dell’ungherese Bela Tarr, al secondo posto A Separation dell’iraniano Asghar Farhadi e al terzo Hugo Cabret di Martin Scorsese. A seguire, nell’ordine: Miracolo a Le Havre, Midnight in Paris, Argo, War Horse, J.Edgar e La talpa.

Eiga Geijutsu – Top Ten 2012

Kueki_Ressha-p11. Our Homeland (Kazoku no kuni) di Yang Yong-chi
1 ex-equo The Drudgery Train (Kueki ressha) di Yamashita Nobuhiro
3. Playback (id.) di Miyake Sho
4. Kyū shihaisha no carol di Takahashi Hiroshi
5. The Kirishima Thing (Kirishima, bukatsu yamerutteyo) di Yoshida Daihachi
6. Let’s Make the Teacher have a Miscarriage Club (Sensei wo ryūzan saseru kai) di Naitō Eisuke
7. Fly with the Gold (Ōgon wo daite tobe) di Izutsu Kazuyuki
8. Like Someone In Love di Abbas Kiarostami
9. The Samurai That Night (Sono yoru no samurai) di Akahori Masaaki
10. SR Saitama no rapper – Roadside no tōbōsha di Irie Yūo

Nella Worst Ten non mancano i nomi eccellenti, a partire dal podio dove i primi due gradini sono occupati da Sono Shion con, in ordine, Land of Hope e  Himizu, mentre sul gradino più basso ha il dubbio onore di sistemarsi Dreams for Sale di Nishikawa Mika. In classifica anche altri due nomi familiari qui da noi, al quarto posto troviamo infatti Outrage Beyond di Kitano Takeshi e al settimo Lessons of Evil di Miike Takashi.

 

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TOP (20)12

Con qualche riga di commento ad ogni entrata della classifica cerco di recuperare, senza riuscirsi, tutto quello di cui non ho scritto quest’anno. Non è un modo per farmi perdonare, ma per ritrovare il piacere di parlare di cinema e se capita in occasione di una cosa frivola e con poco senso come una classifica chissene.

Come ogni anno i film presi in considerazione nella lista qui sotto sono quelli usciti nelle sale italiane tra 1/1 e 31/12 2012, mentre per quella orientale valgono tutte le pellicole prodotte o distribuite nel 2012, tra festival e sale in giro per il mondo.

Doveroso come sempre ricordare quei film che per un motivo (scarsa distribuzione) o per l’altro (pigrizia) non sono riuscito a vedere, ma che probabilmente avrebbero trovato un posto in classifica e che mi prefiggo io per primo di recuperare (plus: una frustata per ogni titolo mancato):  Amour, C’era una volta in Anatolia,  Cogan – Killing Them Softly,  La guerra è dichiarata,  Oltre le colline, La parte degli angeli, Un sapore di ruggine e ossa, Take shelter…..War Horse (!?!?)

Non troverete invece, e non per mie mancanze, alcuni film apprezzatissimi dalla critica ma, per una volta, non dal sottoscritto. Due su tutti: J.Edgar di Clint Eastwood la cui classicità mi ha francamente stancato e Argo di Ben Affleck, piatto e poco coinvolgente nonostante il bel montaggio finale.

Fuoco alle polveri e, alla facciaccia della crisi, vedrete l’Italia tutt’altro che in secondo piano quest’anno…

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1 – Bella addormentata di Marco Bellocchio (Italia/Francia)

bella-addormentata-1Lasciato scandalosamente senza premi a Venezia, Bellocchio si conferma un regista come – quasi – nessuno in Italia. Relegando le le parti relative ad Eluana Englaro a radio e televisione (solito eccellente lavoro sul senso dell’ immagine), il regista restituisce uno spaccato dell’Italia contemporanea come non se ne sono visti quest’anno. Intreccia tre storie per una manciata di personaggi e riflette con grande senso drammaturgico su etica, religione e politica. Cammeo spettacolare di Roberto Herlitzka e solito immenso Toni Servillo.

2 – Quella casa nel bosco di Drew Goddard (USA)

quellacasa1Semplicemente il film più brillante e spassoso dell’anno. Mescolate La Casa di Sam Raimi a Scream di Wes Craven e aggiornate tutto al tempo del post-meta-tutto: otterrete così questa sorta di parodia horrorifica di Whedon e Goddard. A partire dalla trama di un innocuo slasher movie, nel quale comunque non si rinuncia alla tensione e a un pò di sano gore, i due orchestrano un crescendo di colpi di scena che scombina tutte le carte per arrivare ad una mezz’ora finale da mascella a terra per stupore e coinvolgimento. Riflessione sullo spettatore e il cinema di genere non pedante, con alcune punte citazionistiche davvero geniali.

3- Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana (Italia/Francia)

Romanzo_di_una_strage1Perché un cinema di impegno civile in Italia è ancora possibile. Importante lezione di storia recente (per quanto contestata da più parti) e grande ricostruzione d’epoca. Tante linee narrative per altrettanti personaggi in un affresco drammatico – ma mai retorico – che ha il suo epicentro nell’attentato di Piazza Fontana (gran scena di per se). Valerio Mastandrea e Pierfrancesco Favino una spanna sopra a tutti. Ovviamente ignorato dal pubblico manco si trattasse di Tarkovski.

moonrise kingdom4- Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore di Wes Anderson (USA) – Il cinema di Anderson spesso divide, non per la  qualità dei singoli film, quanto piuttosto perché penalizzato da un timbro estetico ben preciso che accomuna inevitabilmente (quasi) tutti le sue opere. Se questo è in parte vero, Moonrise Kingdom rimane però una delle prove più convincenti del nostro, che mette in scena – di nuovo – il confronto tra bambini-adulti e adulti-bambini, ma lo fa con una tale perizia tecnica e drammatica che è impossibile resistere alla storia dei due piccoli fuggiaschi. Con un cast stellare che si e ci diverte e una vena malinconica che scalda il cuore. Alexander Desplat firma una delle colonne sonore più belle dell’anno.

A-Simple-Life15 – A Simple Life di Ann Hui (Hong Kong) – Il valore di un film, per un volta, non ha bisogno di passaporto, e sono stato felicissimo di ritrovare la magnifica opera di Ann Hui anche nelle sale italiane. D’altronde la storia è trasversale e le emozioni che trasmette universali. Film senza fronzoli che tocca temi difficili con grande umanità riuscendo a pennellare il ritratto (e il rapporto) umano più riuscito dell’anno, incarnato da Deannie Yip, giustamente premiata a Venezia.

Prometheus16 –Prometheus di Ridley Scott (USA) – So già che sarà una scelta impopolare, ma nonostante le feroci critiche piovute da tutti i fronti sul film di Scott, sono rimasto talmente impressionato da tutta la parte tecnica e visiva (anche grazie al 3D), e dalla fascinazione per i temi proposti (pur con la solita, irritante, furbizia di Mr.”Lost” Lindelof) da soprassedere sugli enormi problemi di sceneggiatura e di costruzione di personaggi. Le ambizioni del film sono smisurate, fin troppo per quel che poi restituisce, ma si è esce dalla sala con gli occhi pieni. Semplicemente IL blockbuster dell’anno. Fassbender dà una pista a tutti.

io-e-te17 – Io e te di Bernardo Bertolucci (Italia) – A quasi dieci anni da The Dreamers, il Maestro torna dietro la macchina da presa con un progetto “piccolo”, ai limiti del teatrale, tratto da un romanzo breve di Ammaniti. Usando in pratica solo una location e due personaggi riesce a ritrarre l’adolescenza in tutta la sua complessità, a rappresentare la ricerca di identità di due anime contrapposte eppure simili, entrambe in fuga da qualcosa, suscitando grandi emozioni in una semplice scena di ballo facendo suonare Ragazzo solo, ragazza sola cantata, in italiano (!!!), da David Bowie.

pieta18 –Pietà di Kim Ki-duk (Corea del Sud) – All’uscita dalla proiezione veneziana mi ero detto: si vabbè, la crisi artistica, il ritorno al cinema di finzione, ma in realtà è il solito Kim, figurati se….Leone d’oro! A mesi di distanza devo dire di aver mantenuto la mia impressione iniziale: compresso tra l’estetica e la violenza brutale dei suoi primi lavori e gli eccessi allegorici e moraleggianti della seconda parte della carriera. La puzza di manicheismo si sente spesso e i grandi temi rimangono in superficie, ma non c’è dubbio che Kim sia (ancora) in grado di mettere in scena passioni e tragedie con una forza visiva e di suggestione che pochi oggi hanno.

hugo-cabret19 – Hugo Cabret 3D di Martin Scorsese (USA) – Troppo spielberghiano per i miei gusti, alle volte al limite dello stucchevole, ma anche grandissimo film sul cinema, quasi geniale nell’idea di utilizzare il 3D per omaggiare il più grande visionario del cinema dei pionieri, Gerges Méliès. Quando la storia dell’orfanello  che vive nella stazione di Parigi (una fiaba pura, che cerca lo stupore dello spettatore) incontra quella del regista (quasi una parabola sulla fugacità dell’arte, ma anche un inno all’inventiva), lo spettacolo per gli occhi è garantito, consegnando almeno due scene alla recente storia della terza dimensione.

Reality110 – Reality di Matteo Garrone (Italia/Francia) – Immagino che sia difficile pensare ad un nuovo progetto dopo che hai girato il miglior film italiano degli ultimi anni. E infatti Garrone riparte, giustamente secondo me, da un film “piccolo”, incentrato sull’individuo (ma che, come è sempre stato in grado di fare, riflette sulla società), senza ambizioni smisurate o la necessità di dimostrare alcunché. Non è un film sul Grande Fratello, ma è una farsa grottesca (grazie anche ad un lavoro di casting pazzesco, Aniello Arena su tutti) sugli effetti prodotti da vent’anni di B. e derivati. Un incipit e una conclusione con toni da fiaba (surreali seppur per motivi opposti) coronano il tutto. Alexander Desplat firma un’altra delle colonne sonore dell’anno.

11 – Hunger di Steve McQueen (GB/Irlanda)
Uscito con “soli” 4 anni di ritardo in Italia, l’opera prima di McQueen racconta di Bobby Sands e del suo sciopero della fame per il riconoscimento dello status politico dei prigionieri dell’IRA. Un film suddiviso in tre atti ben distinti, che alle volte ha il retrogusto del saggio di cinema, ma il talento registico è lampante. Violenza fisica e psicologica che non lascia indifferenti e una rappresentazione del dolore umanissima ma mai pietosa.

12 – Shame di Steve McQueen (Gran Bretagna)
Film più narrativo rispetto a quello d’esordio e per questo forse meno riuscito.  McQueen mostra tutto il mostrabile e oltre della vita di un erotomane patologico, ma sbanda proprio quando si tratta di tirare le fila del discorso. Almeno due scene da ricordare (grazie anche ad uno splendido uso diegetico della musica) e un Fassbender che si conferma attore dell’anno.

13 – Pina 3D di Wim Wenders (Ger/Fra/GB)
doc 3D d’autore, parte I. “Chi non danza è perduto”. Alternando gli spettacoli della compagnia di Pina Bausch ai ricordi dei suoi attori, Wenders riesce a far emergere la complessa personalità della coreografa/ballerina e al contempo tributarle un affettuoso ricordo (è scomparsa poco prima dell’inizio delle riprese). Magistrale uso degli spazi in favore del 3D per il più bel documentario sulla danza che io ricordi (forse è anche l’unico che ho visto però…)

14 – Cave of Forgotten Dreams 3D di Werner Herzog (Ger/Can/USA/Fra/GB)
doc 3D d’autore, parte II. La terza dimensione applicata al disvelamento dei più antichi affreschi rupestri al mondo. Filmati da Herzog. Con il suo commento. E i coccodrilli albini. C’è bisogno d’altro?

15 – Killer Joe di William Friedkin (USA)
Se pensate che questo regista è un over 75…beh, chapeau! Filmato con la cattiveria e la ferocia di un giuovincello, mette splendidamente alla berlina il sistema-america e la sub-umanità che “vive” nelle periferie, con una strizzatina d’occhio al noir e un’altra al pulp. Con un paio di scene già cult e un McConaughey nel ruolo della consacrazione.

16 – The Avengers di Joss Whedon (USA)
La formula perfetta del blockbuster d’intrattenimento, azione e ironia bilanciate in maniera magistrale: difficile chiedere di più per un film che era facilissimo sbagliare.

17 – Millennium – Uomini che odiano le donne di David Fincher (USA/Sve/GB/Ger)
Stanchi del best seller svedese? Beh, ricredetevi perchè Fincher ormai è una garanzia anche quando gira su commissione. Un film cupissimo e carnale (esemplificato dai titoli di testa): ritmo teso, azione e fasi investigative ben calibrate, un po’ di perversioni e una Lisbeth che non fa rimpiangere Noomi Rapace.

18 – Cosmopolis di David Cronenberg (Can/Fra/Por/Ita)
Film teorico, anche troppo e non mi riferisco solo al profluvio di parole utilizzato, ma soprattutto alla messa in scena: alla grandiosità dell’idea e a quello che c’è dietro, non corrisponde un uguale piacere per la visione, altrimenti si sarebbe trovato molto, ma molto, più su in questa lista. Vero tocco di genio scegliere Robert Pattinson per il ruolo del protagonista.

19 – Il cavaliere oscuro – Il ritorno di Christopher Nolan (USA/GB)
Chiusura degna della trilogia, ma un passetto indietro rispetto a quello che rimane il miglior blockbuster del nuovo millennio. Spettacolo per gli occhi, tematiche mature, fine intrattenimento, ma troppe cadute di ritmo e sbandate di scrittura. Comunque sia Nolan ha riscritto la storia del cine-fumetto per adulti.

20 – La regola del silenzio di Robert Redford (USA)
Non sempre il cinema di Redford mi convince (quasi mai per la verità) ma questo è un avvincente thriller giornalistico con tutti gli elementi al posto giusto, uno sguardo rivolto al cinema di Pollack e Lumet che non fa mai male e con il pregio di fare un po’ di  luce su un periodo rimosso dal cinema americano: il ’68 e i movimenti di estrema sinistra.

Menzioni meritevoli: 007 – Skyfall, L’arte di vincere, Un’estate da giganti, J.Edgar, Argo, La talpa, Young Adult, Attack the Block, Chronicle, Lawless

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TOP 10 ORIENTE

1 – Three Sisters (San zimei) di Wang Bing (Cina)

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2 – The Millennial Rapture (Sennen no yuraku) di Wakamatsu Koji (Giappone)

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3 – Pietà (Pieta) di Kim Ki-duk (Corea del Sud)

pieta1

4 – The Front Line (Go ji jeon) di Jang Hun (Corea del Sud)
5 – Harakiri – Death of a Samurai (Ichimei) di Miike Takeshi (Giappone)
6 – Shokuzai di Kurosawa Kiyoshi (Giappone)
7 – Thermae Romae (Terumae romae) di Takeuchi Ideki (Giappone)
8 – Moby Dick (Mo bi dik) di Park In-je (Corea del Sud)
9 – Dangerously Excited (Na neun Gongmuwon ida) di Koo Ja-hong (Corea del Sud)
10 – Outrage Beyond (Autoreiji: biyondo) di Kitano Takeshi (Giappone)

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Saraba da, Wakamatsu kantoku

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Wakamatsu Koji (1936 – 2012) 

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